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In un territorio come quello di Montone, così legato alle tradizioni e così ricco di prodotti naturali, non potevano mancare una serie di ricche proposte gastronomiche che, pur nella loro semplicità di esecuzione, racchiudono tutta la sapienza di un popolo legato ai sapori genuini di un tempo.

Dai vini all'olio, dallla semplicissima torta bianca cotta sul “panaro”, all’imbrecciata, che si serviva tradizionalmente nei mesi invernali, ai raffinatissimi piatti di pasta fatta in casa, impreziositi da tartufo, funghi o asparagi, la cucina di Montone è fedele e genuina espressione di un territorio ad altissima vocazione agricola e gastronomica.

Fra le tante specialità, però, la più particolare è il Mazzafegato dell’Alta Valle del Tevere, insaccato “povero” dal colore scuro, dalla grana grossolana e dal profumo inconfondibile di fiori di finocchio, che si presenta in forma di piccole salsicce lunghe circa dieci centimetri. Nato dalla necessità di utilizzare tutto il maiale, è frutto dell’esperienza e della storia della norcineria casalinga di ogni famiglia del territorio montonese, dove si preparava come ultimo salume dopo la macellazione del suino, tritando grossolanamente le carni rimaste e aggiungendovi cotenna e fegato, prima di conciarle con sale, pepe, aglio, scorza di limone e abbondanti fiori di finocchio.
La tradizionale produzione del mazzafegato, oggi presidio Slow Food, e la diffusione di questo particolare insaccato oggi è affidata a poche aziende dell’Alto Tevere, una delle quali si trova proprio nel territorio di Montone.

Cibi biologici e prodotti tipici delle aziende locali sono poi i protagonisti della Festa del Bosco, mostra-mercato all’aperto che si svolge nei vicoli del paese tra la fine di ottobre e il 1° novembre. Un'occasione per degustare i prodotti del bosco e del sottobosco quali mirtilli, more lamponi, funghi, tartufi, miele e castagne.

Testo di Roberto Copello; per le foto, si ringraziano Viviappennino.it.

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L'Umbria ha tantissime splendide cittadine. Non tutte però restituiscono allo stesso modo l'idea di quello che poteva essere un borgo medievale. Il piccolo centro di Montone, sorto a forma di ellisse su un colle che domina la Valle del fiume Carpina e l’Alta Valle del Tevere, invece ci riesce benissimo, grazie anche a come ha saputo perfettamente conservare l'ambiente urbanistico e architettonico, chiuso entro la cinta muraria in cui si aprono le tre porte del Verziere, di Borgo vecchio e del Monte, che corrispondono ai suoi tre rioni.



Le origini di Montone sono collocate tra il IX e il X secolo d.C., ma è a cavallo fra Tre e Quattrocento che Montone balza al centro delle vicende storiche. Questo grazie soprattutto alla famiglia Fortebracci e in particolare al condottiero Andrea Fortebracci detto Braccio da Montone, celebre capitano di ventura e signore di Perugia, un maestro nell'arte della guerra che è nominato più volte nel Principe di Machiavelli. Nato nel luglio 1368 a Montone, Braccio arrivò a controllare gran parte dell'Italia centrale e fu sul punto di costituire uno stato in opposizione allo Stato della Chiesa, ma venne infine sconfitto e ferito a morte nella decisiva battaglia dell'Aquila, il 2 giugno 1424. Montone, come buona parte dell’Italia centrale, fu quindi definitivamente assoggettata alla chiesa.

Nella sua città natia aveva fatto erigere la Rocca di Montone, progettata dall’architetto bolognese Fioravante Fioravanti per mostrare la forza della famiglia Fortebracci sul territorio circostante. La Rocca però fu distrutta nel 1478 per volere dell’allora papa Sisto IV (sopravvivono oggi solo i resti del mastio, al limitare sud del paese, mentre chi da Montone seguendo a nord-est la valle del Càrpina può raggiungere la scenografica Rocca d'Aries che, secondo una tradizione forse inventata dallo stesso Braccio sarebbe stata fondata nell'alto Medioevo dai capostipiti dei Fortebracci).

Il legame tra i Fortebracci e il loro feudo d'origine persiste nella tradizionale rievocazione storica della “Donazione della Santa Spina”, che ogni anno, la settimana che precede la penultima domenica di agosto, rievoca l'omaggio della reliquia che il condottiero Carlo Fortebracci, figlio di Braccio, fece a Montone nel 1473. Combattendo per la Repubblica di Venezia, Carlo era riuscito a sconfiggere i Mori e aveva avuto in compenso una Spina della corona di Gesù Cristo, che poi aveva portato in dono al popolo della sua città (la leggenda narra che all'arrivo del primo drappello di soldati, le campane della città cominciassero a suonare da sole).

La Santa Spina, posta dal 1635 in un reliquiario d’argento finemente cesellato (è stato restaurato di recente), è custodita dalle suore del Convento di S. Agnese ed è esposta due volte all’anno, nella collegiata di Santa Maria e San Gregorio Magno, ogni Lunedì dell’Angelo e la penultima domenica di agosto. Ed è questa l'occasione per ricreare in paese l’atmosfera medievale attraverso rappresentazioni teatrali e gare fra arcieri, sbandieratori e tamburini, con figuranti e cittadini vestiti con ricchi costumi storici.

Gli edifici di maggior pregio di Montone sono quelli religiosi. In particolare eccelle la gotica chiesa di San Francesco (XIV secolo), che ha una panoramica gradinata, un luminoso abside poligonale e una notevole porta lignea intagliata, opera di Antonio Bencivenni (1514), e che conserva all’interno numerosi affreschi di scuola umbra. Con l'attiguo ex convento francescano, la chiesa è il nucleo centrale del Polo museale di Montone. Nel suo apparato decorativo, si segnalano soprattutto gli importanti resti di affreschi eseguiti da Antonio Alberti fra il 1422 e il 1423, con Storie di S. Francesco alle pareti, e con i quattro Evangelisti nella volta.

Per vedere il Gonfalone con la Madonna del Soccorso, opera di Bartolomeo Caporali (1481) un tempo esposto nel primo altare destro, occorre invece spostarsi nell'attigua Pinacoteca, che comprende anche un pregiato gruppo ligneo del '200 (Crocifisso con la Vergine e san Giovanni), superstite di una più complessa composizione destinata alla liturgia del Venerdì Santo. Ci sono poi anche dipinti dal XV al XVIII secolo, una raccolta di tessuti (dal XV al XX secolo) e di teli umbri (le «tovaglie perugine», secoli XV-XVIII); arredi liturgici, argenti e paramenti sacri (XVII-XIX).



Montone possiede poi oltre al Polo Museale altri due poli culturali molto importanti: uno è il Polo di Santa Caterina, nell'ex convento sorto sui resti della Rocca di Braccio: oggi è sede della biblioteca e dell’Archivio storico comunale, che conserva bolle pontificie dal XIV al XVII secolo e lo Statuto di Montone del 1586. L'altro è il Polo di San Fedele, dove si trova l’auditorium e il piccolo teatro omonimo nel quale viene organizzata ogni anno una stagione teatrale che raccoglie danza, musica e spettacoli di prosa.

Altri importanti edifici religioso sono poi la collegiata di Santa Maria e San Gregorio Magno, rifatta nel Seicento e che ha all'interno un'Ultima Cena del fiammingo Denijs Calvaert (1611), che a Bologna fu maestro del Domenichino e di Guido Reni. Fuori del borgo c'è poi la chiesa più antica di Montone, la Pieve vecchia o pieve di San Gregorio, costruita intorno all’anno 1000 in stile romanico-bizantino, anche se modificata nel XVI secolo. Interessanti, nelle navate, gli affreschi dell'Annunziata e di una Madonna in trono.

Testo di Roberto Copello; per le foto, si ringraziano Comune, Thinkstock, montonein.it (foto del Gonfalone) e luoghidelsilenzio.it (foto del museo).

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“Castellologia”: alzi la mano chi sapeva della sua esistenza. Si parla qui della disciplina che si occupa di ogni genere di fortificazioni medievali: rocche, cinte murarie, singoli manufatti. Un settore di interesse assai specifico, che meritava di avere un Centro studi tutto suo. E quale luogo migliore di Montagnana, il borgo veneto che vanta una integra cinta muraria e un complesso monumentale unico non solo in Italia, ma anche in Europa?

L'intuizione venne nel 1954 all'allora sindaco del paese, Gigliola Valandro, che diede vita, con una delibera comunale, a un “Centro di Studi” (poi denominato “Centro di Studi sui Castelli di Montagnana”) cui erano conferiti compiti di studio e di raccolta di documentazione non solo sul patrimonio monumentale locale, ma anche nazionale ed europeo, con l’ambizione di costituirlo come un punto di riferimento per lo studio delle fortificazioni medioevali: la castellologia, appunto.

Da allora il Centro ha elaborate migliaia di schede-spoglio, che dal 1996 sono state digitalizzate, con il contributo del Cnr. Uno schedario che, unito ai 2400 volumi della Biblioteca del CSC, all’emeroteca e all’iconoteca, sono per gli studiosi una miniera indispensabile per approfondire ogni aspetto della materia castellologica (architettura, archeologia, storia, monumenti, ecc.). La sede del Centro dal 1997 è ospitata nel Castello di S. Zeno, di proprietà del Comune di Montagnana.

Info: www.castellimontagnana.it

Testo di Roberto Copello; foto Stefano Brambilla.

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Oggi Montagnana vive di un’agricoltura fortemente meccanizzata e specializzata; all’allevamento tradizionale dei bovini si è affiancato quello di polli e tacchini. Ma il re della produzione locale era e resta il prosciutto crudo dolce, di cui si parlava già nel Quattrocento e che oggi è preparato in base al disciplinare di produzione della DOP "Prosciutto Veneto" il cui Consorzio di Tutela ne cura la salvaguardia e la promozione. La Denominazione di Origine Protetta dal 1996 attesta e stabilisce le caratteristiche dei prosciutti prodotti in 15 Comuni dell'area berico-euganea delle province di Verona, Padova e Vicenza. Fra questi figura anche il comune di Montagnana, sede del Consorzio di Tutela, i cui prosciuttifici da generazioni producono questa prelibatezza, tramandandosi i segreti del mestiere e seguendo gli antichi canoni della tradizione. Stagionato anche fino a 24 mesi, il prosciutto veneto DOP nasce dell'accurata scelta delle migliori cosce di maiali della varietà Suino Pesante Padano, dell'età di almeno nove mesi e di un meso medio di 160 chili, e ha colore rosa tendente al rosso nella parte magra, bianco candido nella parte grassa. Si ottiene così un prosciutto dolce, profumato e morbido, dall'aroma inconfondibile, che si riconosce subito per il marchio del Consorzio per la tutela (il leone alato di S. Marco sovrastante la parola Veneto) impresso a fuoco sulla cotenna. Il Prosciutto Veneto DOP ogni anno, nella seconda metà di maggio, viene celebrato in paese con un grande festival gastronomico, fra degustazioni e abbinamenti ai vini Doc veneti.



Fra le eccellenze locali figura poi il melone montagnanese, cui sono dedicati ogni anno in giugno due giorni di festa in paese. Un prodotto che costituiva già nel Medioevo una delle ricchezze dell'agricoltura locale, assieme alla canapa, alla vite e al frumento. Addirittura, negli Statuti del comune di Montagnana del 1366, all'articolo 85, si deliberava che al terzo arrivato nell'annuale corsa del Palio (che già si svolgeva attorno alla cinta muraria) spettasse come premio un melone che poi egli avrebbe dovuto portare appeso al collo fino all'ingresso in città. In realtà, però, la coltivazione specializzata del melone nel territorio di Montagnana è iniziata dopo la seconda guerra mondiale. Fra le varietà locali, si segnala la “pevarina”, così chiamata per il retrogusto un po' aspro che al palato fa sembrare il frutto leggermente pepato.

Il melone, ovviamente, si sposa alla perfezione con il prosciutto crudo dolce, ma in zona viene spesso degustato anche assieme a un'altro insaccato tipico locale: la bresaola equina. La carne di cavallo e gli insaccati da essa derivati sono infatti assai diffusi nel Padovano e a Montagnana in particolare: un'abitudine che si dice risalga alle frequenti battaglie che nel Medioevo si combattevano da queste parti, ogni volta lasciando sul campo numerosi cavalli uccisi, la cui carne era un peccato sprecare...

Fra i prodotti agricoli del luogo è poi apprezzatissima la patata di Montagnana, una varietà del tubero che, dopo essere stato importato dalle Americhe, si diffuse nel Veneto nel Settecento grazie ai fratelli veronesi Pietro e Giovanni Arduino. Quella di Montagnana ha forma tondeggiante e pasta di colore giallo, buccia bruna e pezzatura fra i 50 e i 120 grammi.

Omaggiano infine la storia locale i dolci proposti dalle pasticcerie di Montagnana. Una di queste propone per esempio il Pandolce di Ezzelino, che ricorda Ezzelino da Romano, il condottiero-tiranno cui si deve la costruzione del castello di S.Zeno e che, secondo la leggenda, rimase ferito dopo aver incendiato Montagnana, ma fu salvato da una popolana che per lui impastò un grosso pane con il "levà", il lievito madre, arricchito di miele casereccio e frutta secca. Un'altra pasticceria punta piuttosto sul Dolce del Palio, tratto da un'antica ricetta medievale, con ripieno di fichi e noci aromatizzato con cannella e zenzero: l'omaggio, in questo caso, va a un'altra vicenda storica, che dal 1981 si è tornati a rievocare ogni anno la prima domenica di settembre nel verde vallo medioevale che circonda le mura di Montagnana con il rito del “Palio dei 10 Comuni”: una sfrenata corsa a cavallo che, secondo i citati Statuti del 1366, mette a confronto dieci fantini in rappresentanza delle dieci Comunità dell’antica “Sculdascia” montagnanese.

Testo di Roberto Copello; foto Prosciutto Attilio Fontana (in alto), consorzio prosciutto Berico-Euganeo (nel testo), Comune (Palio).

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Nelle campagne a sud dei Colli Euganei, lungo la statale 10 che da Padova va verso Mantova, si susseguono tre città fortificate, Monsélice, Este e Montagnana, accomunate da una storia simile: quella di antichi insediamenti paleoveneti sorti lungo quella che fino al 589 d.C. fu la linea del fiume Adige, successivamente romanizzati e poi nobilitati dalle signorie medievali.

Per ampiezza e stato di conservazione emergono in particolare i 1950 metri di perimetro delle merlate mura trecentesche di Montagnana, realizzate in trachite euganea e cotto: con le loro 24 torri alte fino a 19 metri e distanti fra loro da 57 a 66 metri (una distanza copribile con tiri d'arco incrociati), nonché con il fossato a prato che è da sempre libero da manufatti, costituiscono un complesso fortificato medievale tra i più intatti e meglio conservati al mondo.



Immagine perfetta di che cosa potesse essere un borgo di pianura progettato a fini bellici e preservato grazie a due ragioni: da un lato la persistenza del suo interesse militare (ancora nel XIX secolo era una caserma austriaca), dall'altro il ridotto dinamismo economico e demografico che ha caratterizzato la zona negli ultimi due secoli, in quest'angolo quasi isolato di Veneto. Il possente anello, poi, custodisce al suo interno un tessuto urbano altrettanto integro, una cittadina dall'intatta atmosfera medievale, quasi da favola, poco mutata dal sec. XVI, quando finì con l'assumere la fisionomia attuale dopo quattro secoli di rafforzamenti, con una sinuosa via principale e due strade a essa parallele, una grande piazza centrale, palazzi anche importanti come Palazzo Uberti e Palazzo Magnavin-Foratti, la cui pentafora fa pensare ai palazzi veneziani sul Canal Grande.



Ad avviare la fortificazione di Montagnana erano stati nel sec. XI i signori di Este, la cui opera fu poi potenziata nel 1242 da Ezzelino da Romano con la costruzione del Castello di San Zeno, sul suo limite orientale. Una prima cinta, più interna rispetto all'attuale, fu poi completata dal Comune di Padova verso il 1275 (negli Statuti di Padova del 1275 è posta una tassa sul vino per erigere “muri Montagnanae”). La planimetria definitiva invece fu assunta uqasi un secolo dopo grazie ai Carraresi, signori di Padova, in particolare con Francesco il Vecchio da Carrara che fra il 1360 e il 1362 fece erigere la possente Rocca degli Alberi e l'attuale cerchia murata. Così la trovarono i veneziani, quando nel 1405, ponendo fine alle contese fra padovani e veneziani, Montagnana si consegnò alla Serenissima, ingolosita dalla locale produzione di canapa, utilissima per le navi costruite nell'Arsenale della città lagunare. Con l'affermazione dell'artiglieria, le mura di Montagnana persero la loro importanza militare, ma restarono fondamentali per proteggere la città da briganti e malintenzionati, chiudendo i portoni d'accesso durante la notte. Fu così che le mura di Montagnana hanno resistito indenni sino a oggi: anche nella seconda Guerra Mondiale hanno subito danni limitati, solo per qualche colpo sparato da un cacciabombardiere contro il Mastio di Castel San Zeno e per due bombe alleate che ricavarono un cratere sull’angolo sud-est del fossato.

Così, per accedere a Montagnana, occorre varcare una delle quattro porte che si aprono nella sua cinta muraria. Più che la settentrionale porta Vicenza, costruita nel 1504 dai veneziani, o la meridionale porta XX Settembre, aperta nel 1884 su indicazione di Camillo Boito sull'asse di uscita verso la stazione ferroviaria, spiccano in particolare la porta Legnago, a ovest, con il ponte fortificato della grande Rocca degli Alberi pensata nel 1360-62 dall'architetto Francesco da Schicci, e la porta Padova, a est, annessa all'imponente Castello di San Zeno (il suo mastio è alto 38,40 metri), che i veneziani usavano come magazzino per stipare la canapa e che oggi ospita il Museo civico Antonio Giacomelli. Il museo ha sezioni dedicate all'archeologia (si ammirano punte di freccia e una lama di pugnale di Età tardo neolitica ed eneolitica del IV-III millennio a.C., nonché manufatti dei secoli XII-VIII sec. a. C. provenienti dalla necropoli di Borgo San Zeno) e una sezione musicale “Martinelli-Pertile” con fotografie e documenti che testimoniano la vita dei due illustri tenori montagnanesi Giovanni Martinelli (1885-1969) ed Aureliano Pertile (1885-1952). Appena fuori della porta Padova e delle mura, è notevole il compatto palazzo Pisani, un massiccio cubo progettato da Andrea Palladio fra il 1553 e il 1555 per il nobile veneto Francesco Pisani, con un doppio ordine di colonne concluso da un timpano nella facciata principale. Da vedere anche, nell'atrio colonnato al pianterreno, le statue allegoriche delle Stagioni (1565-77), opera dello scultore trentino Alessandro Vittoria.

Una volta all'interno del borgo, si procede lungo la via Carrarese e poco dopo, in una piazzetta sulla sinistra, si trova il Municipio, costruito nel 1538 su disegno (forse) di Michele Sanmicheli e che ha una importante sala consiliare cinquecentesca, con soffitto a cassettoni intagliato nel 1605 da Marcantonio Vanin. Poco oltre, la strada si apre nel grande slargo della piazza Vittorio Emanuele II, il medievale luogo del mercato su cui si affacciano edifici porticati sette-ottocenteschi, il settecentesco palazzo del Monte di Pietà (che fu dal 1497 la prima banca di Montagnana, fondata dai frati con intenti sociali) e, soprattutto, l'imponente mole del Duomo, singolarmente posto come di traverso. Intitolato a Santa Maria, questo fu eretto fra il 1431 e il 1502 in forme gotico-rinascimentali, laddove in precedenza sorgeva una chiesa romanica. Di forte impatto sono la verticale facciata con il portale attribuito a Jacopo Sansovino, la fiancata destra e la grande abside poligonale del transetto destro.



Lo slanciato interno, di aspetto rinascimentale, custodisce una ricchissima quantità di tele e affreschi del Quattro e Cinquecento. Molte opere sono firmate da un artista del primo Cinquecento, Giovanni Buonconsiglio, la cui più significativa realizzazione qui consiste nell'Assunzione della Vergine affrescata nel semicatino dell'abside. Su tutto però eccelle, collocata sopra l'altare maggiore che si vuole essere stato disegnato esso pure dal Sansovino, l'enorme Trasfigurazione realizzata nel 1555-56 da un giovane Paolo Veronese, la cui firma si può notare in basso a sinistra. La pala, alta niente meno che 555 cm e larga 260, appare nettamente divisa in una zona centrale molto luminosa e due zone più scure, sotto e sopra di essa. Nella prima zona Veronese rappresenta Cristo nel momento in cui si trasfigura, apparendo agli apostoli mentre conversa con Mosè ed Elia. Una visione celeste contrapposta alla penombra della scena terrena sottostante, dove tre apostoli in manifestano la loro meraviglia con gesti scomposti di gusto manierista, cui fanno da contraltare i volteggi acrobatici degli angeli nella parte più alta del dipinto.

E un'altra Trasfigurazione della scuola dello stesso Veronese si può andare a vedere nella semplice e disadorna chiesa tre-quattrocentesca di San Francesco, che sta nei pressi della porta XX Settembre e ha uno slanciato campanile in cotto iniziato nel 1429. Nella stessa area cittadina vale la pena dare un'occhiata anche alla facciata rinascimentale dell'antico Ospedale della Natività, che pur essendo oggi sede di una banca conserva un bel rilievo della Madonna della Misericordia sul portale e, al primo piano, i resti di un affresco di Giovanni Buonconsiglio (altri affreschi sono stati portati a Venezia, alle Gallerie dell'Accademia).

Testo di Roberto Copello; foto Thinkstock, Stefano Brambilla (mura, Duomo), Fotostudio Castagna (veduta aerea).

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Nell’area dell’ex Ghetto ebraico di Pitigliano oggi si può finalmente visitare la Sinagoga cinquecentesca (escluso il sabato e le festività ebraiche), con i suoi stucchi, i suoi decori, le epigrafi commemorative in caratteri ebraici, la Tevà al centro, l'Arca santa in legno sullo sfondo e, dietro una balaustra intarsiata, il matroneo, la parte superiore della sinagoga riservata alle donne. Fuori della Sinagoga, poi, il Museo dell’Associazione Piccola Gerusalemme espone testimonianze della cultura ebraica sul territorio, luoghi e ambienti spesso scavati nel tufo: il forno delle azzime, il macello, le cantine per il vino kasher (ancora oggi prodotto dai vinificatori di Pitigliano), la tintoria e il bagno rituale (mikvé). Nella stessa sede si visita una mostra permanente di cultura ebraica.



Segni evidenti, tutti quanti, di una lunga, assidua e importante presenza giudaica in quest'angolo sufficientemente appartato di Maremma. Pitigliano infatti sin dalla fine del Quattrocento fu per gli ebrei un centro di rifugio nell’Italia centrale, ancor più dopo le restrizioni loro imposte dalle Bolle papali del 1555 e 1569 nello Stato Pontificio e ai provvedimenti del Granduca di Toscana del 1570 e 1571. Fra i piccoli feudi che non aderirono a tali restrizioni tra Toscana e Lazio ci fu anche la Contea di Pitigliano degli Orsini dove si rifugiarono numerose famiglie di ebrei, che potevano esercitarvi le loro attività, da quella di banchieri al famoso medico David de Paris, che fu al servizio degli Orsini di Pitigliano e degli Sforza di Santa Fiora. L'erezione derlla Sinagoga di Pitigliano, nel 1598, attesta quanto fosse numerosa e florida la comunità ebraica locale.

Anche a Pitigliano il gruppo ebraico si consolidò tanto da erigere un Tempio nel 1598. Quando a inizio Seicento i Medici aggregarono al Granducato di Toscana le piccole Contee meridionali, gli ebrei furono confinati nei ghetti, ma il loro ruolo economico e commerciale era tale che fu loro garantita la possibilità di possedere beni e in seguito persino di entrare in consiglio comunale. Con il tempo, a Pitigliano si trasferirono comunità di ebrei espulsi da centri vicini, come Castro, Scansano, Castellottieri, Piancastagnaio, Proceno Santa Fiora e Sorano. Quella di Pitigliano rimase così l’unica Comunità ebraica in Maremma.

Gli eccezionali rapporti di convivenza e di tolleranza tra ebrei e cristiani fecero sì che Pitigliano venisse chiamata “piccola Gerusalemme”. Non c'è da stupirsi, allora, se nel 1799, gli abitanti cristiani difesero gli israeliti dai militari antifrancesi, che volevano saccheggiare il Ghetto. Se nel Settecento gli ebrei a Pitigliano erano 150, nell'Ottocento arrivarono a 288 unità, ovvero il 12% dell’intera popolazione cittadina: fondarono una biblioteca e un istituto per opere caritative, fornirono rabbini a varie comunità italiane e da qui vennero personaggi come i fratelli Flaminio e Ferruccio Servi, fondatori del “Vessillo Israelita”, primo giornale ebraico italiano, e come Dante Lattes, una delle figure più forti e poliedriche dell’ebraismo italiano del Novecento. Sarebbero state le leggi razziali e le persecuzioni della seconda guerra mondiale a causare la fine della comunità, portando alla chiusura della Sinagoga nel 1960.

Ultimamente però qualche segno di rinascita ebraica in paese c'è stato, dal restauro dei monumenti ebraici (Sinagoga, forno degli azzimi, bagno rituale, cimitero) alla scelta di produrre vino kasher nella Cantina Sociale Cooperativa di Pitigliano, alla fondazione dell’Associazione “La Piccola Gerusalemme”, che ha come fine la promozione di iniziative per la valorizzazione della storia di Pitigliano e della tradizione ebraica. Restano vive sul territorio anche le tracce della cucina ebraica, per esempio in quel dolce tradizionale, una sfoglia con un ripieno di miele, noci, noce moscata e scorze di agrumi, che viene chiamato “sfratto” proprio perché ricorderebbe nella forma allungata di circa 25 cm il bastone con cui i messi di Cosimo II de' Medici bussavano alle porte degli ebrei del territorio, comunicando l'editto dell'anno 1600 che intimava loro di lasciare le proprie case per trasferirsi nel ghetto di Pitigliano. 

Testo di Roberto Copello; foto Thinksotck tranne tavola all'interno del Museo Ebraico: Matteo Vinattieri/Wikipedia. 

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Pitigliano è ben nota anche per il suo vino Bianco di Pitigliano, che da tempi antichissimi è stato prodotto nei vigneti sulle colline attorno alla rupe tufacea, per essere poi conservato al fresco delle grotte scavate nel tufo stesso, vere cantine naturali. Il Bianco di Pitigliano attuale non è però, ovviamente, quello degli Etruschi e dei Romani. La valorizzazione a DOC (che impone l'impiego di uve provenienti da vigneti nei territori comunali di Pitigliano e Sorano e in parte di Scansano e Manciano) con il relativo disciplinare consentono l'utilizzo di Trebbiano toscano (50-80%), Greco, Malvasia bianca toscana e Verdello, da soli o congiuntamente non oltre il 20%; Grechetto, Chardonnay, Sauvignon, Pinot bianco e Riesling italico (non oltre il 30%), vitigni a bacca bianca (fino a un massimo del 10%). Giallo paglierino con riflessi verdi, il Bianco di Pitigliano ha una gradazione alcolica minima di 11º e da qualche tempo può essere vinificato anche a spumante, con gradazione alcolica minima di 11,5%º. Un vino ideale per i piatti del territorio maremmano, dalla famosa acquacotta a formaggi, rane, lumache, pesci del non lontano Tirreno.



Pitigliano poi è nota anche per la varietà di dolci, biscotti e prodotti da forno, proposti talora dalle panetterie locali ma in diversi casi non commercializzati e realizzati solo nelle case private. Come il torsetto con la bolla, dolce di colore bianco, dal profumo aromatico, caratterizzato dal sapore di arancio e chiodi di garofano, che si presenta come un rombo adagiato su una piccola frittella che rappresenta la bolla ottenuta in fase di cottura. Ci sono poi il tortello dolce di Pitigliano, un dolcetto di pasta sfoglia ripieno di ricotta, zucchero e aromi vari; il tozzetto di Pitigliano, versione locale dei cantucci toscani; il cialdino dei Tufi, sottilissima sfoglia aromatizzata all'anice; la focaccia bastarda di Pitigliano, una specie di panettone lievitato a forma di fungo, nel cui impasto ci sono uova, zucchero, acqua, ricotta, vin santo, arancia e vaniglia; la focaccia salata di Pasqua di Pitigliano, una pagnotta con ricotta e cannella; la Migliaccia di Pitigliano, una sottile crespella che viene poi cosparsa di zucchero o di ricotta e quindi avvolta su stessa. 

Testo di Roberto Copello; per le foto del "partecipante" alla festa del vino di Pitigliano, si ringrazia Giuseppe Fedele/concorso fotografico Tci Borghi d'Italia; foto paesaggio Thinksotck. 

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Città del tufo, “Piccola Gerusalemme”, gioiello etrusco, fortezza naturale... Qualunque sia la definizione adottata, non basta a restituire il fascino e la magia di Pitigliano, borgo fiabesco e quasi irreale, che appare come un miraggio a chi la avvista arrivando da Manciano e fermandosi a contemplarne lo skyline dal belvedere di fronte al Santuario della Madonna delle Grazie. Il primo impatto è sempre formidabile, per la suggestione offerta da una visione scenografica senza pari, quella di un paese che si erge compatto sul pianoro tufaceo scavato nei millenni dai profondi fossi dei fiumi che lo circondano, Lente, Meleta e Prochio. Un panorama che toglie il fiato, specie allorché ci si accorge che le case sono costruite sul filo dello strapiombo, come una massa edilizia compatta che quasi si confonde con la roccia.



La posizione isolata e imprendibile di Pitigliano fa comprendere perché, all'inizio del Trecento, i signori Orsini (che l'avevano rilevata dagli Aldobrandeschi) pensarono bene di trasferirvi la sede comitale dalla vicina Sovana, il comune che aveva dato i natali a Ildebrando di Soana ovvero Gregorio VII, il celebre papa protagonista della lotta per le investiture a inizio secondo millennio. Prima ancora il luogo aveva attirato gli Etruschi, che vi costruirono le famose Vie Cave scavate nella roccia tufacea e utilizzate come via di comunicazione e difesa, e le loro Necropoli. Aveva attirato i Romani e aveva attirato i Longobardi. Furono proprio gli Orsini, però, a fare di Pitigliano una fortezza virtualmente inespugnabile, rafforzando in particolare il più vulnerabile lato orientale, il solo che non si protende nel vuoto. A metà del Cinquecento Niccolo IV Orsini convocò Antonio da Sangallo il Giovane, uno dei maggiori architetti militari della sua epoca, incaricandolo di adeguare le strutture difensive agli sviluppi di un'artiglieria sempre più potente. I torrioni circolari, così, vennero sostituiti a est da bastioni poligonali, cui si aggiungevano dalla parte opposta del paese baluardi e torrioni rivolti a nord e a sud. Il tutto a difendere un assetto urbano di straordinaria omogeneità, con edifici residenziali, chiese e monumenti armonicamente disposti lungo tre arterie viarie longitudinali e pressoché parallele, quelle della centrale Via di Mezzo (oggi via Roma), della via Zuccarelli o del Ghetto a sud, della via Vignoli o Fratta a nord. Il fascino di Pitigliano deriva dunque non solo dal colpo d'occhio che fornisce esternamente, ma anche da questo assetto interno di insolita suggestione, con l'articolata sequenza di vicoli e scalinate che raccordano le strade maggiori alle abitazioni e con i portali scolpiti, i terrazzi pensili, i lavatoi in pietra, le ripide vie cordonate dette “salciate”.



IL CENTRO STORICO
Al centro storico di Pitigliano si accede dunque da est, attraverso un poderoso portale bugnato sovrastato dallo stemma degli Orsini in travertino, proprio accanto al bastione cinquecentesco progettato da Antonio da Sangallo il Giovane. E subito si sbocca nella piazza della Repubblica, dove l'occhio è attratto dal panorama sulla campagna a sud di Pitigliano, inquadrato da una scenografica fontana ad archi. La piazza è però soprattutto dominata dall'immensa mole del Palazzo Orsini, che per secoli in città costituì l'imponente simbolo del potere, passando dagli Orsini ai Medici nel 1604, poi nel 1737, ai Lorena, infine nel 1793 alla Chiesa locale tanto che oggi il palazzo è residenza del vescovo della diocesi di Pitigliano Sovana Orbetello. Palazzo Orsini, nonostante i pesanti e non sempre ortodossi interventi ottocenteschi, unisce le strutture medievali a quelle rinascimentali, dall'elegante cortile interno, con il suo bel portico e un pozzo esagonale con motivi araldici a bassorilievo, al palazzo comitale vero e proprio, così come i segni della magnificenza principesca sono bilanciati dalla ruvidezza delle strutture difensive.

Gli interni, labirintici, sono un susseguirsi di stretti corridoi, logge e spalti, ripide scale e sotterranei (negli ambienti inferiori del palazzo ci sono la cisterna e il pozzo per l’acqua, il frantoio con le antiche macine e i torchi per frangere e spremere le olive, l’oliaia con gli orci per conservare l’olio). Oggi Palazzo Orsini ospita in 21 sale espositive le ricche collezioni del Museo Diocesano, aperto nel 1989 per ospitare tante opere d’arte sacra provenienti dalla chiese della città e della diocesi che, per motivi di sicurezza, non potevano più essere ammirate e venerate nelle chiese di origine.

Fuori del Palazzo Orsini, i cosiddetti “finestroni” che delimitano i lati opposti della piazza consentono di affacciarsi sui due versanti del paesaggio che circonda Pitigliano: a nord le valli del Prochio e del Lente con sullo sfondo la mole del Monte Amiata, a sud la valle della Meleta, la chiesa della Madonna delle Grazie e le Coste del Gradone lungo cui si estendeva la necropoli etrusca.

Ci si avvia poi lungo la centrale via Roma, fra semplici edifici impreziositi da decorazioni architettoniche, sino alla piazza San Gregorio VII, su cui prospetta la facciata del Duomo dedicato ai santi Pietro e Paolo, di aspetto barocco ma la cui esistenza è attestata sin dal 1061. Il poderoso campanile palesa con evidenza gli scopi militari con cui fu inizialmente pensato, come torre di avvistamento. Singolare, di fronte al Duomo, il monumento alla “progenie orsina”, voluto per celebrare la casata che a lungo dominò il paese: su un basamento di travertino scolpito a bassorilievi poggia l'orso araldico che con le estremità anteriori regge uno scudo con il “collare di Caniforte”, emblema degli Orsini.

Dalla piazza San Gregorio si può quindi andare alla scoperta dei tortuosi vicoli di Pitigliano, fra i quali particolarmente pittoreschi con le loro scalinate sono il vicolo della Battaglia, il vicolo della Vittoria e, oltre l'antichissima chiesa di S. Maria (documentata nel ’200, ha una sobria facciata e una singolare pianta trapezoidale), la via Antica Porta di Sovana, da cui si raggiungono i resti delle fortificazioni sangallesche delle porte di Capisotto, che all'estremità del paese incorporano blocchi di tufo unico resto visibile della città etrusca. Tutti da esplorare pure gli scoscesi vicoli che si dipartono da via Zuccarelli, cuore della Pitigliano ebraica e del suo Ghetto. Prima del tunnel sottostante l'abside del Duomo c'è il cancello dell'antica sinagoga del 1598, memoria di quando la comunità ebraica di Pitigliano era tanto fiorente da far definire la città “Piccola Gerusalemme”. Restaurata recentemente è stata riaperta al culto dopo anni di totale abbandono, mentre dal vicino vicolo Marghera, cuore del Ghetto, si scende al recondito “forno degli azzimi”.



I MUSEI DI PITIGLIANO 
Il primo nucleo del Museo diocesano di Pitigliano fu inaugurato nel 1989 a Palazzo Orsini.Nel 1998 poi vennero aperte al pubblico molte altre sale, tra le quali anche il cassero e la loggetta del Sangallo, tanto che oggi il Museo si estende su ben 21 sale , dove sono esposte opere di argenteria e oreficeria, monete, sculture lignee, dipinti su tavola e su tela, tessuti preziosi, materiale lapideo, manoscritti e libri antichi. Il pezzo più importante è forse una statua lignea quattrocentesca (Madonna col Bambino) di Jacopo della Quercia. Ci sono poi la tavola di una “Madonna in trono” del 1494 opera di Guidoccio Cozzarelli, due grandi tele di Francesco Zuccarelli, nato proprio a Pitigliano nel 1702, raffiguranti San Michele arcangelo che sconfigge il demonio e il Redentore e le anime sante del Purgatorio, opere provenienti dalla cattedrale di Pitigliano. Fra gli oggetti più antichi, oltre a preziosi incunaboli, ci sono rarissimi frammenti di pergamene dei secoli X-XII con canti liturgici natalizi. Notevole il reliquiario in rame dorato a forma di tempietto gotico delle Sante Flora e Lucilla, opere provenienti dalle chiese di Santa Fiora. Particolarmente interessanti gli oggetti liturgici, fra cui un tabernacolo del secondo Quattrocento con un eccezionale sportello in metallo con Cristo in pietà e i simboli della Passione, proveniente dalla cattedrale di Sovana, antichi calici del secolo XV e dei secoli successivi, turiboli, ostensori, paci e il reliquiario secentesco con il braccio di papa san Gregorio VII.

Un'ala di Palazzo Orsini ospita poi il Museo Civico Archeologico della Civiltà etrusca di Pitigliano, inaugurato nel 1995 e che raccoglie reperti prevalentemente etruschi, risalenti al VII-VI sec. a.C., scoperti durante gli scavi fatti alla necropoli di Poggio Buco e a Pitigliano: vasi con decorazione geometrica, ceramiche con decorazioni di animali fantastici dello stile etrusco-corinzio (fine VII-metà VI sec. a.C.), grandi crateri e anfore per l’acqua (hydria) databili nella prima metà del VI secolo a.C, un'anfora di produzione ceretana con fregio attribuito al Pittore di Marsiliana (fine VII sec. a.C.), un cinerario biconico con decorazione geometrica dipinta (VIII sec. a.C.), un raffinato frammento di Kylix attica a figure nere attribuita alla cerchia di Exechias (530 a.C.).

A sud di Pitigliano, infine, il museo all'aperto “Alberto Manzi”, inaugurato nel 2004, si articola in tre sezioni: etrusca, ebraica e della civiltà contadina. Tramite un percorso lungo la via del Gradone collega idealmente la “Città dei vivi” (una capanna protostorica e una casa arcaica, ricostruite, illustrano aspetti della vita degli Etruschi) e la “Città dei morti”, nell'area della necropoli del Gradone.

Testo di Roberto Copello; per le foto, si ringraziano Carlo Gabrielli e Amedeo Tacchinardi, partecipanti al concorso fotografico Tci Borghi d'Italia (rispettivamente: foto panorama con corvo e foto panorama dal basso); museidimaremma.it per le cantine di Palazzo Orsini; Thinksotck. 

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Nella lingua italiana, la frase “passare sotto le forche caudine” equivale all'idea di essere sottoposti a una grande umiliazione. D'accordo, ma dov'erano le forche caudine, e che cosa vi accadde di tanto importante da rimanere per millenni inciso nella memoria collettiva?

Le forche caudine furono il sito dove nel 321 a.C., durante la seconda guerra sannitica, i sanniti di Gaio Ponzio inflissero ai Romani la maggior umiliazione della loro storia, come racconta Tito Livio: «E venne l’ora fatale dell’ignominia. Prima i consoli, quasi nudi, furono fatti passare sotto il giogo; poi gli altri in ordine e grado furono sottoposti alla stessa ignominia; infine a una a una tutte le legioni».

E quindi, dov'erano queste “forche” della vergogna? Per quanto la loro esatta localizzazione resta oggetto di dibattito fra gli storici, l'opinione prevalente è che le Forche caudine si trovassero nella stretta di Arpaia fra Caserta e Benevento, al centro del territorio dei bellicosi Sanniti Caudini: proprio una loro città, l'antica Caudium (le cui rovine sono vicino all'attuale Montesarchio), aveva dato il nome alla stessa Valle Caudina, chiave fondamentale d'accesso alle vie di transito per il territorio pugliese, attraverso la quale alla fine i Romani nel 268 a.C. riuscirono a far passare la Via Appia.

C'era però anche un'altra via d'accesso alla conca caudina e al suo verde paesaggio circondato di colline e montagne: arrivava da nord, da Casilinum (ora Capua), lungo i fiumi Volturno e Isclera, e passava per un piccolo villaggio sannitico alle falde del Monte Taburno, uno dei tanti fortilizi che rendevano inespugnabile la zona, eretti in posizioni eccezionali dal punto di vista panoramico e strategico. Quando infine i Romani conquistarono il territorio sannitico, quel villaggio arroccato sul tufo, l'antica Saticula o Saticola citata da Virgilio nell'Eneide, fu raso al suolo e trasformato in un castrum romano. Era il primo nucleo di quello che nel Medioevo sarebbe diventato uno dei borghi più belli della Campania, con il nome tutto nuovo di Sant'Agata, attribuitole nell'VIII secolo d.C. in onore della santa catanese. Solo nel XII secolo, in epoca normanna, sarebbe stato aggiunto “de' Goti”: il riferimento, contrariamente a una diffusa convinzione, non sarebbe ai Goti (gli invasori germanici sconfitti nella battaglia del Vesuvio nel 553 d.C. e la cui presenza nel Sannio però non è mai stata dimostrata) bensì ai feudatari francesi “Drengot” o “De-Goth", o ancora "Dei Gothi", la stessa famiglia da cui proveniva papa Clemente V eletto nel 1305. 

Testo di Roberto Copello; foto del Comune

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Immancabile nei riti di fine anno, ogni anno nelle chiese della penisola fra Natale e l'Epifania si canta “Tu scendi nelle stelle”. Non tutti i fedeli però sanno che il più popolare motivo natalizio italiano non è altro che la versione (assai meno poetica e ispirata) della napoletana “Quanno nascette Ninno”, composta nel 1754 da sant'Alfonso Maria de' Liguori. Che fu un grande santo ma anche un notevole musicista, nonché il primo ad avere avuto l'ardire di usare il dialetto napoletano per un canto religioso (“Quanno nascette Ninno a Bettlemme / Era nott'e pareva miezo juorno”). E proprio sant'Alfonso, dottore della Chiesa e fondatore della congregazione redentorista, fu vescovo di Sant'Agata de' Goti dal 1762 al 1775, titolare di una diocesi di fondazione antichissima, e comunque di sicuro esistente nel 970 d.C., quando l'arcivescovo di Benevento Landolfo I vi insediò il vescovo Maldefrido. Fra i predecessori di sant'Alfonso, il più illustre era stato il francescano marchigiano Felice Peretti (1566-72), che poi sarebbe divenuto papa con il nome di Sisto V. Ma la vera gloria locale di Sant'Agata de' Goti era e resta sant'Alfonso.

Nato il 27 settembre 1696 a Napoli da una nobile famiglia, Alfonso Maria de’ Liguori eccelleva nella musica, nelle scienze, nelle lingue, ma studiò diritto. Iniziò presto la carriera di avvocato ma era un puro, e subito si scandalizzò per le tante falsità delle aule di tribunale dove si svolgevano i processi. Scelse così un'altra tonaca e fu ordinato sacerdote nel 1726. Mandato ad Amalfi, si impose come primo obiettivo quello di imitare Cristo: la fisionomia macerata e il volto allungato che ci sono stati trasmessi dai ritratti fanno supporre che ci fosse riuscito. Ma fu soprattutto l'incontro avvenuto nel 1730 con alcuni pastori della Costiera a convincerlo della necessità di farsi apostolo fra di loro e in mezzo a tutti i poveri, gli ultimi, gli emarginati. Per questo scopo già nel 1732 creava la Congregazione del SS. Salvatore, poi approvata da papa Benedetto XIV come Congregazione del SS. Redentore.

Famoso per l'aver scritto più di un centinaio di opere di meditazione e di ascetica, sia di taglio popolare come “Apparecchio alla morte”, con cui invitava a prepararsi alla vita di lassù (papa Luciani ne discusse con il suo segretario la sera prima di morire!), sia assai dotte come la ponderosa “Theologia moralis” (non a caso papa Pio XII nel 1950 gli affidò la tutela dei teologi moralisti), sant'Alfonso Maria de’ Liguori mostrò sempre una posizione di grande equilibrio e prudenza, priva di eccessi rigoristici. Anche per questa sua capacità di comprensione la sua popolarità fu immensa. E così fu anche a Sant'Agata, dove Clemente XIII lo volle vescovo nel 1762 (qualcuno dice contro la volontà dell'ormai anziano sacerdote sessantaseienne).

Arrivato a Sant’Agata, Alfonso fu impressionato dalla diffusione della pratica della bestemmia, dal numero di prostitute e di loro conviventi (non esitò a rivolgersi alle autorità per chiederne l'arresto e l'espulsione), dalla miseria dei contadini e dalla corruzione del clero locale. “Sant’Agata è città infetta”, diceva. Ma con lui la città cambiò in fretta. Alfonso attuò una profonda riforma della diocesi, impose ai preti l'obbligo della confessione invitando alla dolcezza e non alla durezza con i peccatori, ricostituì il seminario, dette nuove regole ai monasteri femminili facendo arrivare in paese alcune suore redentoriste, smantellò privilegi e alleanze che oggi diremmo “mafiose”, creò opere sociali e associazioni dedicate alle zitelle, ai preti, ai bambini. Ma soprattutto il vescovo si fece ben volere per la generosità con cui si prodigava per i bisogni di una popolazione poverissima e bisognosa.

Nel gennaio 1764 una tremenda carestia colpì il Regno di Napoli ma Alfonso, che in qualche modo l'aveva prevista, era corso ai ripari anzi tempo: nel settembre precedente, vedendo una fila di mendicanti, aveva fatto riempire di cereali e legumi il palazzo episcopale, provviste che tornarono utilissime a fine anno quando di pane non ce n'era più e al palazzo iniziarono a presentarsi 500 persone al giorno. Alfonso insomma fece quanto di meglio per limitare le sofferenze delle genti sannite, vendendo anche la propria carrozza, l’anello vescovile, la croce pettorale in oro, le posate di argento; ottenendo che fosse calmierato il prezzo del pane; favorendo misure per rilanciare l'economia di Sant'Agata e dintorni. Neppure ci pensò due volte a costituire la bellissima chiesa dell'Annunziata in chiesa parrocchiale per le popolazioni rurali della campagna santagatese. La sua fama di santità cresceva a vista d'occhio e gli venivano attribuiti numerosi miracoli. Ma la salute peggiorava già dal 1767 non riuscì più a risiedere in città. Solo nel 1775, dopo dodici anni alla guida della diocesi di Sant'Agata, furono accettate le dimissioni del quasi ottantenne vescovo, ingobbito ormai da una dolorosa artropatia deformante e semi cieco: si ritirò nella casa dei confratelli a Nocera de’ Pagani, in provincia di Salerno, dove sarebbe morto il 1° agosto 1787.

La sua fama di santità era tale che venne beatificato già nel 1816 e canonizzato nel 1839, mentre papa Pio IX nel 1871 lo proclamò “Dottore della Chiesa”, titolo concesso a chi ha mostrato particolari doti di illuminazione della dottrina e finora attribuito solamente a 36 santi. Fra chi ha prediletto sant'Alfonso c'è anche Benedetto XVI, che gli dedicò un'intera udienza nel 2011, affermando che “ha dato importanza agli affetti e ai sentimenti del cuore, oltre che alla mente, per poter amare Dio e il prossimo”.

Nel 1923 nella piazza principale di Sant'Agata, davanti al palazzo vescovile in piazza Umberto I (che nell'attuale diocesi di Cerreto Sannita - Telese Terme - Sant'Agata de' Goti creata nel 1986 non è più sede del vescovo), fu collocata una statua marmorea alta tre metri che lo raffigura, opera dello scultore romano Cesare Aureli. Nel palazzo c'è una sezione del Museo Diocesano dedicata ai luoghi alfonsiani con le stanze abitate dal santo, il cunicolo dove pregava, la sua cattedra vescovile (poco più che una semplice sedia in legno dipinto), scritti autografi e libri a lui appartenuti, i testi del processo di beatificazione e canonizzazione, un reliquiario realizzato nel 1844 per conservare reliquie del santo, mentre la sua mitria purtroppo è stata rubata.

Ma è tutto il paese che non ha dimenticato il “suo” sant'Alfonso, cui dedica ogni anno cinque intensi giorni di festa, dal 28 luglio al 1° agosto, anniversario della sua morte. Al santo, poi, sono state intitolate statue, piazze, scuole, ospedali. Ad Alfonso è dedicata anche la Piazza davanti al Duomo, piazza Sant'Alfonso appunto. Sin dal 1962 la principale scuola superiore del paese, l'Istituto d'istruzione secondaria superiore Alfonso Maria de' Liguori, che comprende oggi liceo classico, scientifico e linguistico oltre a vari istituti tecnici. Infine, di recente costituzione, in contrada San Pietro, è il Presidio Ospedaliero “Sant’Alfonso Maria dei Liguori”, che dipende dall'Asl di Benevento. 

Testo di Roberto Copello; foto in alto di Vincenzo De Rosa.

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