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Oggi Maniago è sede del Distretto delle coltellerie, formato da 9 comuni del mandamento,  che impiega circa 1800 addetti nel solo ciclo produttivo degli articoli da taglio e si qualifica come secondo polo industriale della provincia di Pordenone.  Macchine a controllo numerico, taglio laser, assoluta precisione nel controllo delle temperature nei trattamenti termici, impiego di acciai speciali e di materiali ad alta resa sono solo alcune delle innovazioni tecnologiche che garantiscono all’industria maniaghese un prodotto di qualità superiore. Dai coltelli da tasca multiuso alle forbici professionali, dai pugnali sportivi ai coltelli da cucina, dalle spatole per uso artigianale ai precisi strumenti chirurgici: la produzione di Maniago copre gran parte del fabbisogno nazionale, ma forte è l’esportazione verso i mercato europei e americani. Anche cavatappi, palette per turbine, ingranaggi per trasmissioni e lame per pattini da competizione sono prodotti di aziende maniaghesi leader nel settore a livello mondiale.

A proposito di qualità, la sigla QM rappresenta Il Marchio di Qualità  del distretto del coltello di Maniago; si tratta di un progetto nato nel 2003 dalla collaborazione tra i  9 Comuni del Distretto, l’Università di Udine, le associazioni di categoria e Montagna Leader che ha coordinato l’iniziativa. QM intende sottolineare l’aspetto della qualità come risorsa fondamentale per la visibilità e la spendibilità del prodotto sul mercato nazionale ed internazionale. Su questo presupposto sono stati fissati standard e requisiti qualitativi che accomunano le imprese che vogliono crescere in questo comparto e avere visibilità nel mondo intero, sfruttando il nome e il fascino che il made in Italy è in grado si esercitare.

UN PO' DI STORIA

L’anno in cui convenzionalmente si fa risalire l’inizio della storia dei fabbri maniaghesi è il 1453.

Trentatré anni dopo la conquista del Friuli da parte della Serenissima, Nicolò di Maniago, membro della nobile famiglia che amministra la vita della comunità da circa due secoli, chiede al luogotenente veneto il permesso di incanalare in una roggia l’acqua del torrente Còlvera; Nicolò intende con quest’opera condurre l’acqua attraverso la pianura sino a Basaldella, irrigare le coltivazioni a sud dell’abitato e sfruttare l’energia idrica all’interno di mulini e segherie costruiti lungo il corso del canale.

La richiesta di Nicolò scatena malumori tra i maniaghesi: il territorio è caratterizzato da una significativa presenza di corsi d’acqua e la derivazione di un canale aggraverebbe le difficoltà a spostarsi da e verso la campagna, con carri e animali. Nicolò, per scongiurare i continui boicottaggi notturni alla roggia che veniva tracciata di giorno, è dunque obbligato, per portarla a compimento,  a garantire la costruzione di alcuni ponti lungo il suo corso. Probabilmente a nessuno, allora, è chiaro quanto quella opera condizionerà la storia di Maniago.

Già pochi anni dopo la sua costruzione, in corrispondenza di adeguati salti di quota, oltre a mulini e segherie, vengono costruiti anche alcuni battiferri. I fabbri comprendono da subito i vantaggi che, in termini di produzione e di fatica, l’energia dell’acqua garantisce loro. L’acqua del Còlvera, colpendo le pale di una grande ruota idraulica, mette in azione un meccanismo che dà energia al maglio a testa d’asino, una macchina che il fabbro usa per battere con forza un pezzo di ferro, precedentemente riscaldato, fino ad ottenere la forma voluta. Si costruiscono così attrezzi per contadini e boscaioli, coltellacci, nonché spade e altre armi d’asta per le truppe della Serenissima Repubblica di Venezia.

La figura del fabbro del battiferro a Maniago prende il nome di favri da gros (fabbro da grosso): questo termine non rimanda alla grandezza degli oggetti prodotti, ma alla loro rifinitura: non è importante che la superficie di falci, vomeri, vanghe, zappe, mannaie sia grezza, grossolana: l’importante è che lo strumento svolga la propria funzione correttamente: tagliare. 

La storia dei fabbri maniaghesi comincia dunque così: non grazie alla presenza di giacimenti che garantiscono la materia prima (l’approvvigionamento rimane anzi un problema costante fino al XX secolo inoltrato), ma grazie ad una roggia e all’energia dell’acqua, elemento che caratterizza profondamente questa porzione della pedemontana pordenonese.

Abbiamo inoltre verificato che i primi prodotti dei fabbri maniaghesi non sono le lame di coltelli e forbici che oggi li rendono famosi nel mondo, ma strumenti da lavoro per contadini e boscaioli.

Un cambiamento nelle produzioni e nel lavoro avviene intorno al ‘700, vista l’esigenza di produrre oggetti da taglio di più piccole dimensioni, ma di maggior rifinitura e precisione.

 Si modifica la tecnologia e l’immagine stessa del fabbro di Maniago: compare il favri da fin (fabbro da fino): nel suo lavoro la rifinitura rappresenta una componente essenziale della produzione: non è più fondamentale cioè che il prodotto svolga semplicemente la sua funzione, ma anche l’estetica, la forma assumono grande importanza.

 Il favri da fin necessita per la propria attività di una fucina, di una mola e di un banco da lavoro. Senza l’esigenza della vicinanza della roggia e della forza del maglio, le botteghe dei favris da fin sorgono un po’ ovunque in paese. La produzione si orienta su forbici, temperini da tasca, coltelli da tavola e altri strumenti professionali.

Sviluppandosi l’attività all’interno delle abitazioni, molto più semplice risulta anche l’apprendimento del lavoro dei padri da parte dei figli, che da subito prendono confidenza con la lavorazione di lame destinate agli usi più disparati.

Agli inizi del ‘900 nascono le prime grandi fabbriche dove, grazie all’impiego di macchine azionate dall’energia elettrica, è possibile produrre oggetti da taglio in serie, con minor tempo e fatica. Il primo stabilimento maniaghese, il CO.RI.CA.MA. (Coltellerie Riunite Caslino Maniago), fu fondato nel 1907 dall’imprenditore tedesco Albert Marx, proprietario di altre industrie a Solingen e a Caslino. Lo “stabilimento”, così come venne sempre chiamato, rappresentò una vera e propria rivoluzione, non solo nella produzione degli strumenti da taglio, ma anche nella vita sociale della comunità, che affronta per la prima volta i tempi, la disciplina, l’organizzazione della fabbrica moderna. Oggi il Coricama, dopo un attento restauro, è la sede del Museo dell’arte fabbrile e delle coltellerie.

Se agli inizi dell’Ottocento si contavano a Maniago circa 130 occupati nelle 21 botteghe, già erano saliti a più di 500 per una quarantina di officine attive appena un secolo dopo. Questo dato da solo dimostra quanto importante fosse per il maniaghese l’attività di fabbri e coltellinai.

Storicamente il modello Maniago propone coltelli non tanto legati a una tipologia  e a modelli tradizionali, quanto prodotti attenti a cogliere le novità e assorbire le richieste del mercato, con una politica commerciale e un’ideologia produttiva ben precisa: già alla fine dell’800 qui si producono più di 1000 diversi tipi di coltelli e temperini.

Nel 1960 prende vita il Consorzio Coltellinai Maniago, il cui scopo principale è quello di promuovere il prodotto maniaghese in Italia e all’estero, soprattutto in occasione di manifestazioni fieristiche internazionali specializzate nel compartimento della coltelleria sportiva e professionale.

Il borgo di Aggius nel nord della Sardegna, è un tipico paese della Gallura; immerso nelle bizzarre rocce granitiche, sorge ai piedi della seghettata cresta detta “Monti di Aggius”, che comprende alcune formazioni rocciose: “Monti di Mezu” (mt.782), “Monti Sotza” (mt. 778), “Monti Polcu” (mt. 675), “Monti di la Cruzi” (mt. 667), “Monti Pinna” (mt. 680) e “Monti Fraili” (mt. 645).

Il suo territorio si presenta come un equilibrato alternarsi di rocce granitiche, boschi secolari di lecci, di sugheremacchia mediterranea, pascoli e vigneti, ai quali il mutare delle stagioni conferisce aspetti e colorazioni variegate.

Cosa vedere
Nel centro storico del paese, l’elemento predominante è il granito a vista, presente nelle murature degli edifici e nelle pavimentazioni di vie, vicoli e piazzette. I toponomi hanno conservato antiche denominazioni: l‘Aldia (posto di guardia, casello daziario), Paràula, Speslunga, Lu Cunventu e Piazza di li Baddhi (Piazza delle danze). All'interno dell'abitato vi sono quattro chiese: la Parrocchiale dedicata a Santa Vittoria, un’altra dedicata alla Madonna d’Itria e gli oratori di Santa Croce e del Rosario: la Chiesa di Santa Vittoria, stando a documenti rintracciati in Curia Vescovile, fu eretta nel 1536. Alcune parti sono state ristrutturate in epoche più recenti, come la facciata principale, ricostruita nel 1856 e il campanile, alto 33 metri e costruito nel corso del XX secolo. La Chiesa di Nostra Signora del Rosario e la Chiesa di Santa Croce, sedi delle omonime confraternite, recano delle scritte negli architravi posizionati all’ingresso, la prima reca la scritta O.D.R. A. 1727, mentre la seconda O.D.S.C. 1709, si tratterebbe di datazioni relative a dei restauri. La Chiesa di Nostra Signora d’Itria risale alla metà del ‘700 e fu costruita dalla Famiglia Tirotto come ringraziamento alla Madonna per il ritorno di un familiare caduto nelle mani dei Saraceni. Numerose le chiese del territorio circostante: Santu Petru (San Pietro di Rudas), Santu Jagu (San Giacomo), Santu Filippu (San Filippo), Santu Lusunu (San Lussorio), Madonna della Pace situata nella borgata di Bonaita, dove ancora oggi vengono svolte feste campestri legate al mondo agricolo, alla protezione dei raccolti e dei lavori nei campi. A breve distanza dal centro abitato, il laghetto Santa Degna, è un luogo selvaggio e d’incantevole bellezza, circondato da sentieri impervi, sugherete e alture in granito. Queste ultime dominano la Valle della Luna, o Piana dei Grandi Sassi, un luogo affascinante dal profondo silenzio. Nella valle è possibile visitare una delle strutture nuragiche più imponenti e in miglior stato di conservazione di tutta la Sardegna: il nuraghe Izzana. Da non perdere il Museo Etnografico “Oliva Carta Cannas" e il Museo del Banditismo, il primo è dedicato all’esposizione di oggetti e arredamenti tipici legati all’ambiente domestico, al mondo della tessitura e alla quotidianità, il secondo raccoglie documenti e reperti relativi ai fuorilegge perseguiti durante la dominazione piemontese a causa delle loro attività di contrabbando.

Cosa fare
Aggius conserva un vasto patrimonio di tradizioni e cultura popolare. La festa patronale in onore di Nostra Signora del Rosario e di Santa Vittoria, la prima domenica di ottobre, ha ancora un’appendice tutta profana nella così detta “festa di li Aggjani”, ovvero degli scapoli. Le processioni e i riti della Settimana Santa (nella foto a lato), di origine spagnola, ma ancor prima bizantina, sono accompagnati dal canto salmodiante delle Confraternite del Rosario e di Santa Croce e dei cori tradizionali. Il canto corale d’origine religiosa, che si basa sull’accordo di cinque voci fuse tra di loro ha da sempre rappresentato una delle attività di maggior rilievo della vita sociale di Aggius. Con il passare degli anni, accanto ai temi religiosi si sono innestati anche temi di contenuto profano.
Tre i cori principali che valorizzano e tramandano la tradizione corale aggese:

  • Il coro Galletto di Gallura, il cui nome è da ricondurre al particolare appellativo attribuito da Gabriele D’Annunzio, nel 1928, al famosissimo maestro di canto Salvatore Stangoni, direttore del coro sin dalla sua fondazione, nella prima metà degli anni Settanta.
  • Il coro Matteo Peru, nato negli anni cinquanta per merito di Matteo Peru uno dei più significativi interpreti dei canti di Aggius.
  • Il coro Balori Tundu, prende il suo nome da e in onore di Salvatore Stangoni, noto ad Aggius con il soprannome di Balori Tundu ma passato poi alla notorietà come “Galletto di Gallura”.

Il Gruppo Folk Aggius mantiene viva la secolare tradizione del ballo.

Per gli appassionati di escursioni è possibile organizzare splendide passeggiate a piedi o in mountain bike seguendo vecchi sentieri pastorali, aspri e contorti.

La Storia
Le origini di Aggius risalgono all’epoca preistorica, come dimostrano le tracce ancora presenti in tutta l’area circostante il centro abitato. Antica e importante “villa” della Curatoria di Gemini, il suo territorio vastissimo includeva anche i comuni di Trinita’ d’Agultu, Badesi e Viddalba.Terminato il periodo Giudicale, Aggius fu conteso dalla famiglia Doria, dagli Arborensi e infine dalla Repubblica Marinara di Pisa che esercitò il controllo sull’intera area, sino all’arrivo della dominazione prima Aragonese e poi Spagnola. Fu proprio la presenza spagnola a influenzare dialetti, tradizioni, usi e costumi locali in modo estremamente marcato, questo dominio durò circa 400 anni fino a quando nel 1720 il borgo passò sotto il dominio dei Savoia. Aggius viene ricordato nella prima metà del Seicento come centro di falsari: la “zecca” si sarebbe trovata su uno dei suoi monti, che per questo fu chiamato Fraili (fucina del fabbro). Per tutto l’Ottocento la popolazione venne dilaniata da numerose faide familiari, la più famosa fu quella tra i Vasa e i Mamìa, dalla quale lo scrittore sassarese Enrico Costa si ispirò per il romanzo "Il Muto di Gallura”. Pochi conoscono il curioso fatto avvenuto nel 1848, quando Aggius divenne “Repubblica” per quarantotto ore, investita da quel movimento che in Europa prese il nome di “primavera dei popoli”.

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Prodotti e piatti tipici di Aggius.

Oltre alla scoperta di antiche tradizioni, ai musei e al caratteristico centro storico, una visita ad Aggius non può dirsi completa se non si gustano i prodotti e i piatti tipici del borgo.

La preparazione dei piatti tipici di Aggius aveva un carattere stagionale, in quanto gli ingredienti utilizzati erano legati ai diversi periodi dell’anno.


I PRIMI

Il piatto tipico più conosciuto e celebrato di Aggius è la zuppa gallurese, “la suppa”, preparata con fette di pane raffermo, alternate a fette di formaggio fresco, formaggio grattugiato, mescolato con prezzemolo e un pizzico di pepe. Il composto viene bagnato con brodo ottenuto con carne bovina e ovina oppure di maiale e messo in forno in teglia o cotto dentro un grande recipiente, chiamato “lu caldari”. A piacimento la si può accompagnare con un sugo di carne di vitello: “lu ghisatu”.


zuppa gallurese

I ravioli - “li bruglioni”- vengono preparati con una sfoglia di pasta ripiena con un impasto a base di formaggio o ricotta, con uova, zucchero e limone. Vengono cotti in acqua bollente e poi conditi con sugo e formaggio grattugiato, oppure fritti e serviti con zucchero o miele. Gustosissimi sono gli gnocchetti - “li ciusoni”, preparati con un impasto di farina, acqua e sale, fatti uno per uno con un pezzetto d’impasto schiacciato contro una base ruvida, cotti in acqua bollente e conditi con sugo e formaggio grattugiato. Immancabili nella tradizione, “li fiuritti” e “li taddarini”, sorta di tagliatelle ottenute con un impasto di farina, acqua e sale che si differenziano tra loro per lo spessore della sfoglia e il condimento: sugo di pomodoro per i primi mentre i secondi accompagnano zuppe e minestre. Da gustare da sola, con l’aggiunta di zucchero o miele o da usare come condimento per gli gnocchetti e le favette fresche è “la mazza frissa” preparata principalmente con la panna - “lu pizu” - ottenuta dalla scrematura del latte intero e messa sul fuoco all’interno di una pentola con aggiunta di semola e sale, mescolando continuamente finché non ha assunto un aspetto cremoso. Se a fine cottura si aggiunge del formaggio vaccino fresco tagliato a dadini, si ottiene un altro piatto della tradizione aggese chiamato “lu casgiu furriatu”. Non meno importanti sono le numerose zuppe preparate principalmente con legumi, verdure e carne suina sotto sale.

I SECONDI

Tra i secondi di Aggius sono da segnalare: gli arrosti di carne in generale; “la rivea” (interiora di capretto, spiedate, avvolte con l’omento e gli intestini, cotte alla brace o in forno); il capretto in umido “in brudittu”, preparato con un soffritto di cipolla, prezzemolo e concentrato di pomodoro con aggiunta di patate o carciofi. I formaggi di differenziano tra quelli a pasta filata come “lu zucchittu” e “la panedda” e quelli a pasta cruda come “lu casgiu ruzu”. Come non citare, poi, la grande varietà di salumi ottenuti dalla lavorazione del maiale? Salsiccia fresca e stagionata, salame, capocollo, pancetta tesa o arrotolata, guanciale e lardo sotto sale deliziano i palati di ogni età.

I DOLCI

Anche la preparazione dei dolci tipici di Aggius è stata sempre legata alle varie ricorrenze. Durante il periodo carnevalesco si preparano: “l’azzuleddi”, treccine di pasta fritta e bollita nel miele aromatizzato con scorza d’arancia; “li bruglietti” o chiacchiere, ritagli di pasta che viene fritta e servita con una spolverata di zucchero a velo; le immancabili frittelle, “li frisgioli longhi”. Tipiche del periodo pasquale sono le formaggelle “li casgiatini”, preparate con formaggio fresco o ricotta e uvetta e le pesche “li pessighi”, dischi di pasta farciti con marmellata, bagnati nell’alchermes e nello zucchero. Per la commemorazione dei defunti vengono preparati “li papassini”, “la tulta” e “lu pani di saba” (mosto cotto) e “li cuzzuleddi”. “Li piricchitti” ricoperti di glassa - “la cappa” - erano un dolce per tutto l’anno. In occasione di “lu pulchinatu”, uccisione e lavorazione del maiale, si sfornano i gustosi “l’ozatini” realizzati con pasta di pane a cui viene aggiunto il residuo di grasso di maiale “jelda” messo a sciogliere per ottenere lo strutto e poi cotti in forno.


l’azzuleddi

Chiudiamo con il pane, alimento fondamentale nella dieta di tutte le famiglie. Le farine utilizzate per la sua preparazione sono quella di grano tenero “trigu cossu” e di grano duro “trigu ruiu”. Ne vengono sfornate varie forme: “cozzula”, “catriggja”, “pani a mela”, “pani d’agliola”, ecc. L’usanza di Pasqua era quella di regalare ai bambini, come buon augurio, del pane al cui interno veniva messo un uovo sodo (culbicciolu, borsetta e puppia).

Meritano anche una menzione i vini, i rossi ottenuti da vari vitigni autoctoni mentre i bianchi degni di nota sono il Vermentino e il Moscato.

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Cosa vedere e cosa fare ad Aggius

Il paese di Aggius è stato l’epicentro del banditismo gallurese per circa tre secoli: dalla metà del Cinquecento, in pieno periodo spagnolo, alla metà dell’Ottocento, sotto la dominazione sabauda. Durante questo lungo e travagliato periodo nell’impervio ed allora più vasto territorio di  omicidi, agguati, furti di bestiame e danneggiamenti erano all’ordine del giorno. Lungo i litorali delle “Cussorge” più lontane prosperavano del tutto impunite orde di contrabbandieri e di abigeatari, tanto che nel 1726 un rapporto molto dettagliato delle autorità locali attribuisce ad Aggius il ruolo di paese leader nel traffico clandestino di cereali, e pochi giorni dopo il viceré, conte Pallavicino di Saint Remy, emana un decreto che inizia così: “Essendo stato informato che gli abitanti della villa di Aggius, dediti quasi tutti al contrabbando, sono soliti prendere il grano ed altri generi commerciali di cui fanno contrabbando dai villaggi e dalle località dell’Anglona. Così si organizzano in quadriglie…”.

Risale invece al 1766 l’ormai famoso “pregone” del viceré Francesco Ludovico Costa, il cui testo integrale, opportunamente ingrandito e stampato su un grande pannello, è stato collocato sulla facciata dello stabile che ospita il Museo. Si tratta del pronunciamento in cui si minaccia la distruzione della villa di Aggius in quanto ritenuta “scandaloso ricovero e favore … di banditi e facinorosi”. Sul versante popolare, però, la figura del bandito veniva assimilata spesso a quella del diseredato, caduto in disgrazia per motivi d’onore e quindi meritevole di rispetto e protezione.


Veduta di Aggius - foto di G.Leoni

Ecco perché si è deciso di allestire un museo dedicato al banditismo senza correre il rischio di mitizzare la figura del fuorilegge e di esaltarne le sue gesta. L’obiettivo di questo museo, semmai, è esattamente il contrario: diffondere valori positivi per la costruzione di una mentalità che favorisca l’affermarsi della legalità e della moralità pubblica ad ogni livello.

Il Museo del Banditismo si propone di compiere ricerche sulle testimonianze materiali dell’uomo e del suo ambiente: le acquisirà, le conserverà, le comunicherà e soprattutto le esporrà ai fini di studio, di educazione e di diletto. Questo museo, allestito non a caso nel palazzo della vecchia Pretura, è situato nella zona più antica del paese. E proprio nei vicoli attigui a questo edificio, più di un secolo fa, furono commessi numerosi omicidi. Il percorso espositivo si articola in 4 sale che accolgono una bella documentazione e oggetti che vale la pena di vedere. Una teca è dedicata al bandito aggese Sebastiano Tansu, “il Muto di Gallura” figura che ispirò l’omonimo romanzo di Enrico Costa.


Museo del Banditismo

Di questo periodo molto travagliato e sanguinario che coinvolse il paese di Aggius, sono rimaste oltre alle testimonianze conservate all'interno di questo unico museo, anche miti e leggende. Una di queste racconta di un monte: "Lu Monti di la Cruzi" ...... 

Questo monte è il più famoso e importante di quelli che formano il Resegone di Aggius, esso sovrasta il paese e sulla punta più alta è stata issata una croce di ferro, che ha dato il nome al monte.
Visitandolo si rimane affascinati dalle sue forme granitiche e in particolar modo: dall’arco del diavolo, che si trova a pochi passi dalla grande croce posta in cima al monte; dalla conca della Madonna, una specie di nicchia naturale scavata nel granito, si dice che la Madonna qualche volta vi abitasse per tenere lontano il diavolo; da “lu Tamburu Mannu”, una gran lastra di granito che posa sopra un blocco spianato, basta salire sull’orlo e far forza col corpo perché la pietra oscilli, dondoli e produca un rullio cupo, sordo, continuo come il mugolio di un tuono in lontananza.
A memoria dei più vecchi, questo tamburo è sempre esistito, e pare abbia malefici influssi. Si dice che quando si ode il rullio è certo che una persona è morta o deve morire di morte violenta. (E. Costa, Il Muto di Gallura).
Narra la leggenda che ogni giorno, al calar della sera, il diavolo si affacciava sul monte “Tamburu” e, piantati gli enormi piedi sullo stesso e poggiate le mani su un altro masso antistante (esistono quattro cavità naturali su quei massi che la leggenda attribuisce appunto alle impronte di Satana) lo faceva traballare emettendo dei boati simili al rullo di un gigantesco tamburo, pronunciando con voce profonda e roca la terribile minaccia:

“Aggju meu, Aggju meu,
e candu sarà la dì chi ti z’aggju
a pultà in buleu?”

E ciò continua la leggenda, per infliggere al paese il giusto castigo a causa dell’uccisione di circa settanta persone in seguito alla feroce inimicizia sorta, nella seconda metà del 1800, tra le famiglie dei Vasa e dei Mamia per il mancato matrimonio dell’irrascibile Pietro e della soave Mariangela.
La popolazione aggese, atterrita dalle quotidiane minacce del diavolo, decise di prendere dei provvedimenti: si ricorse al parroco, si chiamarono a consulto “li rasgiunanti” del paese (i saggi del paese), ma invano, perché il diavolo continuava a tormentare la popolazione.
Verso la seconda metà dell’ottocento, ad un missionario capitato ad Aggius venne l’idea di piantar una gran croce di ferro sul monte, per far fuggire il demonio. 
Tutti gli abitanti si recarono sul monte in processione orante e si racconta che in quella notte soffiò un vento fortissimo, che sradicò molte querce secolari e fece precipitare dai monti più di un masso di granito. Tutte le case tremarono dalle fondamenta, ma la croce rimase ben salda. Gli aggesi corsero dal Rettore terrorizzati, ma egli li rimandò a casa tranquillizzandoli dicendo loro: “è il diavolo che torna all’inferno”.


"Lu Tambureddu"

Scopri cos'altro vedere e cosa fare ad Aggius.

Attraverso una serie di appuntamenti domenicali gratuiti ed esclusivi, con la Penisola del Tesoro il Touring conduce i propri soci alla scoperta dei luoghi meno conosciuti del nostro Paese ma non per questo meno importanti quanto a ricchezza di tesori artistici, naturalistici, tradizioni culturali e artigianali.

La prima tappa del 2018, domenica 25 marzo, ci porta a Pizzighettone (CR), Bandiera arancione del Touring e una delle più complete e significative città murate della Lombardia. 
Il centro storico è circondato dalla cinta muraria cinquecentesca: un complesso difensivo lungo circa 2 km, con un’altezza di 12 m, una larghezza di 15 m ed uno spessore murario che raggiunge mediamente i 3,60 m. Di interesse storico-culturale anche il Museo civico, che spazia dalla Preistoria all’età Moderna, e la torre del Guado, a pianta quadrata e merlata, unica testimonianza integra dell’antico castello.
Inoltre, da segnalare le Casematte, ambienti con volta a botte all’interno delle mura, tutti collegati tra loro (unici in Europa); la parrocchiale di S. Bassiano, la più antica chiesa del paese d’impronta romanico-lombarda; da assaggiare i Fasulin de l’oc (Fagiolini dall’occhio) ai quali viene dedicato tra ottobre e novembre un’importante maratona gastronomica nelle Casematte.


COME PRENOTARE
Le visite guidate della Penisola del Tesoro a Pizzighettone (CR) di domenica 25 marzo si possono prenotare telefonando a  ProntoTouring, tel. 02.8526266.
La partecipazione, gratuita, è riservata ai soci Touring e ai loro accompagnatori.

Scarica il programma dettagliato e le convenzioni con alberghi e ristoranti.

Dal 23 al 25 marzo si terrà a FieramilanocityFa' la cosa giusta!“, l'edizione nazionale della fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili che nel 2018 compie quindici anni. ​Ingresso gratuito.

All'interno dello stand di A.Mo.Do (QB23 - Padiglione 3) sarà possibile trovare materiale relativo alle Bandiere arancioni. Touring, inoltre, interverrà, all'interno di due convegni dedicati alla mobilità dolce e alle certificazioni turistiche.

A.Mo.Do (alleanza per la mobilità dolce) nasce dal desiderio delle più importanti Associazioni Nazionali (tra cui Touring Club Italiano) impegnate sul tema di collaborare per promuovere e far crescere la mobilità dolce, attraverso una serie di azioni e attività da sviluppare congiuntamente. Un accordo di collaborazione fra diversi enti operanti nel territorio, che hanno in tal modo creato una vera “rete” per la promozione della mobilità dolce.

Arroccato su un’estrema propaggine del Pollino, al confine tra Basilicata e Calabria, il paese è sovrastato dal Monte Coppolo, che alla valenza naturalistica associa quella storica, conservando le mura dell’antica Lagaria, fondata secondo la leggenda da Epeo, costruttore del cavallo di Troia.
Il monumento più importante è rappresentato dal castello dei Morra, ai cui piedi si snodano i vicoli del borgo medievale, collegati tra loro dai caratteristici “gafii”, passaggi coperti a volta. Molto interessante è anche la chiesa Madre, finemente affrescata. Ma Valsinni è soprattutto un comune da sfogliare…infatti è sede del Parco letterario Isabella Morra, poetessa, figlia del feudatario del castello, considerata una delle voci più originali e autentiche della lirica femminile del ‘500.


 

Domenica 18 marzo, alle 12.15, scopriamo Valsinni insieme al programma televisivo "Borghi d'Italia", in onda su TV2000 (visibile in tutto il territorio nazionale sul canale 28 del Digitale Terrestre, sul canale140 di Sky e in streaming sul sito). 
Conosceremo i protagonisti del territorio e visiteremo il borgo; inoltre, degusteremo i piatti tradizionali e gli altri prodotti tipici della località. Buona visione!

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I segreti e le tecniche di lavorazione dei prodotti artigianali custoditi nei comuni Bandiera arancione da Nord a Sud sono giunti immutati fino ai giorni nostri tramandati di generazione in generazione. Gli abitanti dei borghi conservano gelosamente le pratiche della produzione per continuare a realizzare manufatti pregiati e unici, legati alla cultura e alle tradizioni del territorio, da acquistare nelle piccole botteghe o scoprire nei musei.
Una produzione ricca e variegata che spazia dalle campane tipiche di Agnone ai preziosi coltelli di Maniago, dai telai di Ala al famoso Museo del Falegname Tino Sana ad Almenno San Bartolomeo.

La cittadina di Ala, in Trentino, è famosa nel mondo per la seta pregiata prodotta fin dal primi anni del 1500 quando, passata sotto il controllo della Casa d’Austria, le attività manifatturiere e commerciali cominciarono a svilupparsi attorno alla produzione di seta nei filatoi ad acqua. La prima fabbrica di velluti, fondata nel 1657, diede il via a un fiorente artigianato e commercio che rese Ala famosa in tutta Europa grazie all’esportazione del prezioso tessuto in Austria, Boemia, Ungheria e in altri Paesi. L’arte della seta e dei velluti modificò la città facendola diventare un centro economico di primaria importanza, richiamando nuovi abitanti e sollecitando trasformazioni sostanziali sia a livello urbano sia in ambito culturale ed artistico.     
Il primo filatoio, che risale alla fine del ‘500, è visitabile ancora oggi. Qui trecento telai davano da vivere a seicento famiglie, in ciascuna delle quali lavoravano un garzone e un tessitore, per una produzione annua di 3.600 pezze da ventisette braccia. Un prodotto di ottima qualità in grado di reggere la concorrenza con mercati lontani e dalle antiche tradizioni come le Fiandre, la Turchia e Genova. Info

Il borgo di Agnone, in provincia di Isernia, nell’Alto Molise, si distingue per la produzione di campane. Merito soprattutto delle fonderie sopravvissute e della tradizione della fusione dei laboriosi campanari di Agnone che dall’anno mille si tramandano di padre in figlio. Per realizzare una campana, ad Agnone ancora oggi si usano le stesse tecniche dei maestri del Medioevo e del Rinascimento.
Il rito inizia con la costruzione della campana, con la guida di una sagoma di legno di una struttura in mattoni che corrisponde all’interno della campana. Su questa si sovrappongono strati di argilla fino a formare lo spessore voluto. Sulla superficie levigata si applicano i fregi in cera, le iscrizioni, gli stemmi e le figure che decoreranno la falsa campana. Quindi si realizza il “mantello” che si ottiene sovrapponendo strati successivi di argilla, lasciando essiccare tra un’applicazione e l’altra. L’essiccazione si ottiene tramite carboni accesi, collocati nell’anima di mattoni. Il ciclo di lavorazione di una campana varia da trenta a novanta giorni, una volta pronta se ne collauda il suono rilevandone la tonalità con diapason e apparecchi speciali. In altri reparti poi la campana viene completata dal battaglio, costruito proporzionalmente al suo peso.
Ad Agnone sono state fuse campane celebri tra cui quella per il Santuario di Lourdes nel centenario dell’apparizione (1958), la commemorativa del primo centenario dell’Unità d’Italia (1961), la campana del Concilio Vaticano II (1963), la “Kennedy Bell” (1964), la campana dell’Anno Santo (1975) e la campana di Medjugorje (1988). Info

In Friuli Venezia Giulia, il borgo di Maniago è famoso per la produzione artigiana dei coltelli. Questo perchè la Val Colvera, splendida oasi verde delle Dolomiti friulane in provincia di Pordenone, è da sempre terra ricca di acqua e di ferro. La tradizione della realizzazione delle lame e dei coltelli esisteva a Maniago già in epoca romana, ma fu nel periodo del Rinascimento che si sviluppò maggiormente con l’apertura delle prime botteghe artigiane dei coltellinai. Oggi, i coltelli di Maniago sono una realtà produttiva che tiene alta la bandiera del Made in Italy: dal 1960 è attivo il Consorzio Coltellinai Maniago e la città è sede del Distretto delle coltellerie, formato da 9 Comuni, nel quale operano circa mille addetti nel solo ciclo produttivo degli articoli da taglio. Info

Il comune piemontese di Mergozzo, nella Val d’Ossola è immerso in un paesaggio dove la pietra è l’elemento principe, largamente impiegato nella costruzione di abitazioni, tetti, elementi architettonici, fontane, tavoli e panche, fioriere, monumenti funebri e anche strade e selciati. Ecco perché l’intero artigianato del paese gira attorno alla pietra e all’abilità degli Scalpellini, i maestri della pietra capaci di plasmarla con strumenti antichi per produrre pezzi unici. L’area è molto nota anche per la produzione del famoso granito verde di Mergozzo. Info

Acquaviva Picena, nelle Marche, è famosa per la produzione artigianale di cesti intrecciati di paglia e salice: le Pajarole. Si tratta di un lavoro minuzioso e paziente realizzato unicamente ed esclusivamente a mano dalle donne del paese. Le origini di questa tradizione si perdono nella notte dei tempi e ancora oggi non è raro vedere, soprattutto d’estate, le anziane donne del paese sull’uscio di casa intrecciare la paglia con formidabile maestria servendosi semplicemente di un punteruolo E’ possibile visitare l’esposizione delle pajarole presso la sede dell’Associazione Laboratorio Terraviva. Info

Ad Almenno San Bartolomeo, in provincia di Bergamo, ha sede il Museo del Falegname Tino Sana. Nato nel 1987 dalla profonda passione del fondatore per la falegnameria, il museo è considerato un patrimonio culturale di altissimo profilo. Qui i visitatori trovano una ricostruzione delle botteghe con i loro arnesi: il seggiolaio, il modellista, il carraio, l’intarsiatore, il bottaio, il liutaio, ma anche la storia secolare dei carri regionali, dei burattini e l’evoluzione della bicicletta. L’esposizione si sviluppa su tre piani illustrando il lavoro del falegname con attrezzi e utensili di bottega, macchine, ricostruzioni di falegnamerie, segherie, laboratori di intarsio. In mostra si possono vedere manufatti tutti rigorosamente in legno come mobili di casa, zoccoli, una baracca dei burattini, strumenti agricoli e mezzi di trasporto come carri, carrozze, biciclette, barche e persino un’automobile del 1924 e un aereo della prima guerra mondiale. Una visita che emoziona e fa apprezzare ancora di più l’abilità del lavoro manuale che oggi sta scomparendo. Orari: 9-12 dal lunedì al venerdì, sabato e domenica 15-18 . Info

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La produzione artigianale di coltelli e articoli da taglio a Maniago
Museo del falegname Tino Sana ad Almenno San Bartolomeo
Figuranti intenti nella lavorazione della seta ad Ala
Veduta panoramica di Agnone
Veduta del borgo di Mergozzo
Le tipiche pajarole di Acquaviva Picena, foto di S. Savi
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L’arrivo della primavera viene festeggiato nei borghi Bandiera arancione con concerti, rassegne teatrali,  eventi gastronomici e facendo rivivere antiche tradizioni. Di seguito 7 borghi che propongono eventi a marzo e aprile per una giornata fuori dalla routine quotidiana.

Campo Tures, piccolo comune nella provincia di Bolzano e capoluogo della Valle Aurina, offre un fine settimana all’insegna del formaggio, il proprio prodotto tipico. Dal 9 all’11 marzo a Campo Tures ha luogo infatti il Festival del Formaggio durante il quale sarà possibile degustare e acquistare differenti tipi di formaggi e trovare menu dedicati alla specialità nei ristoranti locali.
La passione per il formaggio ha spinto Martin Pircher, proprietario di un negozio di alimentari di Campo Tures, ad organizzare da  diversi anni nel centro del paese la "mostra-mercato" internazionale del formaggio. L’intento della manifestazione è quello di guidare, consigliare, informare e far degustare alle persone le tante varietà di prodotti caseari sudtirolesi.
Nei tre giorni dell'evento, gli ospiti potranno visitare fino a 100 espositori che offriranno quasi mille tipologie diverse di formaggio. Tra i partecipanti i mattatori locali, i caseifici dei masi, i caseifici della regione come pure produttori del resto d'Italia ed anche d'Europa (Olanda, Norvegia, Polonia, Germania, Austria, Svizzera).
A fare da contorno al mercato del formaggio, un ricco programma con degustazioni guidate, laboratori del gusto, cucina dal vivo con cuochi stellati, workshop e un creativo programma per bambini. Anche per i più piccoli infatti si prospetta una ricca giornata produttiva, con la possibilità di creare, aiutati dai produttori, formaggio, mozzarella o cioccolata.  Info

Cannero Riviera, piccolo paese piemontese situato tra le montagne e le sponde del Lago Maggiore, organizza uno dei primi eventi all’insegna della primavera. Noto per la sua vegetazione mediterranea, il comune celebra tutti gli anni gli agrumi, prodotto tipico della zona. Nel momento in cui l’inverno cede il passo alla primavera, il borgo organizza l’undicesima edizione de “Gli agrumi di Cannero” che quest’anno si terrà dal 10 al 19 marzo. In occasione dell’evento il borgo verrà allestito a tema per omaggiare il patrimonio locale di limoni, cedri, arance, mandarini, pompelmi, pummeli, chinotti, clementine, e bergamotti. Passeggiando per il paese, i turisti potranno visitare l’esposizione di diverse varietà di agrumi, i giardini privati o il “Parco degli agrumi” seguiti da spiegazioni di esperti botanici, partecipare a piccole degustazioni guidate, degustare menù dedicati a tema nei ristoranti e assistere a show cooking al sapore di agrumi. Info

A Pitigliano, piccolo borgo toscano in provincia di Grosseto, il 19 marzo si celebra un rito antico risalente agli Etruschi: il falò di San Giuseppe. Il rituale è caratterizzato da un grande falò, il quale metaforicamente vuole rappresentare la fine dell’inverno e l’inizio della stagione primaverile. Ha inizio a notte fonda il rituale durante il quale almeno quaranta uomini, i “torciatori”, danno il via alla marcia che li porterà fino alla piazza del Comune.
Il corteo è semplice: in testa la statua di San Giuseppe portata da due uomini seguita dalla fila dei torciatori, vestiti in un grezzo saio con cappuccio e con in spalla una fascina di lunghe canne accese. In piazza del Comune, ad aspettare il corteo, ci sono dei figuranti in costume rinascimentale e sbandieratori. Arrivati in Piazza i torciatori gettano le loro fascine sull'Invernacciu, un albero realizzato con fascine di canna, accendendolo. Come nella migliore tradizione contadina le donne del paese raccolgono la brace residua per portarla a casa come amuleto fino al prossimo anno. Info

Tra marzo e maggio torna a Pizzighettone la rassegna Teatro alle Mura, ambientata nella storica cornice dell’antica cerchia muraria della città. La manifestazione porterà nel borgo cinque spettacoli per adulti e bambini programmati in questa suggestiva location con varie le proposte che vedranno alternarsi compagnie locali in una serie di incontri che regaleranno dei momenti di evasione, ma anche spunti di riflessione. In programma a marzo:
sabato 10 alle ore 21.00 SIPARIETTO, SCIURI E PORI DIAULI, due poveracci vengono assunti da un marchesino per fingersi i suoi parenti aristocratici e impressionare il futuro suocero. Si creano così situazioni paradossali e divertenti;
sabato 24 alle ore 21.00: SENTICHIPARLA, IL BELLO DELLE DONNE, una vedova inconsolabile, un’avvenente bionda al mare e un uomo incredibilmente ed esageratamente bello. Uno spettacolo brillante che prende in giro vizi e virtù dell’umanità.
Il costo del biglietto è di 5 euro per gli spettacoli mentre i bambini al di sotto degli 8 anni accederanno gratuitamente a tutta la rassegna. Info

Camerino, borgo in provincia di Macerata nelle Marche, organizza anche quest’anno la 48esima stagione concertistica. Anche a marzo e ad aprile si tengono i concerti della Gioventù Musicale, l'associazione che da 60 anni organizza la musica di qualità nella città. Musica per tutti i gusti, dalla classica alla jazz, presso l'aula magna del Polo scolastico provinciale. Info

A San Leo, borgo in provincia di Rimini, si tiene la nuova edizione di “Un Teatro per i Ragazzi”. La rassegna presenta in cartellone spettacoli con cifre stilistiche e tecniche e linguaggi molto diversi tra loro, contraddistinti tuttavia da una comune attenzione alla poetica e al messaggio formativo destinati all’intrattenimento di un pubblico giovane e non. Il 24 marzo in scena “Le nuove avventure dei Musicanti di Brema” alle ore 21.00. Info

Castrocaro Terme e Terra del Sole, importante centro termale romagnolo, di antichissime origini, oggi conserva interessanti monumenti storici del medioevo, del rinascimento e del periodo art-decò. Dal 30 marzo al 2 aprile, Festival dei sapori e dell'artigianato, dedicato alla degustazione e vendita di prodotti artigianali ed enogastronomici con intrattenimenti, musica dal vivo ed animazioni. Info

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Fotogallery

Veduta di Campo Tures
Gli agrumi di Cannero Riviera in mostra
Veduta panoramica di Pitigliano
Il centro storico di Pizzighettone
Camerino e il suggestivo panorama circostante, foto di R. Di Girolamo
Piazza Dante a San Leo, foto di L. Ciucci
Corte della fortezza di Castrocaro Terme e Terra del Sole
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La Battaglia svelata - nella storia e nel disegno di Leonardo Da Vinci. Uno spazio immersivo per scoprire l’innovativa opera del genio del Rinascimento. Un momento eccezionale per ripercorrere la vicenda di uno dei più importanti dipinti della storia dell'arte.

Presso il Palazzo del Marzocco ad Anghiari (AR) la ricostruzione completa attraverso i disegni preparatori, provenienti dai Musei di tutto il mondo, del capolavoro di Leonardo da Vinci. Il famoso dipinto scomparso della Battaglia di Anghiari riprende qui corpo dalle fasi preparatorie con uno spazio immersivo virtuale per rivivere l’innovativa opera del Genio del Rinascimento. La sezione dedicata alla ricostruzione del fatto d'armi è profondamente rinnovata, con un percorso, ricco di testimonianze, sulle cause e conseguenze storiche dello scontro del 29 giugno 1440 fra fiorentini e milanesi.

Per informazioni
Museo della Battaglia e di Anghiari
Tel. 0575787023
www.battaglia.anghiari.it