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Era il lusso dei poveri, da sempre non ostentato, non esibito, riservato al ristretto ambito della comunità di villaggio. Forse è questa la ragione per cui il carnevale alpino è rimasto un fenomeno poco noto al di fuori delle zone in cui viene ancora celebrato. Mille miglia lo separano dai carnevali di città, dove vince lo spirito del divertimento, del piacere narcisistico di stupire mostrandosi mascherati, dell'esibizione di chi già ha soddisfatto i suoi bisogni primari. In montagna, invece, il carnevale tende a essere un rito collettivo per valligiani che concepiscono la loro vita come dipendente dai ritmi non determinabili della natura. Ecco perché nei villaggi alpini troviamo maschere codificate e ruoli fissi eppure vari, proprio come il ripresentarsi delle stagioni. In tutto l'arco alpino i carnevali hanno spesso il carattere di una processione rigidamente strutturata, dove all'improvvisazione è concesso ben poco spazio: il segno si fa rito, si fa azione che auspica il ritorno della primavera, nella speranza che campi e boschi diano ancora i loro frutti, che fame e miseria se ne stiano lontane, che la divinità non neghi la sua protezione. Nulla di folcloristico, dunque, nei carnevali che rallegrano le domeniche di febbraio di qua e di là delle Alpi, dalla Svizzera al Tirolo, dalla Valle d'Aosta al Trentino.



Ma è nel Comelico Superiore e a Sappada che sopravvivono alcune delle mascherate più complete di tutta la montagna europea, nelle quali sono sempre presenti le tre categorie di personaggi fondamentali in questo genere di cortei: gli “Annunciatori” (sia “belli” che “brutti”), i Messaggeri e i Garanti. E se fedelissime allo spirito originale, sacrale e religioso, sono le mascherate del Comelico Superiore, il Carnevale di Sappada (per il quale è appena stato avviato l'iter per candidarlo a bene immateriale dell'Unesco) tende invece a esaltare di più i valori sociali. Le sue origini risalgono a quelle della piccola comunità germanofona che quassù si insediò nel medioevo, e non è dunque un caso che manifestazioni simili si ritrovino in Tirolo, nel carrnevale di Telfs, presso Innsbruck.



Il Carnevale Sappadino (Plodar Vosenòcht) è allegoricamente dedicato ai pezzenti, ai contadini, ai signori, ognuno dei quali ha dedicata una delle tre domeniche di festeggiamenti che precedono il Mercoledì delle Ceneri (ma a Sappada si sfila anche il Giovedì, il Lunedì e il Martedì grassi). Si susseguono dunque la “Domenica dei poveri” (Pèttlar sunntach), dove si vestono abiti dimessi, la “Domenica dei contadini” (Paurn sunntach) in costume da agricoltori, e infine l'attesissima “Domenica dei signori” (Hearn sunntach), in cui si sfoggiano i costumi più raffinati. Travestimenti, scenette e dialoghi sono ispirati alle diverse occupazioni, ma tutti i cortei risultano molto sfarzosi, mentre i questuanti che bussano alle porte ricevono in dono una “schotte knelle”, una piccola ricotta. Bellissime e arcigne sono le maschere in legno (lòrvn), intagliate da bravi artigiani locali, e per le quali dal 1998 si organizza anche una gara di intaglio, la “Schnitzar Bette”. Grazie ad esse, ognuno per un giorno può farsi da povero ricco, e da ricco povero.

L'aspetto sociale delle sfilate sappadine non impedisce però che il personaggio più tipico del Plodar Vosenòcht, tanto da essere eletto a simbolo di Sappada, sia una figura sacrale: è il Ròllate (rollat), cui spetta il compito di aprire e chiudere le sfilate, e al quale è interamente dedicata la giornata del Lunedì grasso. Il pellicciotto (pelz) di caprone e il cappuccio gli conferiscono un aspetto bestiale, quasi a farlo sembrare un orso dal volto umano, ma la sua origine zoomorfa non gli impedisce di rivestire funzioni tanto divine, di “Annunciatore bello”, quanto demoniache, di “Garante” che brandisce minacciosamente una scopa (hadratpesn).

Il suo nome, Ròllate, deriva dalle rumorose sonagliere di bronzo che porta alla cintura, le “rolln” nel dialetto locale. I pantaloni a righe orizzontali bianche, nere e rosse sono confezionati con la “hille”, la tela con cui d'inverno si coprivano gli armenti. Al collo porta un fazzoletto (hòntich), rosso per i coniugati e bianco per i celibi. Ai piedi ha scarponi chiodati (aisnschui), con i quali può inseguire e terrorizzare i bambini anche sulle strade ghiacciate.

Come accade nelle altre località di montagna teatro di carnevali alpini, durante il Carnevale a Sappada si preparano anche diversi dolci, con le cuoche che cercano di dare il meglio prima delle restrizioni e dei digiuni quaresimali. E se tuttora le frittelle lungo l’arco alpino sono il dolce più semplice e diffuso di Carnevale, le varianti sono moltissime, nella preparazione della pastella o nella forma della frittella: a Sappada trionfano dunque le semplici frittelle (muttn), ma anche i krischkilan (una sorta di chiacchiere o di cròstoli come li si chiama nel Triveneto), gli hosenearlan (orecchiette di lepre, la versione locale delle castagnòle bellunesi a forma di castagna e con uvetta e pinoli nell’impasto), i mognkròpfn (con il ripieno di papavero, sono l'equivalente dei carfògn agordini a mezzaluna).

Testo di Roberto Copello; foto turismofvg.it, infosappada.it e mapio.net

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Tre musei con cui dare conto della storia e dell'identità locale. Così Sappada/Plodn prova a raccontare se stessa, in primo luogo ai suoi abitanti, e quindi pure ai tanti che, visitandola, sono rimasti incuriositi e incantati.

Il primo è il Museo etnografico “Giuseppe Fontana”, sorto nel 1972 su iniziativa dal maestro locale Giuseppe Fontana, e che documenta, attraverso la ricostruzione degli ambienti della casa tipica di Sappada, la storia del lavoro e della cultura della valle sappadina. Timoroso che il patrimonio culturale sappadino si disperdesse, il maestro Fontana aveva passato anni a raccogliere strumenti agricoli e d’uso quotidiano, con i quali nel 1972 aveva allestito un museo in borgata Bach. Alla sua morte, nel 1975, il museo gli fu intitolato e da allora le collezioni si sono allargate (comprendono anche una sezione geologica e paleontologica) e dal 2009 sono state trasferite nella nuova e più ampia sede di Cima Sappada. Oggi, così, il Museo etnografico “Giuseppe Fontana” fornisce un quadro esaustivo dell’ambiente naturale (rocce e fossili, animali del bosco e uccelli, fiori alpini ed essenze arboree) e della comunità che da un millennio abita la conca di Sappada. Una sezione è dedicata alle case sappadine, con le tipologie architettoniche della vallata, un'altra alla vita quotidiana di un tempo, con gli strumenti delle attività agro-pastorali e artigianali, un'altra ancora alla religiosità popolare. Chiudono il percorso museale le maschere del Carnevale sappadino (vosenòcht).

Per vedere ricostruiti gli ambienti delle case sappadine di una volta occorre invece spostarsi in borgata Cretta e visitare l'antica casa Puicher s’Kottlars, abitazione in legno di metà Ottocento che è stata adibita a Casa-Museo della Civiltà contadina.



Dotata di ben tre stufe e di una stalla-fienile sul retro, fa comprendere bene con i suoi ambienti come viveva una famiglia sappadina: la cucina (kuchl) annerita dal fumo, il salotto (kòschtibe) che come le stube tirolesi è rivestito in legno e ha una stufa in muratura (kòchlouvn) in un angolo, le camere da letto e il laboratorio per i lavori di falegnameria, il ballatoio esterno e il tetto coperto da scandole in larice. Accanto alla casa c'è poi un curatissimo orto dove sono coltivate le verdure che per secoli hanno alimentato generazioni di sappadini (patate, cavolo cappuccio, fave, piselli, rape, rafano, cipolle, aglio, carote, insalata, erbe officinali) oltre a cereali come orzo, segale, avena per i cavalli.

Il terzo e ultimo museo riguarda una pagina di storia più recente: è il Piccolo Museo della Grande Guerra, nato dalla passione di due collezionisti di cimeli bellici. In uno spazio espositivo ricavato da un ex macello comunale presso le Cascatelle del Mühlbach sono esposti reperti, divise, attrezzi e stufe da campo appartenuti a soldati italiani e austriaci durante la Prima Guerra Mondiale, che qui si fronteggiarono fra il 1915 e il 1917. Sappada si trovava vicina alla linea del fronte, ma non fu mai teatro di scontri importanti, quanto piuttosto di una logorante e durissima guerra di posizione, di cui sul territorio restano molte tracce: trincee, gallerie e fortificazioni. Proprio in territorio comunale nel 2015, per il centenario dell'entrata dell'Italia in guerra, presso le sorgenti del Piave in Val Sesis è stato inaugurato il monumento “Fiamma della pace” a memoria dei caduti delle guerre, il secondo in Italia dopo quello posto a Montecassino qualche anno fa.

Testo di Roberto Copello; foto sappadadolomiti.it (in alto), Tripadvisor (museo Fontana(, regioneveneto.musei.it (casa contadina), Flickr (museo della guerra).

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Ci può essere un fiume più caro alla nazione italiana del Piave (o della Piave, come era chiamato fino al 1918, al femminile, quando D'Annunzio impose un cambiamento di sesso)? Eppure hanno nomi tedeschi le prime frazioni che il quinto corso d'acqua italiano incontra sul suo cammino, una quindicina di chilometri dopo essere sprizzato dalle rocce calcaree del Peralba, a circa 2000 metri di quota: si chiamano Puiche, Kratten, Hoffe, Cottern, Muhlbach, Pill... Le loro baite in legno, del resto, hanno un aspetto nordico. E i loro abitanti parlano un dialetto germanico.

Il Piave, o la Piave, lo sa da almeno mille anni, e non sembra farsene un problema. Dopo, una volta essersi lanciato nell’orrido dell’Acquatona, il Piave dal Cadore all'Adriatico sarà un fiume tutto veneto. Ma all'inizio appare qualcosa di diverso, così come hanno qualcosa di differente, di unico, sia l'idilliaca piana alpina in cui scorre sia il suo incantevole comune dai tanti nomi: Sappada in italiano, Plodn in dialetto tedesco sappadino, Bladen in tedesco, Sapade in friulano, Sapada in ladino. Tanto differente che i suoi abitanti hanno deciso di recidere la dipendenza amministrativa dal Veneto e, in barba alla logica dei confini imposti da displuviali e bacini idrografici, di legarsi con chi sta al di là dello spartiacque: ovvero il Friuli, regione dove si parla una lingua altrettanto ostica, e dove esistono altre isole linguistiche germanofone, come quella della vicina Sauris. Certo, sono serviti quasi dieci anni per concludere l'iter del passaggio di Sappada al Friuli-Venezia Giulia, avviato con il referendum comunale che nel marzo 2008 vide il 95% dei votanti pronunciarsi per l'addio al Veneto. Si è poi dovbuto attenere il settembre 2017 perché il Senato desse il suo parere positivo, consentendo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale il 16 dicembre 2017. Da allora per Sappada e i suoi abitanti è iniziata una nuova vita: continuino pure le acque del Piave a scendere verso il Cadore e verso il mare, ritrovando accenti tedeschi solo alla sua foce, presso il Lido di Jesolo caro ai turisti austriaci. Loro, gli abitanti, per ogni atto amministrativo ora preferiscono salire al valico di Cima Sappada e scendere verso la Carnia e verso Udine (alla cui provincia peraltro Sappada era aggregata fino al 1852, durante la dominazione austriaca).



A questo punto qualcuno si chiederà che cosa ci fanno un villaggio e un popolo germanici incuneati, e isolati, tra il Comelico e la Carnia. Documenti scritti non ne esistono, ma una leggenda racconta che a stabilirsi nella valle furono, intorno all'anno Mille, alcune famiglie tirolesi scese verso sud per fuggire al “regime” di conti particolarmente tirannici. La leggenda vuole che si trattasse di 15 famiglie, che avrebbero fondato le 15 borgate che tuttora costituiscono il paese. Isolati a 1250 metri in una vallata di montagna, chiusa fra passi alpini percorsi all'epoca solo da ardui sentieri, i loro discendenti conservarono e tramandarono la lingua e cultura tedesca, senza badare troppo a chi si alternava a dominarli.



Quel che è certo infatti è che nel 1296 Sappada apparteneva ai Patriarchi di Aquileia (per i quali era Longa Plavis, qualcosa tipo la piana del Piave), che dal 1420 al 1797 fu veneziana e che quindi, eccettuata una parentesi napoleonica, fu austriaca fino al 1866, quando con il Veneto entrò nel Regno d’Italia. Non avevano nostalgie asburgiche, i sappadini, eppure con il nuovo arrivo dei soldati austriaci, durante la Prima guerra mondiale, furono tutti mandati in esilio in Toscana, Sicilia, Campania e Marche: solo per via del loro dialetto, li si sospettava di simpatie filotedesche. Quanto rientrarono alle loro case, a guerra conclusa, erano ancora tutti contadini, pastori, cacciatori e boscaioli, come lo erano stati durante tutti i secoli in cui avevano vissuto coltivando orzo, segale, avena, patate, rape, cavoli, allevando mucche, maiali, pecore e capre, inseguendo cervi e caprioli per le montagne, tagliando e vendendo legname dei boschi circostanti.

Già durante le due guerre mondiali, tuttavia, la vallata avviò quello sviluppo turistico che oggi ne ha fatto una delle mete più affascinanti dell'arco alpino, con le sue 15 borgate dai nomi solo in parte italianizzati: Lerpa, Granvilla/Dorf, Palù/Moos, Pill/Pihl, Bach/Pòch (sede del Comune), Mühlbach/Milpa, Cottern/Kòttern, Hoffe/Houve, Fontana/Prunn, Kratten/Krotn, Soravia/Begar, Ecche/Ekke, Puiche/Puicha, Cretta/Krètte e Cima Sappada/Zepodn. Ad attirare i visitatori sono tanto il contesto naturale da puro idillio alpino, quanto le tradizionali baite in legno, un patrimonio architettonico gelosamente preservato. Si tratta in genere di abitazioni a due piani, formate da una casa (haus) e una stalla (schtòl) comunicanti, costruite su uno zoccolo in pietra (tschockl) incastrando le travi di legno sugli angoli degli edifici con il sistema detto Blockbau (in sappadino gezimmert).

Le case tradizionali sappadine sono visibili ovunque nella vallata, pressoché in tutte le 15 borgate oggi ormai collegate fra loro, anche se nei primi decenni del XX secolo due gravi incendi distrussero molte baite delle frazioni Bach e Granvilla. Un'occhiata meritano però anche gli edifici religiosi, come l'antica cappella di Sant'Antonio (1726) in borgata Bach e la barocca chiesa arcipretale di Santa Margherita, ricostruita nel 1779, che ha una pala d’altare di Johann Renzler (1802) e affreschi novecenteschi di Francesco Barazzutti (Assunta, Crocifissione, Morte di san Giuseppe, Martirio di santa Margherita). Assai più recente, del 1973, è invece il santuario Regina Pacis, costruito in borgata Soravia a seguito di un voto espresso nella Seconda Guerra Mondiale e davanti al quale sono collocate opere con cui un grande della scultura italiana del XX secolo, Augusto Murer, ha voluto rappresentare le angosce della guerra. Da segnalare pure, a Cima Sappada, la chiesetta alpestre di Sant’Osvaldo (1732), e nella borgata Mühlbach le 14 cappelle della Via Crucis ottocentesca, con belle statue e crocifissi in legno. Molte infine le cappelline (maindlan) e i crocefissi lignei (kraize) che, sparsi sul territorio comunale, attestano la profonda religiosità dei sappadini.

Testo di Roberto Copello; foto Gettyimages.

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È di Almenno San Bartolomeo il bar che nel 2018 è stato premiato come Bar dell'Anno da illycaffè in occasione della presentazione della Guida Bar d'Italia del Gambero Rosso. Il premio, giunto alla diciassettesima edizione, è andato al bar La Pasqualina, locale che ha le sue origini nella locanda per i cacciatori fondato nel 1912 da Piero Daina e Pasqualina Locatelli e che il bisnipote Riccardo Schiavi ha portato all'eccellenza, soprattutto per quanto riguarda i gelati e la pasticceria, tanto da aprire sedi anche a Bergamo e a Porto Cervo.

Almenno San Bartolomeo però è anche porta d'ingresso alle prelibatezze gastronomiche della Valle Imagna, che ha i suoi punti di forza nei formaggi, nei salumi e nella selvaggina. Tra i formaggi, particolare menzione merita lo stracchino, che alcune azienda ancora preparano all'antica, con latte crudo (lo stracchino delle valli orobiche è presidio Slow Food), ma si producono anche delicati caprini fatti con latte di capra e apprezzate formaggelle di alpeggio, prodotte esclusivamente con latte di mucche di razza Bruno Alpina della Valle. E poi si potrebbero aggiungere ricotte e yogurt, taleggio e quartirolo, sempre ottenuti da latte delle mucche locali.

Fra i salumi, in zona si producono salami, cotechini, pancette, prosciutti, salamelle, lonza. E i piatti tradizionali? Ci sono i casonsei o casoncelli, sorta di ravioli che possono essere di magro ma che nella Bergamasca si preparano anche ripieni di carne suina e bovina, insaporiti con amaretti, uvetta, pera e scorza di limone. E poi, naturalmente, c'è la polenta, emblema della tavola orobica, l’alimento che ha sfamato generazioni di bergamaschi, specie nelle valli: gialla e compatta, da cucinare in un paiolo di rame posto possibilmente sul fuoco a legna, d tagliare a fette, da condire con burro e formaggio fuso, o da accompagnare a funghi, brasato, cervo, “codeghì” o cotechino bergamasco.

Più tipici della Valle Imagna sono invece altri piatti come il coniglio alle erbe o il cervo in salmì.

Si producono inoltre uva, frutti di bosco, in particolare è tipico il lampone dell'Albenza, miele, e naturalmente il vino: Almenno rientra a tutti gli effetti nella zona di produzione della Valcalepio dove di produce un ottimo vino rosso come il Valcalepio DOC, dal colore rosso rubino, con un intenso profumo di amarena e un sapore asciutto che si abbina alla perfezione con i formaggi e i salumi locali. E, naturalmente, con la polenta.

Per promuovere i prodotti locali, la locale Pro Loco fa parte della "Strada del Vino Valcalepio e dei sapori della Bergamasca" che propone itinerari culturali con la possibilità di acquistare prodotti locali.

Testo di Roberto Copello; per le foto, si ringraziano bar La Pasqualina; slowfoodvalliorobiche.it (in alto e al centro); Getty (polenta).

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L'ambiente agreste che la circonda, intatto e armonioso, ha qualcosa di antico e rafforza la suggestione che si manifesta in chi scopre questo gioiello romanico. Perché la preziosa chiesetta di San Tomè, ovvero di San Tomaso in Lémine, ad Almenno San Bartolomeo non è una semplice ancorché millenaria pieve rurale, come se ne possono trovare tante in giro per l'Italia, ma è un esempio unico, sofisticato e geniale di architettura religiosa medievale.



Di fatto, con la sua perfetta struttura circolare, dal fascino quasi magico, si tratta di una delle più belle e originali costruzioni romaniche a pianta centrale della Lombardia, con i tre cilindri sovrapposti dalle differenti dimensioni che formano un gioco piramidale di volumi che conferisce leggerezza ed eleganza all'edificio.

San Tomè - detta anche La Rotonda di San Tomè - si raggiunge dalla zona industriale ai piedi di Almenno San Bartolomeo, percorrendo la strada della Regina e oltrepassando la provinciale che porta nella Valle San Martino e a Pontida. Eretta in conci di pietra verso la fine dell'XI secolo o, al più tardi, all'inizio del XII secolo, la chiesetta di San Tomè ha forme così sofisticate che hanno fatto pensare, niente meno, che a una raffinata elaborazione della Cappella Palatina di Aquisgrana.



L'edificio si compone attraverso le precise geometrie del cerchio e della retta che generano gli involucri spaziali cilindrici del corpo principale (scandito all'esterno da semicolonne e misurato superiormente da una sequenza di archetti) e dell'abside, compenetrata nel corpo principale. L'interno, circolare, è scandito da otto colonne a cui sono sovrapposte altrettante colonne del matroneo, con il perfetto taglio della pietra e l'originalità dei capitelli (soprattutto quelli del piano superiore, finemente decorati con figure zoomorfe, antropomorfe e geometriche) che arricchiscono di qualità cromatiche e plastiche la suggestione delle strutture circolari. Queste si moltiplicano nei due livelli sovrapposti del deambulatorio e del matroneo, per estendersi poi alle nicchie del perimetro, alla cavità che contiene la scaletta di accesso al matroneo, al presbiterio e alla cupola a volte anulari.

Testo di Roberto Copello; per le foto, si ringraziano turismovalleimagna.it (in alto); Getty; visitbergamo.net (interno).

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Situata subito a nord ovest di Bergamo, e chiusa a nord dalla catena del Resegone, la Valle Imagna per secoli ha svolto un ruolo soprattutto di supporto agricolo (e in tempi più recenti anche industriale, grazie alle attività di tessitura) all'economia del capoluogo. Un ruolo evidente ancor oggi nel suo assetto territoriale, come mostrano gli insediamenti rurali che, soprattutto nei più antichi nuclei abitativi rurali di edilizia contadina, caratterizzati da una struttura a fortilizio, e grazie anche al paesaggio prealpino da cui sono circondati, formano un ambiente di forte suggestione. Un centro agricolo e di piccole industrie all'imbocco della valle Imagna è anche Almenno San Bartolomeo, che un ponte sul torrente Tornago divide (o congiunge) dalla vicina Almenno San Salvatore.

La storia del Comune è strettamente intrecciata prima con la storia di Lemine (toponimo di incerta origine che indicava un vasto comprensorio territoriale racchiuso tra la sponda occidentale del Brembo e quella orientale dell'Adda) e poi con quella di Almenno San Salvatore. Almenno San Bartolomeo nacque proprio per una scissione del territorio di Lemine Superiore: il 30 marzo 1601 fu rogato l’atto notarile che statuì la divisione fra Almenno San Salvatore e Almenno San Bartolomeo, assegnando a quest'ultima Albenza, Longa e Pussano come territori di pertinenza.

Almenno San Bartolomeo possiede notevoli opere d'arte, una delle quali – la chiesetta di San Tomè, fuori del paese - di assoluta eccellenza (ne parliamo in un approfondimento a parte). Anche il borgo però ha i suoi gioielli. Come la chiesa parrocchiale di San Bartolomeo di Tremozia, nella foto a sinistra, le cui origini risalgono almeno al Quattrocento (fu consacrata il 3 giugno 1453 dal vescovo Giovanni Barozzi). Nel 1520 divenne parrocchia con bolla pontificia di Leone X, se ne avviò la ricostruzione e nel 1562 fu visitata da san Carlo Borromeo. Abbattuta e ricostruita interamente nel XVIII secolo, quindi rimaneggiata nel 1867, la chiesa ha comunque conservato molte delle opere pittoriche più antiche. Degne di nota sono una “Pietà” (1651) di John Christophorus Storer, una “Presentazione al Tempio” (1825) di Francesco Coghetti, un quattrocentesco “San Pietro in Cattedra” di Cristoforo Caselli detto il Temperello e una “Educazione della Madonna” (1826) di Giovanni Carnovali detto il Piccio. Le sue gemme più preziose, però, sono altre.

Consistono in una tela del veneziano Bartolomeo Vivarini, “Madonna con il Bambino” (1485), e soprattutto in una famosa pala di Giovan Battista Moroni, “Lo sposalizio mistico di santa Caterina d'Alessandria” (1567-70). Si tratta di un grande olio su tela (228×148 cm) pensato per l'altare di una cappella laterale voluta da Francesco Lisotti perché dopo la sua morte vi venisse celebrata ogni settimana una messa a suffragio della sua anima. Rappresenta, sulla sinistra, santa Caterina appoggiata alla ruota che è simbolo del suo martirio, così come lo sono i rami di olivo e di palma che un angioletto regge sopra di lei. Sulla destra, in posizione sopraelevata, la Madonna regge Gesù Bambino in braccio e ha sotto di sé un cartiglio con la scritta “Venisti Catherina ut despondereris immortali sponso Christo”.

Nel centro di Almenno San Bartolomeo si trova anche l'affascinante Villa Veronesi, struttura nata a metà del XIX secolo come una cascina, ma che poi l'avvocato e pretore Giovan Battista Veronesi nel corso del XX secolo trasformò in una villa di campagna a tre piani, con un bellissimo giardino di oltre tremila metri quadri. Non possono, inoltre, essere dimenticate le altre splendide e importanti ville ad Almenno San Bartolomeo come Villa Malliana, Villa Quarenghi Visetti, Villa Albanesi, Villa Rota, tutte con una lunga storia.

Quanto ai musei, dal 1987 esiste ad Almenno il Museo del falegname, ideato da un imprenditore locale, Costantino “Tino” Sana, ex apprendista falegname diventato un grande imprenditore con la sua ditta (fondata nel 1964) specializzatasi in mobili per grandi navi da crociera, ristoranti, alberghi di lusso. I tre piani del Museo da lui voluto nel 1984, e via via ampliato sino al 2000, raccontano con oggetti originali la storia della lavorazione del legno dal XVII al XX secolo. Vi sono riprodotte, con i loro arnesi, le botteghe del seggiolaio, del modellista, del carraio, dell’intarsiatore, del bottaio, del liutaio.

Il cammino del visitatore prosegue attraverso il mondo rurale, dove tutto appartiene alla civiltà del legno, dai mobili di casa a una delle calzature più diffuse, lo zoccolo (ricordate “L'albero degli zoccoli”, capolavoro del regista bergamasco Ermanno Olmi?), dall’intrattenimento con la baracca dei burattini agli strumenti agricoli, fino alla sezione dedicata ai mezzi di trasporto: carri, carrozze, slitte, barche, persino un’automobile del 1924 e un aereo in legno della prima guerra mondiale. Al piano superiore si racconta quella che era la vita in via Vignola, un tempo la strada del centro di Almenno San Bartolomeo, con le sue botteghe e i suoi laboratori, il gelataio e il molita, l’ombrellaio e l'osteria, la lavanderia e il calzolario, il barbiere e il sarto. E c'è anche una sala dedicata alla bicicletta, dove sono esposti esemplari dal 1820 ai giorni nostri (c'è anche una bici tutta in legno realizzata da Sana), ma anche le maglie e le bici del grande campione orobico Felice Gimondi. Tino Sana ha anche messo a disposizione gli spazi attigui al Museo del falegname per farne una scuola, attrezzandolo con un’aula didattica, un’aula da disegno e un laboratorio per il corso professionale di falegnameria organizzato dall’ABF (Azienda Bergamasca Formazione) della provincia di Bergamo, in collaborazione con Confindustria e Camera di Commercio.

Interessante testimonianza di un'antica produzione locale è infine la Fornace Parietti, un importante opificio ottocentesco recuperato da un recente restauro, per il quale sono state adottate soluzioni architettoniche contemporanee. Qui la famiglia Parietti dal 1835 al 1960 produceva coppi e mattoni, utilizzando materiale estratto da vicine cave. Il grande forno è costituito da una galleria ottagonale, suddivisa in 16 camere voltate, con aperture arcuate per l'inserimento dei mattoni e condotti che convogliavano il fumo verso la ciminiera.

Testo di Roberto Copello; per le foto, si ringraziano invalleimagna.it (fornace), mapio.net (esterno chiesa), Comune (esterno museo), museotinosana.it (interno museo).

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Chi se l'aspetterebbe che per trovare una delle più grandi collezioni di statue preistoriche occorra venire fino a Làconi, nel cuore della Sardegna? Eppure, per chi ha un minimo di conoscenza della storia e dell'archeologia, la cosa non appare così strana. Da queste parti la presenza dell'uomo risale addirittura al Neolitico Antico (6000-4500 a.C.), quando piccoli nuclei di cacciatori lasciarono tracce nelle cavità naturali del territorio, come attestano i reperti di Sa Spilunca Manna e della Grotta Leòri. Poi, all'inizio dell'Età dei Metalli (3700-2400 a.C.), divenuti agricoltori, pastori e allevatori, gli abitanti della zona si fecero stanziali. E, ben prima della civiltà nuragica, diedero avvio a un'arte scultorea di altissimo livello, un'esperienza figurativa per l'epoca assolutamente eccezionale, con la quale celebravano il culto degli eroi e delle divinità: i menhir e le statue menhir, monoliti di varie dimensioni, finemente lavorati e scolpiti in forme antropomorfe.

L'emozionante Menhir Museum - Museo della Statuaria Preistorica in Sardegna, ospitato a Làconi negli spazi di Palazzo Aymerich, è il luogo ideale per restituire la “dimensione”, simbolica e reale, di un fenomeno per molti versi enigmatico (uso e significato dei monoliti sono infatti incerti). Il percorso museale si articola in 11 sale distribuite tra il piano terra e il secondo piano del Palazzo: dieci sale sono dedicate ai menhir e alla grande statuaria antropomorfa preistorica della Sardegna centro-meridionale (areali del Sarcidano, Grighine e Mandrolisai), l'undicesima, la “galleria” affacciata sulla grande corte interna, ospita invece reperti di cultura materiale rinvenuti in contesti funerari megalitici sarcidanesi: vasi, olle, punte di lancia, lame in selce, frammenti di macina.



La scoperta delle statue menhir di Làconi ebbe inizio nel 1969, quando in localita Genna Arréle a nord ovest di Làconi fu trovata la prima statua menhir, isolata sul ciglio di una strada sterrata, al margine di un terreno incolto. Da allora i ritrovamenti si sono moltiplicati, in località come Genna Arréle, Perda Iddocca, Masone 'e Perdu, Piscina 'e Sali, Bau Carradore, Nuraxi Arrùbiu. I menhir esposti nel Menhir Museum appartengono a diverse tipologie e possono essere ricondotti a tre classi di riferimento: menhir protoantropomorfi, a faccia ogivale ma privi di raffigurazioni; menhir antropomorfi assessuati, che invece propongono elementi caratteristici del viso, quali naso e occhi; e infine statue-menhir vere e proprie, chiara evoluzione dei menhir antropomorfi asessuati, più ricche di dettagli e di simboli che consentono anche la distinzione tra i sessi.

Le statue menhir maschili sono ritenute il primo tentativo compiuto di rappresentare l'uomo: presentano nella parte superiore i caratteri del viso, con lunghe sopracciglia arcuate e naso pronunciato, mentre in basso è presente un pugnale, segno distintivo del potere, raffigurato in posizione orizzontale, come fosse tenuto alla cintura. Le statue menhir femminili, invece, meno numerose e di dimensioni più piccole rispetto alle maschili, hanno accennati due seni sotto i quali un basso rilievo raffigura la cornice di una porta, forse la porta della vita, elemento che ricondurrebbe dunque alla Grande Madre mediterranea, divinità alla quale si attribuiva la capacità di dare la vita.

Tra i monoliti visibili, i 46 pezzi laconesi, scolpiti nella trachite locale (cavata per esempio in località Mind'e Putzu, dove è stata individuata una cava preistorica), si distinguono per le singolari volumetrie e le espressioni iconografiche. Gli altri esemplari provengono invece dai territori di Samugheo, Allai e Villa S. Antonio e si segnalano per la simbologia iconografica assai diversa da quella dei menhir dell'area sarcidanese.

Testo di Roberto Copello; per le foto, si ringraziano Sardegna Turismo, Menhir Museum e Comune.  

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Prendete una cartina della Sardegna e tracciate due linee incrociate, partendo dalle sue estremità: una che vada dall'Asinara a Capo Carbonara, l'altra dalla Maddalena a Capo Spartivento. Le due linee si incrociano nel mezzo dell'isola, più o meno dove c'è Làconi, il borgo del Sarcidàno che dunque può dirsi di trovare al centro esatto, se non al cuore, della Sardegna. Forse il più lontano possibile dalle sue coste, ma certamente anche il più vicino alla sua preistoria e alla sua storia, con tutto il loro patrimonio di archeologia, tradizioni, gastronomia ed economia pastorale.

A sudovest del Gennargentu, ai piedi del vasto altopiano ondulato del Sarcidano di cui è il centro più importante, Làconi si direbbe uno dei segreti meglio custoditi della Sardegna. Lo confermerebbe anche il nome, che deriva da un termine sardo che starebbe, forse, per confine, limite. In realtà, Làconi è uno dei villaggi più noti e apprezzati dai tanti sardi che d'estate fuggono dalle coste in cerca di tranquillità e frescura, all'ombra dei suoi suggestivi boschi. Villeggianti che sembrano dunque dar ragione ai versi di Elia Lai, l'acclamato poeta locale scomparso nel 2013 a 93 anni:

Lacuni, bidda mia,
deo no mi cuntento
mai, de t’ammiràri, ca t’adòro.
Ci’ntecoi podìa
cantàri su xi sento,
dd’haìa a fairi cun arpas de oro




A 550 metri di quota, addossato in posizione panoramica su un pendio calcareo dall'aspetto dolomitico, Làconi ha le caratteristiche di un paese di montagna immerso nel verde, nobilitato però da musei e architetture civili assolutamente unici in Sardegna, tanto da essere nel loro genere i più importanti dell'isola. Queste attrattive, che fanno di Làconi una meta di primo interesse per chi vuol conoscere l'interno della Sardegna, sono, in primis, il Menhir Museum - Museo della Statuaria Preistorica in Sardegna, con le sue statue stele primo tentativo con cui l'uomo preistorico cercò di raffigurare se stesso; poi il Palazzo Aymerich e il suo straordinario parco, che partendo dal centro storico cinge l'altura per 22 ettari di bosco, fra sentieri e cascate, resti del castello medioevale e varie essenze arboree di pregio; infine le memorie di sant'Ignazio da Làconi, il “frate poverello” assai venerato soprattutto nella parte centrale e meridionale dell'isola.

Il Menhir Museum (vedi approfondimento a parte) è ospitato nel centro del paese, in alcuni ambienti di Palazzo Aymerich, l'ultima dimora dei marchesi di Làconi, che qui hanno vissuto dal 1846 al Duemila. L'edificio, progettato nel XIX secolo dal famoso architetto cagliaritano Gaetano Cima in stile neoclassico, si sviluppa su tre livelli ed è ritenuta l'abitazione civile più importante della Sardegna. Due sale del piano nobile, che nell'Ottocento ospitò illustri personaggi, sono decorate con preziose carte da parati francesi, realizzate a Parigi dalla famosa casa Dufour. Attestano insomma la raffinatezza con cui viveva la famiglia Aymerich, marchesi di Làconi dal 1769 quando erano succeduti ai Castelvì, che erano stati signori del paese dal 1479 (in precedenza, dal 1421 al 1478, il feudo di Làconi era stato di proprietà dei De Sena, famiglia di origine toscana e senese, come fa intuire lo stesso cognome).



Proprio dal Palazzo Aymerich inizia quel giardino incantato che è il Parco Aymerich, il più grande parco urbano di Sardegna, un vero museo naturale che si estende per 22 ettari, fino all'altipiano di Làconi. Lo percorre un reticolo di sentieri che si inoltrano in una folta vegetazione, fra sorgenti e cascate, ruscelli e laghetti, rocce calcaree e cavità naturali. A volere il parco fu nel XIX secolo il marchese Ignazio Aymerich, senatore del Regno d'Italia e appassionato collezionista di piante esotiche, che volle alternare alle essenze tipiche dell'isola: così, oltre a corbezzoli, pini della Corsica, platani e lecci, olivastri e querce da sughero, e oltre al più alto numero di specie di orchidea sarda, nel parco si trova anche un imponente e secolare esemplare di cedro del Libano.



Particolarmente suggestive sono poi, all'interno del Parco stesso, le rovine del Castello di Làconi, rocca medievale che si vuole essere stata costruita nel 1053 dai Giudici di Arborea: su una torre, unico resto della prima costruzione, c'è infatti una lapide murata con un'epigrafe che esibisce la data 1053 (in realtà la lapide potrebbe provenire da altra struttura preesistente). Il castello subì nei secoli diversi rimaneggiamenti, ma è in ogni caso uno dei più eleganti manufatti di architettura civile medievale in Sardegna. Si segnalano in particolare le strutture gotico-aragonesi quattrocentesche della sala principale, con belle coperture sormontate da archi multilobati e una finestra gotica aperta verso il villaggio, mentre a ulteriori ampliamenti secenteschi va ascritto il portico che precede un vano rettangolare di 35 metri, aperto sull'ampia corte.

Tornando nell'abitato, nella sua parte alta, adiacente al Parco, si eleva la parrocchiale dei santi Ambrogio e Ignazio, che dell'originaria costruzione gotico-aragonese del Cinquecento conserva solamente il bel campanile. La chiesa, affidata ai frati cappuccini, un tempo era dedicata al solo sant'Ambrogio. Nel 1951, con la canonizzazione di sant'Ignazio da Làconi (1701-1781), la titolarità del tempio è stata poi estesa al veneratissimo cappuccino locale, un frate che non andò mai a scuola, non imparò mai a scrivere e parlava solo il sardo, ma ugualmente seppe farsi amare da tutta l'isola. All'interno della chiesa si trovano una cappella dedicata a sant'Ignazio, con mosaici che raffigurano episodi della sua vita, e il fonte battesimale in cui venne battezzato nel 1701. Nel piazzale davanti all'edificio, sopra un alto basamento in trachite rossa, è stata collocata un statua di Fra Ignazio.

Unico santo sardo salito agli altari con un regolare processo canonico, Vincenzo Francesco Ignazio Peis era nato in un vecchio edificio proprio ai piedi della chiesa il 17 dicembre 1701 da Mattia Peis Cadello e Anna Maria Sanna Casu, genitori molto poveri e molto religiosi. Già da piccolo Vincenzino si segnalava per innocenza e bontà, preghiere e digiuni. Nessuno nutriva dubbi sulla fede di quel bambino il cui unico pensiero, ogni mattina appena alzato, era andare in chiesa e servir messa come chierichetto. Così in paese presto iniziarono a chiamare su Santixeddu, il Santarello, quel ragazzino che, se trovava le porte della chiesa ancora chiuse, si metteva a pregare in ginocchio sui gradini esterni. A 20 anni il futuro santo lasciò il paese per andare a Cagliari, per chiedere ai cappuccini di San Benedetto di entrare nel loro convento. Essendo analfabeta gli erano precluse le vie del sacerdozio, ma grazie alla mediazione del marchese di Làconi, Gabriele Aymerich, poté ugualmente vestire il saio cappuccino come fratello laico, diventando fra' Ignazio. Trasferito nel convento di Iglesias, fu destinato a umili servizi e poi alla questua nella zona del Sulcis, prima di rientrare a Cagliari.

Così “fra Natziu”, bisaccia in spalla, iniziò a girare per le vie della città, bussando alle case, girando per il porto, entrando nelle osterie. In breve con la sua umiltà conquistò il cuore dei sardi, diventando il frate taumaturgo la cui vita era una continua testimonianza di penitenza, umiltà, carità e prodigi compiuti nel nome del Signore. Non si contano infatti i miracoli a lui attribuiti: malati che guariscono, ciechi che vedono, sordi che sentono, muti che parlano, persino morti che risuscitano. E se sant'Ignazio da Làconi è oggi il santo sardo più venerato dell'isola, lo è in particolare nel suo paese d'origine, dove migliaia di pellegrini giungono a fine agosto per partecipare alla festa del santo, con la processione in cui sfilano cavalieri in costume, gruppi folcloristici e confraternite dell'isola.

Ma tutto l'anno c'è chi arriva per visitare, vicino alla stessa chiesa parrocchiale, l'umile casa natale di sant'Ignazio e anche il bel Museo a lui dedicato. All'esterno, una serie di immagini racconta la vita del frate cappuccino. L'interno, diviso in quattro sezioni, custodisce un reliquiario in argento con un osso della mano di Ignazio, la corona del rosario da cui mai si separava, il suo bastone e un suo sandalo, i documenti originali della causa di canonizzazione, una tela del 1781 con il ritratto del volto del santo. Il museo raccoglie inoltre argenteria sacra del XVI e XVII secolo, paramenti del XVI secolo, arredi sacri, reliquiari ed ex voto, due oli su tela del Seicento, una serie di statue (curiosa una statua secentesca di Gesù Bambino dormiente, dove il piccolo Gesù è raffigurato seduto su un trono, con un gomito poggiato sul bracciolo e la mano che sostiene il volto serenamente addormentato). Nelle altre sezioni del museo si trovano anche monili e reperti in terracotta di epoca romana e precristiana, una raccolta numismatica, oggetti portati dalle missioni in Africa e Australia. Ma chi arriva a visitare il museo viene soprattutto per Ignazio, l'amatissimo patrono di Làconi, paese su cui il “santo dei sardi” stende il suo sguardo persino dall'alto di Punta Carradore, un punto panoramico dove una statua equestre del santo lo trasforma in spericolato cavallerizzo. Ma i frati questuanti non usavano piuttosto il cavallo di san Francesco, andando a piedi? In ogni caso, il monumento aiuta a ricordare che da queste parti i cavalli sono di casa: a nord del paese, nella foresta demaniale di Funtanamela, oasi faunistica di oltre mille ettari di bosco e macchia mediterranea, scorazzano felici dozzine di cavallini del Sarcidano, allevati allo stato brado.

Testo di Roberto Copello; per le foto, si ringraziano Nicola Castangia/Flickr (palazzo Aymerich, in alto); Anna Negri (panorama e sala del palazzo); Wikimapia (statua S. Ignazio); Wikipedia Commons (rovine del castello, chiesa); GettyImages (parco).  

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