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Agnone e l'angolo di Molise dove è situata vantano una notevole tradizione enogastronomica. Piatti tipici sono le sagne a pezzi con sugo di agnello, le fettuccine ai funghi porcini e tartufo, i maccheroni alla chitarra, i nodi di trippa e i magliatelli, i cavatelli, le pallotte, le costolette di agnello, le salsicce. Tipica è la zuppa alla santè nella versione di Agnone, elaborato piatto che prevede di sistemare a strati in una zuppiera crostini di pane casereccio, polpettine di carne di vitello e polpettine di caciocavallo stagionato, caciocavallo a pezzetti ed eventualmente le interiora di una gallina con la quale è stato preparato un brodo. Questo va poi versato, bollente, lasciando riposare qualche minuto prima di servire. Avere cura di servire tutti gli ingredienti attingendo con il mestolo, dal fondo della zuppiera, evitando di girare.

Fra i prodotti più noti del luogo figurano soprattutto i formaggi e i dolci. Fra i i latticini, vi sono ottime scamorze, trecce e ricotte, ma il re incontrastato è il caciocavallo di Agnone, che ha crosta color nocciola e una grossa forma a pera, alta una ventina di centimetri e che pesa da 1,5 a circa 3 kg. Le sue origini pare risalgano addirittura alla Magna Grecia e sono legate al fenomeno della transumanza. Se un tempo era prodotto con latte di bovini autoctoni, oggi per questo caciocavallo si utilizza latte di bovine di razza Bruna Italiana, Frisona Italiana, Pezzata Rossa, Podolica, che comunque pascolano libere. La salatura avviene in salamoia per un massimo di 20 ore. Le forme sono quindi appese legate a coppie ad asciugare e la stagionatura va dai tre mesi per quello più fresco ai due anni di quello più stagionato, dal gusto molto intenso.

Tra i dolci, vanno ricordati i i morbidi mostaccioli confezionati con marmellate, le pizzelle, la Pasta Reale, le campane di cioccolata. Una vera specialità sono le ostie ripiene, tipico dolce natalizio molisano, che sarebbe stato inventato proprio nel convento delle clarisse di Agnone: con un apposito ferro, realizzato dai ramai del paese, si preparano le ostie che vengono poi farcite con un ripieno a base di mandorle, noci, miele e cioccolato.

Origini antichissime ha anche il confetto riccio: si tratta di un confetto di dimensioni maggiori di quelle dei normali confetti normale, da cui lo differenzia anche la superficie che è rugosa anziché liscia. Teneri e friabili, i confetti ricci hanno come ingrediente base le mandorle di Avola, che vengono cosparse di gomma arabica per favorirne la copertura con uno strato sottile di zucchero sciroppato, nel mentre che i confetti vengono fatti ruotare all'interno della cosiddetta “bassina”, un grande calderone in rame. Eccellono in particolare le “mandorle confettate ricce”, prodotto brevettato dalla Pasticceria Carosella di corso Vittorio Emanuele ad Agnone, che con oltre 170 anni di attività è tra i negozi più antichi del Molise: nacque infatti nel 1839 ad opera di Nicola Carosella, anche se già a inizio Settecento nel Catasto Onciario, censimento voluto dal re di Napoli Carlo di Borbone, un Francesco Carosella era citato come speziale e venditore di cannamela. Oggi quella di Carosella resta un'attività di famiglia, con l'orgoglio dei premi ricevuti sin dalle Expo di Londra 1888, Parigi 1889, Edimburgo 1890, Chicago 1893, Bruxelles 1910 fino ai più recenti Oscar Italiano 1978 della Pasticceria ed Ercole d’Oro 1984.

Testo di Roberto Copello; per le foto, si ringraziano formaggio.it (in alto), Caseificio Di Nucci (caciocavallo) e Pasticceria Carosella (confetti).

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Ci si spinge fino al limite settentrionale della provincia di Isernia. Si oltrepassano boschi rigogliosi e piacevoli colline. Si sale fino a 850 metri di altitudine. Infine, si entra nell'antico paese di Agnone, allungato su un colle roccioso che domina la grande valle del Verrino. E allora, chissà perché, viene alla mente il noto indovinello che pone la questione se sia nato prima l'uovo o la gallina. Forse perché ad Agnone quell'indovinello vien quasi da parafrasarlo in quest'altro modo: sono nate prima le chiese o le campane? Detto in altri termini: non sarà che questo piccolo borgo molisano ha un numero così sproporzionato di chiese, più o meno una ogni 300 abitanti, solo perché qui da sempre si producono così tante campane che valeva dunque la pena collocare, esibire, far conoscere anche a chi arrivava da fuori? Perché Agnone, lo sanno tutti, è famosa nel mondo per le campane che qui vengono fuse con impareggiabile maestria da almeno mille anni, grazie alla capacità di padroneggiare tecniche di lavorazione dei metalli che risalirebbero addirittura agli antichi Sanniti (e che nel 1753 portarono a contare in paese ben 10 fonderie che rifornivano 14 botteghe di ramaio), ma le sue chiese, i suoi palazzi, il suo centro storico di impronta veneziana meritano di essere altrettanto conosciuti.



Una radicata tradizione, mai confermata e anzi spesso smentita, vuole che Agnone sia stata fondata sulle rovine della città sannita di Aquilonia distrutta dai Romani nel 239 a.C. Ed è comunque di eccezionale importanza la Tavola Osca, nota anche come Tabula Agnonensis o Tavola degli Dei, che fu scoperta nel 1848 da un contadino fra Agnone e Capracotta, in località Fonte del Romito. Si tratta di una lastra in bronzo di 28x16,5 centimetri, che su ambedue le facce presenta iscrizioni in lingua osca (la lingua parlata dall'Umbria alla Lucania) dedicate a Cerere, la dea della fertilità. Non c'è da stupirsi, in quanto i sanniti avevano il loro santuario principale non lontano da Agnone, nel tempio italico di Pietrabbondante. Purtroppo chi vuole ammirare la Tavola Osca deve andare a Londra, al British Museum, cui l'inestimabile reperto fu venduto nel 1873 da un antiquario romano. Agnone si consola con un'altra tavola sannita, la stele funeraria di Vibia Bonitas, conservata al Teatro Italo Argentino, nel centro storico.

I sanniti, dunque, da queste parti abitavano. E anche i Romani qualche insediamento dovevano averlo. Ma Agnone come la conosciamo oggi ha origini medievali, risalendo al XII secolo quando fu fondata da soldati e artigiani provenienti da colonie veneziane lungo l'Adriatico. Presto divenne una città importante, e le numerose chiese (almeno 16 nel centro storico) lo attestano.

Entrando in paese da est, per via Marconi, e dirigendosi poi verso il centro storico lungo corso Vittorio Emanuele, si trova una lunga scalinata che sulla destra sale alla chiesa di Sant'Antonio Abate, che nonostante l'aspetto barocco datole nel Settecento è in realtà stata fondata nel 1118. La facciata, molto semplice, ha un bel portale architravato. Il campanile è alto 30 metri e l'interno è a navata unica. 

Sempre su corso Vittorio Emanuele, invece, si trova la chiesa parrocchiale di S. Emidio, eretta nel 1443 da mercanti ascolani dove c'era una chiesa distrutta dal terremoto del 1096. Splendido il portale gotico ogivale, a colonne tortili e a motivi vegetali, con un grande rosone e la statua del santo. L'interno, a due navate, ha begli altari barocchi, un crocifisso in gesso del ligure Giulio Monteverde, e numerose statue in marmo e in terracotta realizzate a fine Ottocento dal famoso scultore senese Giovanni Dupré e dalla figlia Amalia, particolarmente attivi ad Agnone per via dell'amicizia che li legava al parroco del tempo, mons. Luigi Panunzio. Caratteristiche, nel coro, anche le statue lignee dei 12 apostoli, a grandezza naturale, di scuola napoletana del Seicento.

Proseguendo, si superano la barocca chiesa dell'Annunziata, eretta nel 1505 e che a inizio Seicento fu ultima dimora di san Francesco Caracciolo, e la sede del Municipio, sino ad arrivare nell'irregolare piazza Plebiscito, presso cui si trova la chiesa della Trinità, con tele dell'agnonese Giuseppe d'Apollonio. Nella piazza si dipartono sette vie, verso altrettante zone del borgo antico. Una è il notevole corso Garibaldi, che prima di sfociare sullo scenografico belvedere della Ripa allinea alcuni dei principali palazzi nobiliari del paese (casa Nuonno del sec. XIV, casa Paoloantonio del sec. XVII, casa Apollonio del sec. XV, casa Bonanni del sec. XV. casa Santangelo del sec. XVI), antiche case spesso provviste di elementi evidentemente veneziani, quali bifore gotiche o leoni in pietra su mensole (il “borgo veneziano” della Ripa è di fatto il quartiere originario di Agnone), mentre sono inaccessibili lo storico convento delle clarisse (1434) e il ricco corredo ligneo rococò dell'attigua chiesa di Santa Chiara.

Da piazza Plebiscito, già piazza del Tomolo, si possono raggiungere anche le chiese di San Biase (già cappella duecentesca dei conti Borrello, poi sede della Confraternita della Madonna della Mercede), di Santa Croce (i teschi scolpiti sul portale indicano che era sede della Congregazione della Morte) e soprattutto l'importante chiesa trecentesca di San Francesco, monumento nazionale. Ristrutturata nel Settecento, mantiene comunque portale gotico e bellissimo rosone del 1343. Originale il campanile con sommità in ferro battuto e bellissima la cupola a tamburo. All'interno della chiesa si trovano ricchi altari e affreschi del molisano settecentesco Paolo Gamba. Notevole la tavola dell'Assunta di inizio Cinquecento. Un portale barocco del 1769 introduce poi al bel chiostro dell'ex convento francescano, sede oggi della Biblioteca intitolata allo storico agnonese Baldassarre Labanca, nonché della Mostra permanente del libro antico, con rari volumi, fra cui una copia cinquecentesca dell'Opera omnia di Platone.

Da qui, salendo per i vicoli sino alla parte più alta di Agnone, si può giungere a San Marco, la millenaria Chiesa Matrice del paese, il cui portale rinascimentale è fregiato da un leone di San Marco in rame. L'interno, a una navata, è spartito da un ordine di semicolonne corinzie, fra le quali vi sono ricchi altari barocchi in legno intagliato e dorato. Particolarmente ricco l'altare della Madonna del Rosario. Ancora, la parte estrema del borgo riserva ancora la chiesa di Sant'Amico (a croce greca e forse eretta al posto di un tempio pagano, conserva all'interno una tavoletta in argento del 1520, detta “Pace di Sant'Amico”, del 1520, con la deposizione di Gesù dalla croce) e la millenaria chiesa di San Nicola di Bari (di aspetto settecentesco, con un bel campanile rivestito di maioliche gialle e verdi e una cupola ornata da affreschi dei Quattro Evangelisti).

Tornando a Piazza Plebiscito, cuore del centro storico, si può ammirare la fontana marmorea voluta in occasione della costruzione dell'acquedotto, nel 1881, e che porta lo stemma di Agnone, e si può visitare il Museo della Ndocciata, dedicato alla più conosciuta tradizione locale, la sfilata di migliaia di enormi fiaccole la notte della Vigilia di Natale. Realizzate artigianalmente con tronchi di abete e fasci di ginestre, le ndocce sono accese e portate a spalla lungo il corso principale del paese. Il museo espone alcuni di questi manufatti, alti anche 4 metri, fotografie che raccontano la loro fabbricazione e il trofeo che ogni anno viene vinto da una delle cinque contrade del paese. È documentata anche la “ndocciata” che fu eseguita l'8 dicembre 1996 in Piazza San Pietro davanti a papa Giovanni Paolo II.



Nella zona artigianale a nord del paese si trova invece La Ramera - Museo Storico del Rame "Francesco Gerbasi", sorto per iniziativa della famiglia Gerbasi, ultimi ramai locali, e intitolato al capostipite Francesco, calderaio nato in Abruzzo nel 1856. Un video serve a comprendere il procedimento di lavorazione del rame per produrre caldaie, catini, pentole ecc.

E, per concludere, ricade nel territorio comunale di Agnone anche la frazione Staffoli, che da una trentina d'anni ha saputo trasformarsi in un angolo italiano di Far West. Chi arriva qui trova infatti saloon western, recinti da rodeo, mandrie bovine e soprattutto 850 ettari di pascoli, torrenti, boschi di querce e conifere dove cavalcare liberamente. Proprio qui, a oltre mille metri di altitudine, si svolge ogni anno in agosto il “Corsalonga Western Show”, il maggior raduno equestre dell'Italia centro-meridionale, che richiama sempre migliaia di appassionati dall'Italia e dall'estero.

Testo di Roberto Copello; per le foto, si ringraziano Comune (in alto), staffoli.it (cavalli) e Wikipedia Commons, in particolare Gianfranco Vitolo per le foto delle chiese.

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Tra le caratteristiche di un borgo certificato dal Touring Club Italiano con la Bandiera arancione c'è l'attenzione verso il turismo all'aria aperta e in libertà e a chi ama spostarsi in camper alla scoperta delle bellezze dell'entroterra italiano, tra storia, tradizioni, prodotti tipici e natura.

I borghi "arancioni", anche su suggerimento del TCI, lavorano per implementare i servizi e la propria offerta turistica e c'è chi, come Lama dei Peligni (CH), vede premiato il proprio impegno.

Il Comune, insieme ad altri 3, è infatti risultato vincitore del Bando “I Comuni del Turismo in Libertà” 2018, indetto dall’Associazione produttori caravan e camper (Apc), in collaborazione con l’Associazione nazionale dei Comuni Italiani, Federterme, Federparchi e Fee, aggiudicandosi l’ambito premio di 20.000 euro  per migliorare l’area di sosta attrezzata per i veicoli ricreazionali. La premiazione è avvenuta sabato nella splendida cornice del Salone del Camper a Parma.

Lama dei Peligni ha vinto il premio per “Ristrutturazione e Implementazione”: il restyling della già presente area di sosta contribuirà positivamente all’affluenza di camperisti in visita a queste magnifiche e leggendarie zone.

Quest’anno l’iniziativa di APC ha registrato un nuovo record di adesioni: sono state infatti ben 142 le amministrazioni locali che hanno partecipato e i cui progetti sono stati analizzati minuziosamente dal Comitato che lo scorso 18 luglio ha emesso i suoi verdetti, scegliendo i Comuni vincitori che hanno ritirato il premio davanti al pubblico di giornalisti e appassionati del turismo in libertà.

A tutti i camperisti (ma non solo) non rimane che partire alla scoperta del borgo di Lama dei Peligni e del suo territorio, sfruttando magari i prossimi 4 weekend con l'evento Autunno Bandiere arancioni - Aggiungi un borgo a tavola, durante i quali il Comune organizza visite guidate, degustazioni, passeggiate.

Dedicata a S.Salvatore è il risultato di diversi interventi che nel corso dei secoli hanno apportato elementi decorativi di vari stili architettonici. La facciata è in cotto a salienti con unico portale a timpano. L' interno ha pianta rettangolare, suddiviso in tre navate scandite da massicci pilastri tondi, la navata centrale ha volta a botte, quelle laterali, suddivise in campate hanno volte a crociera con costoloni in cotto.

La prima campata della navata destra presenta brani di affreschi dell' ultimo quarto del Quattrocento **, raffiguranti San Martino di Tours (fortemente degradato), una notevole Madonna della tenerezza e il toccante Martirio di Sant'Agata , di altra mano è l' immagine di una santa non identificata.

La seconda campata presenta una porzione di affresco dove viene raffigurato San Giovanni Battista con l'agnello tra le figure di San Francesco e di un martire francescano, l'immagine è mutilata dall'avvenuta apertura della sovrastante monofora (1904). Nella stessa campata si possono ammirare gli affreschi della volta a crociera raffiguranti il tetramorfo, ed un capitello figurativo nel primo pilastro.

Al termine della navata è la ricca cappella barocca della Vergine del Rosario, da cui si accede all' abside pentagonale *, splendida struttura architettonica a costoloni con crocifisso ligneo altoatesino e coro barocco.

La cappella che chiude la navata di sinistra, presenta un altare con paliotto settecentesco del Guazzone e tela di scuola Moncalvesca* raffigurante San Bovone e San Carlo Borromeo in adorazione della Vergine.

Subito dopo, sulla porta verso la sacrestia, è la parete affrescata con la Lunetta dell'Annunciazione ** e il trittico raffigurante i Santi Rocco e Sebastiano ** , affreschi, realizzati tra '400 e '500, dalla bottega Spanzottiana.

All' inizio della navata sinistra sono le notevoli statue dell'Addolorata e del Cristo morto con braccia semoventi.

La volta della navata centrale*, interamente affrescata ( mq. 240,00 ), costituisce per lo stile rinascimentale delle raffigurazioni un unicum a livello regionale.

Nell' area centrale è raffigurata la Vergine gravida circondata da Angeli, attorno sono decorazioni ornamentali, simboliche, cosmologiche e mitologiche, sull'arco di trionfo è Dio Padre.

Sopra i pilastri, a reggere le sorti della Chiesa sono, raffigurati in monocromo, sei splendidi profeti**, molto probabilmente legati alla committenza della famiglia Gattinara.

Un attenta lettura delle immagini ci rivela infatti che i profeti, nell' insieme, trattano un tema Cristologico legato al concetto di rinnovamento mondiale nell' unicità monarchica divina e terrena. Le raffigurazioni nel loro insieme supportano la tesi della monarchia unica universale che Mercurino Gattinara, Gran Cancelliere dell' imperatore Carlo V, signore di Ozzano dal 1521 al 1529 vedeva prendere corpo nella figura dell monarca asburgico.

La chiesa é visitabile tutte le domeniche dalle ore 15,00 alle ore 18,00 dal 01aprile al 30 ottobre

Negli altri giorni e periodi su prenotazione all' ufficio del turismo ( presso il Comune, tel. 366.6454128-338.5288567 mail: segreteria@comune.ozzanomonferrato.al.it) dove e possibile prenotare anche visite guidate.

Nell' ambito di "castelliaperti"  sezione "sistemi museali e circuiti di visita cittadini " vengono regolarmente organizzati tour guidati del borgo antico che comprendono la visita della chiesa.

"Abbiamo percorso l’entroterra italiano in tutta la sua longitudine, dal nord-est veneto alla zona montuosa della Sicilia occidentale, cercando un fil rouge che tenesse insieme la incantevole eterogeneità di diversi borghi eccellenti che sono parte del programma delle Bandiere arancioni."

Inizia così la descrizione che il ricercatore Nicola Patruno fa del progetto "Le Terre della Resilienza - Un'Italia oltre" del Collettivo Cesura che, anche grazie alla collaborazione del Touring Club Italiano, ha scoperto e documentato decine di realtà diverse in 5 borghi "arancioni": Soave (VR), Fontanellato (PR), Peccioli (PI), Morigerati (SA) e Petralia Sottana (PA), alla scoperta della loro attitudine resiliente.

Un viaggio durato alcune settimane in cui Patruno e il fotografo Luca Santese hanno incontrato le diverse anime di ogni Comune, instaurando un rapporto diretto con i protagonisti di ogni realtà, visitando i luoghi in cui effettivamente la resilienza è in atto ogni giorno. Decine di ore di racconti ed esperienze trascritte, centinaia di foto raccolte che catturano lo spirito e la bellezza dei luoghi e delle persone.

La resilienza è quel fenomeno dal carattere sia individuale sia sociale e comunitario che consiste nel reagire ad una difficoltà non solo sopportando il problema ma anche approntando una positiva reazione progettuale decisa e concreta, che apporti cambiamenti nel medio e nel lungo termine.

I fenomeni verso cui le diverse realtà hanno mostrato resilienza sono molteplici, dalla deindustrializzazione allo spopolamento e all'emigrazione giovanile; la reazione è avvenuta grazie all'amore incondizionato verso la propria terra, le tradizioni e la comunità che permette agli attori economici e sociali di impegnarsi sul territorio al di là della ricerca di un profitto a breve termine.

Ecco quindi le esperienze come l'EXMA "Officine Creative Madonite" a Petralia Sottana, luogo di sperimentazione e incubatore di progetti informatici e tecnologici con l'obiettivo di trasformare la marginalità e la perifericità in un vantaggio o la Casa della Salute a Fontanellato, innovativo poliambulatorio dall'ambiente familiare che svolge anche attività di prevenzione e informazione soprattutto verso adolescenti e anziani. A Soave due maestre hanno dato vita a un'importante iniziativa socio-didattica che coinvolge bambini di nove nazionalità differenti e aiuta il processo di integrazione dei bambini e delle lore famiglie, a Morigerati la caparbietà di un gruppo di donne del borgo nel 1995 ha dato avvio al progetto legato all'oasi WWF "Grotte del Bussento" dalla forte dimensione femminile transgenerazionale, che esalta la biodiversità e la bellezza del luogo. Infine Peccioli, dove l'emergenza rifiuti è diventata un'opportunità di sviluppo sostenibile del territorio e un impianto di smaltimento sede di attività culturali e sociali e dove l'inclusione sociale ha raggiunto livelli altissimi, in particolare rispetto all'immigrazione, al recupero delle tossicodipendenze e degli anziani non autosufficienti.

Queste e tante altre diverse declinazioni della resilienza incontrate lungo l'itinerario sono presentate in una mostra attualmente in corso presso lo spazio espositivo Geico Taikisha a Cinisello Balsamo (MI) (visita su invito, nella galleria fotografica alcune immagini) e sfoceranno in una monografia dedicata allo spirito resiliente dei paesi dell’entroterra italiano.

“Wo holzerne Hauser sind und blonde Haare da spricht man deutsch”. “Là dove sono case di legno e biondi capelli, qui si parla tedesco”, recita un antico proverbio germanico. Nella parte più alta delle vallate che scendono dal versante italiano del Rosa da secoli si parla tedesco, le case sono di legno e i capelli degli uomini e delle donne sono biondi. I Walser, popolo di montanari, sin dal lontano secolo XIII presero possesso delle zone più impervie e disagevoli della Val di Gressoney e della Valle Anzasca, della Valsesia e delle sue numerose diramazioni. Vestiti, case, leggende, superstizioni, soprattutto l'uso di un medesimo dialetto, il Titsch, mostravano l'origine inequivocabilmente comune degli abitanti di Gressoney e di Macugnaga, di Alagna e di Rimella: ma quale fosse quest'origine è rimasto per lungo tempo uno dei più affascinanti misteri di tutte le nostre Alpi, vera e propria “questione omerica” su cui gli storici hanno dibattuto e polemizzato per anni e anni, ancor oggi non del tutto acclarata. Se infatti appare ormai certo il luogo di provenienza dei Walser, non altrettanto chiarita è stata a lungo la causa delle improvvise migrazioni avvenute 700 anni fa. E solo di recente si è giunti a ritenere con una qualche certezza che fossero dovute alla ricerca di nuove terre coltivabili, fuggendo da territori troppo densamente popolati.

I Walser erano infatti alemanni di umile condizione sociale, forse provenienti in origine dall'Oberland bernese e poi stabilitisi già prima dell'anno Mille nell'alta valle del Rodano, lo svizzero Vallese (e infatti Walser è contrazione di Walliser, cioè abitanti del Wallis, il Vallese). Una parte di loro varcò colli e passi per venire a stabilirsi sul versante meridionale del Rosa: alcuni valicando il passo Teodulo a ovest del massiccio, altri per il passo di Monte Moro, a est del Rosa e subito sopra Macugnaga. C'è da dire che i primi secoli del secondo millennio coincisero con il periodo della minima glaciazione, circostanza questa che favorì una migrazione altrimenti impossibile: i ghiacciai allora infatti dovevano trovarsi a una quota assai più elevata di quella attuale, peraltro già assai più alta di quanto accadde durante la “piccola glaciazione” che, iniziata a fine Quattrocento, portò nell'Ottocento i ghiacci del Rosa a scendere sino al limite dell'abitato di Macugnaga.

Relegati dalle popolazioni locali nelle zone più alte e inospitali delle loro vallate, i coloni Walser furono contadini e pastori, poi anche mercanti e artigiani. Erano noti anche come bravi muratori e “secchionari” (costruttori di mastelli e secchielli), che stagionalmente si spingevano per lavoro persino fino alla Germania meridionale, mentre le donne rimaste a casa si sobbarcavano il lavoro nei campi e nelle stalle. La condizione di isolamento delle comunità walser e la loro stessa relativa autonomia amministrativa favorirono lo sviluppo di uno spirito di indipendenza che contribuì al miglioramento delle loro condizioni economiche ma anche alla conservazione nel corso dei secoli sia delle usanze sia dell'originaria lingua tedesca. Dotati di un altissimo grado di conservatività, maggiore che nella stessa patria d'origine, i dialetti Walser sono rimasti pressoché immutati almeno fino quasi agli albori del Novecento, quando ebbe inizio un processo sempre più accelerato di contaminazione con i dialetti piemontesi e con la stessa lingua italiana, favorito soprattutto dal miglioramento del sistema di comunicazioni e dall'introduzione della scuola obbligatoria.

Così come per la lingua, anche la più tipica delle manifestazioni della cultura Walser, la particolarissima architettura, è stata sottoposta a una progressiva serie di irrevocabili trasformazioni. Così è ormai sparita la bella usanza per la quale, quando qualcuno doveva costruire una casa, ogni famiglia mandava un suo membro ad aiutarlo a trascinare sul luogo le travi di larice e di abete (si chiamava der zug, il “tiro in comunione”).

Per secoli le abitazioni Walser hanno conservato uno schema rigido e ostinatamente ripetitivo, la cui più curiosa peculiarità è costituita dal fatto che il basamento in muratura dovesse sempre ubbidire allo schema planimetrico obbligato dei piani superiori.



Su tale zoccolo, una specie di fungo quasi sempre di pietra, trovano posto le stalle, la cantina e la cucina con il focolare, sprovvisto però di cammino: il fumo usciva da una finestrella. Al primo piano stanno le camere da letto e una stanzetta con fornello di steatite; al secondo il fienile e lo spicher, sorte di dispensa per la conservazione di carne salata, farina e pane di segale seccato per tutto l'anno. Una scala esterna di pietra, inoltre, porta a una larga galleria di legno che gira tutto attorno alla casa ed è munita di pertiche trasversali per l'essiccazione di fieno e segale. Le pareti delle case Walser sono formate da grosse travi squadrate, che si incastrano esattamente all'estremità l'una nell'altra per mezzo di intagli regolari, facendo dunque a meno dei chiodi.

Il tetto invece, a doppia falda, scende molto in basso ai lati della casa ed è ricoperto da larghe e pesanti tegole di pietra (piode) sostenute da una forte travata, per resistere al peso della neve d'inverno. Sulla trave di colmo, infine, si trovano spesso incisi l'anno della costruzione, il segno della famiglia e un motto o una dedica religiosa. Le abitazioni Walser nel loro complesso ripetono schermi planimetrici sempre uguali, senza deviazioni né introduzioni di elementi nuovi. Le uniche soluzioni forzatamente originali si hanno negli agglomerati dei villaggi, quando le logge di case sorte una accanto all'altra si uniscono per formare vere strade-gallerie.

“Là dove sono case di legno e biondi capelli, qui si parla tedesco”: oggi all'abete e al larice delle costruzioni di una volta si è ormai sostituito in cemento, ed essendosi allentata la rigida endogamia, che proteggeva le comunità walser da infiltrazioni esterne, anche le chiome dei bambini non sono più esclusivamente chiare come un tempo. Così, con la progressiva scomparsa delle case di legno e dei biondi capelli, anche l'addolcito tedesco dei Walser non risuona più come un tempo per le valli sotto il Monte Rosa.


Testo di Roberto Copello; per le foto, museowalser.it.

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Macugnaga, a causa anche del suo isolamento, non ha sviluppato una vera cucina "tipica". Oggi in tavola si portano così specialità di montagna diffuse un po' su tutto l'arco alpino, a partire dalla polenta, diffusissima e condita in un'infinità di maniere, per arrivare a strozzapreti, gnocchi di patate o di zucca, pappardelle, stinco di maiale, cervo, capriolo, funghi, naturalmente gli ottimi formaggi ossolani d'alpeggio e i salumi tipici ossolani (pancetta, mortadella, “violini” di capra). Qualcuno propone crespelle o pasta alla macugnaghese, con patate, pancetta e toma.

Esiste però il retaggio di un'antica e povera cucina walser, una cucina di sopravvivenza, che si cerca in qualche modo di recuperare.

Tipiche delle valli walser, anche se più diffuse nella Valsesia, sono per esempio le miacce, una specie di sottili piadine utilizzate al posto del pane e farcite in genere con formaggio e speck o prosciutto, ma anche con marmellata o con i fantastici, dolcissimi mirtilli che nel mese di luglio si possono cogliere facilmente nei boschi sopra Macugnaga. Di origini medievali (in dialetto walser si chiamano miljntscha), le miacce di solito sono cotte con un ferro formato da due piastre rettangolari su cui si versa la pastella, e vengono poi servite su un vassoio di legno, già tagliate a fette.

Se le miacce sono dunque spesso servite nei rifugi e nei ristoranti locali, per capire che cosa consumavano un tempo le famiglie walser occorre affidarsi alle ricostruzioni dei ricercatori di storia locale. Si va così dal brodo di cipolla e burro o grasso animale alla polenta, accompagnata con uova, latte, verdure, e ovviamente agli onnipresenti formaggi. La vicinanza con la pianura piemontese consentiva l'importazione di riso, con cui si preparavano i risotti con le verze, con le castagne, con verdure, e anche la paniscia, una variante della paniscia novarese e vercellese, ovvero un risotto morbido condito con burro, cotto nel latte e consumato con il pane.

Un dolce preparato d'inverno dalle donne del luogo era la fioca con i kruschli, una crema ottenuta con tuorli d'uovo sbattuti con zucchero e vaniglia e riscaldata a bagnomaria con il latte, prima di unirvi panna e albumi montati e di guarnirla con biscotti o con le frittelle locali dette appun to kruschli. La fioca veniva infine messa al fresco all'aperto in "conche" di rame circondate dalla neve (oggi ovviamente sostituita dal frigorifero, anche se qualche anziana locale direbbe che non è la stessa cosa). 

Testo di Roberto Copello; per le foto, Patafisik/Wikipedia (miassa), Thinkstock (polenta e farina).

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Si lascia l'ampia piana del fiume Toce, puntando verso ovest. La strada carrozzabile che dal 1898 risale la Valle Anzasca (oggi statale 549) subito inizia a salire, ripida e incassata, ogni tanto attraversando piccoli villaggi. Le scarpate che incombono precludono la vista, nascondono lo spettacolo che si paleserà solo dopo 30 chilometri di curve, la vista di una muraglia imponente, maestosa, enorme: la parete più alta e più larga delle Alpi, 2600 metri di dislivello per quattro chilometri di larghezza. Uno spettacolo, quello della “himalayana” parete Est del Monte Rosa, che si può apprezzare pienamente solo da molto lontano o da molto vicino. Nel primo caso, dal Nord ovest lombardo: da Milano e da Varese, dalla Malpensa e dalla Brianza. Nel secondo, dal bel villaggio di origini walser che sta sotto la sua base, alla testata della valle: Macugnaga.



Da qui toglie letteralmente il fiato la vista delle quattro vette maggiori: Gnifetti, Zumstein, Dufour (a 4.638 m è la vetta del Rosa) e Nordend. Da lassù precipitano impressionanti cascate di seracchi e ripidi canaloni, spesso percorsi da fragorose valanghe. Terreno per grandi alpinisti, e infatti furono proprio gli scalatori (all'inizio soprattutto inglesi) i primi a “scoprire” nel XIX secolo e a frequentare questo isolato villaggio, a far conoscere le sue meraviglie. Poi ci fu spazio anche per gli italiani, fra i quali non sfigura un giovane sacerdote brianzolo, Achille Ratti, che nel 1889 traccia sulla Est del Rosa una via nuova al Colle Zumstein effettuando pure la prima traversata da Macugnaga a Zermatt, e che poi nel 1922 si farà conoscere in tutto il mondo per una salita di tutt'altro genere: quella al soglio pontificio, dove sarà papa Pio XI. Leggendarie e di fama internazionale anche furono alcune guide alpine come Mattia Zurbriggen, Ferdinand Imseng e Alexander Burgener, tutte originarie di Saas Fee e, almeno le prime due, stabilmente trasferitesi a Macugnaga. Anche grazie a loro così si posero le basi dello sviluppo turistico di Macugnaga, della costruzione dei primi alberghi, quindi della strada, cui nel XX secolo sarebbero seguiti gli skilift e le seggiovie.



Macugnaga, Comune composto da quattro frazioni ognuna con una sua identità (Pestarena, Borca, Staffa, che è sede del comune, e Pecetto), è località molto diversa dalle altre incontrate più in basso, salendo lungo la Valle Anzasca: mostra infatti le caratteristiche walser dell'antica colonia alemanna di Makanà, fondata probabilmente alla fine del XIII secolo da vallesani giunti dalla valle svizzera di Saas Fee attraverso il passo del Moro. Aspetti che si fanno evidentissimi nei casolari ben conservati della suggestiva frazione di Pecetto, a monte del borgo, in direzione della seggiovia del Belvedere, o in quelli attorno alla Chiesa vecchia. 

Davanti a questa chiesetta, citata già in un documento del 1317 ma il cui attuale aspetto al XVI secolo, si trova il simbolo più antico e amato di Macugnaga, un secolare tiglio a grandi foglie che sarebbe stato messo a dimora proprio dai fondatori alemanni del paese, nel XIII secolo. Vero centro civile della vità comunitaria, il monumentale tiglio un tempo vedeva tenersi sotto i suoi rami una fiera che richiamava visitatori da tutte le valli vicine e che è stata riproposta in anni recenti. Oggi, con i suoi sette metri di circonferenza protetti da uno steccato in legno, cerca di resistere alle ingiurie del tempo con le sue cinque branche primarie, nonostante le condizioni di stabilità precarie: il fusto, alto 3.5 metri, è del tutto cavo e compromesso in più parti da carie fungina, mentre sono evidenti i segni di schianti causati dal peso eccessivo dei rami. Interessante anche una visita al piccolo cimitero accanto alla Chiesa vecchia, dove si trovano le tombe di guide e alpinisti la cui vicenda è stata legata alle pareti del Monte Rosa.

La Chiesa vecchia, dedicata a Santa Maria, non va dunque confusa con la parrocchiale dell'Assunta, costruita in frazione Borca fra il 1709 e il 1717 a una sola navata, e il cui campanile è stato eretto solo nel 1936. All'interno si trovano una bella cantoria policroma, due dipinti del pittore locale Bartolomeo Iacchini e numerosi lavori di intaglio e scultura settecentesca. Sulla imponente facciata, rivolta verso il fondovalle, una lapide ricorda l'ascensione al Rosa compiuta nel 1889 dal futuro papa Pio XI.

La altrettanto settecentesca casa parrocchiale ospita invece dal 1982 il Museo Casa Walser, che oltre a raccogliere oggetti della vita quotidiana dei walser di Macugnaga vuole anche mostrare un esempio di quella che era la loro tipologia abitativa sul territorio macugnaghese. La casa è divisa su tre livelli: il piano interrato, antica cantina con pavimento in terra battuta, per le mostre temporanee; il pianterreno, con la cucina, l’antico ingresso e la “stobu”, che era il locale più importante di tutta la casa walser; e il piano alto, le cui tre sale sono dedicate ai mestieri tradizionali, agli oggetti della lavorazione del pane e infine ai documenti della Società Mineraria.

I Walser infatti erano rimasti pressoché i soli ad abitare l'alta valle almeno sino alla metà del Settecento, quando l'improvvisa riattivazione delle miniere aurifere (che pare fossero già sfruttate dai Romani e di cui comunque parla un trattato di pace firmato nel 1291, dove si parla degli “homines argentarii”, ossia i minatori) scatenò una piccola febbre dell'oro, a seguito della concessione degli scavi all'intraprendente capitano Bartolomeo Testoni. Nuove gallerie furono scavate, qualche nuovo filone venne esplorato, mentre minatori salivano dal Piemonte e dalla Lombardia nell'alta Valle Anzasca, accelerandone il processo di italianizzazione. Una buona zona aurifera era in Valle Quarazza, che si raggiunge salendo da Borca sulla destra orografica del torrente Anza, ma quella più promettente fu quella del villaggio minerario di Pestarena, poco sotto Macugnaga, che fra alterne vicende tornò a essere importante durante la seconda guerra mondiale: grazie agli sforzi produttivi di quegli anni si arrivarono a estrarre anche 40mila tonnellate di minerale all'anno, fino a toccare nel 1948 il record di 580 chili di oro puro estratti. Nonostante gli sforzi, però, la media di oro estratto giornalmente da un operaio restava di soli 5 grammi. La miniera di Pestarena era arrivata a dare lavoro a mille operai. Negli anni Cinquanta ancora ne occupava 300, ma i costi di manutenzione e di produzione erano diventati insostenibili, tanto che nel 1961 fu chiusa. Macugnaga decise che forse era meglio scommettere su un altro tipo di filone d'oro: quello del turismo, sia estivo sia invernale, grazie alle sue due aree sciistiche, quella più agevole del Belvedere e quella assai impegnativa del Monte Moro. Le miniere di Pestarena oggi non sono accessibili, ma lo è quella della Guia, che fu scoperta nel 1710 in località Fornarelli, ed è diventata la prima miniera d'oro visitabile d'Italia. Del tutto pianeggiante e dunque facilmente accessibile anche ai disabili in carrozzina, ha al suo interno costantemente 9 gradi di temperatura e il 97 per cento di umidità.

Oltre al museo Casa Walser, a Macugnaga si può visitare anche un altro piccolo museo, il Museo della Montagna e del Contrabbando, ospitato in un edificio Walser in località Prati della frazione Staffa. All’interno espone tavole del caricaturista milanese Aldo Mazza (1880-1964) sull’alpinismo sul Monte Rosa, una collezione di reperti sulla storia alpinistica di Macugnaga (sci, corde, zaini, ramponi e indumenti originali), documenti sulla grande guida alpina Mattia Zurbriggen, vincitore dell’Aconcagua), gli scarponi usati dal francese Maurice Herzog durante la sua conquista dell'Annapurna. Una sezione è dedicata al contrabbando di riso verso la Svizzera, nonché ai salvataggi degli ebrei e di altri rifugiati politici compiuti dalla gente di Macugnaga nel corso della seconda guerra mondiale, mentre un'altra sezione riguarda Achille Ratti, papa Pio XI, e le sue imprese alpinistiche sul Rosa.

Infine, Macugnaga è anche la base da cui partire per molte entusiasmanti passeggiate, escursioni e ascensioni sulle montagne e verso i rifugi della zona. Fra le mete più agevoli e popolari, figurano il Lago delle Fate (m 1309), raggiungibile da Staffa; il Passo di Monte Moro (m 2868), valico già noto ai Romani al confine con la Svizzera, cui si può salire in funivia; e il Belvedere, un fantastico punto panoramico sulla grandiosa parete ossolana del Rosa al quale si può arrivare in seggiovia o per un sentiero che sale da Pecetto. Dal Belvedere si può proseguire a piedi sino al rifugio Zamboni-Zappa (m 2065), costruito nel 1925 sull'Alpe Pedriola, in straordinaria posizione panoramica fra le morene sotto la parete est del Monte Rosa. Dal rifugio un sentiero porta in 15 minuti alla Cappella Zapparoli, da cui si ha una visione completa della Est del Rosa.


Testo di Roberto Copello; per le foto, Davide Rabbogliatti (prima foto panorama nel testo), Wikipedia (Achille Ratti alpinista), Comune (tiglio), museowalser.it (museo), isprambiente (miniera della Guia), associazione Musei d'Ossola (museo della Montagna e del Contrabbando), Thinkstock (in alto e altre).

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A raccontarlo, pochi ci crederebbero. Eppure è proprio così: ogni anno, ai primi di luglio, attori e registi di fama mondiale mettono Montone al centro del firmamento cinematografico, accorrendo nel piccolo borgo umbro per partecipare all'Umbria Film Festival. Tutto ciò è accaduto grazie a una stella di prima grandezza come Terry Gilliam, l'ex Monty Python che poi nella sua acclamata carriera di regista ha diretto star come Robert De Niro in Brazil, Robin Williams nella Leggenda del re pescatore, Bruce Willis e Brad Pitt nell’Esercito delle 12 scimmie, Johnny Depp in Paura e delirio a Las Vegas, ma anche l'umbra Monica Bellucci in I fratelli Grimm e l'incantevole strega.

E' Gilliam che ha fatto dell'Umbria Film Festival un piccolo, grande festival di assoluto respiro internazionale. E ciò grazie a un amore a prima vista scattato nel 1992, quando Gilliam partecipò per la prima volta a un festival che allora si svolgeva a Umbertide e a Perugia. Poi nel 1997 il regista, venuto a Umbria Jazz per il concerto di Sting, decise di comprar casa nella valle della Morra. Da allora il rapporto fra Gilliam e Montone si è fatto talmente stretto che il regista nel 2010 ha ricevuto la cittadinanza onoraria del borgo umbro.

Egli stesso, del resto, ha più volte dichiarato: “Quando sarà il momento, voglio finire i miei giorni nell’Alta valle del Tevere”. Ma dato che per qullo non c'è alcuna fretta, Gilliam può continuare a dedicarsi con passione all'Umbria Film Festival di cui ora è presidente onorario e per il quale già nel 1993 creò il visionario logo che, nello stile sempre dissacrante e sempre profondo dei Monty Python, trasforma il ritratto di Battista Sforza di Piero della Francesca in un'icona cinematografica, con due bobine di pellicola nell'acconciatura dei capelli e un proiettore al posto degli occhi.

Non c'è da stupirsi allora che fra gli innumerevoli film che sono stati proiettati in anteprima nella suggestiva atmosfera di Piazza Fortebraccio siano figurate anche opere dello stesso Gilliam, come i suoi film indipendenti Lost in la Mancha e Tideland. Vedere un suo film proiettato nel borgo medievale umbro è un'esperienza in grado di provocargli forti emozioni, come lo stesso Gilliam ha raccontato: “Volteggiando alte sopra un paesaggio eterno, nel cuore di una città di pietra scura, le immagini de Le avventure del Barone di Munchhausen si dimenano su uno schermo gigante che torreggia su una piazzetta illuminata dalla luna. Mentre i bambini giocano, le persone sedute ai tavolini sistemati come se fosse un cinema all'aperto, mangiano, conversano e guardano catturate dal film. Altri preferiscono fuggire cercando salvezza nel bar locale. Ma non c'è modo di fuggire. Una luce brilla da dietro il bar e getta le ombre dei bevitori attraverso la piazza sullo schermo. Lì si mescolano con i personaggi del mio film in una danza reale e fantastica allo stesso tempo, che rimane per sempre impressa nella mia memoria. L'Umbria Film Festival di Montone può far suscitare questo tipo di emozioni. È un evento magico. Sono orgoglioso di farne parte”.

Testo di Roberto Copello; per le foto, Wikipedia e account Instagram umbriafilmfestival.

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In un territorio come quello di Montone, così legato alle tradizioni e così ricco di prodotti naturali, non potevano mancare una serie di ricche proposte gastronomiche che, pur nella loro semplicità di esecuzione, racchiudono tutta la sapienza di un popolo legato ai sapori genuini di un tempo.

Dai vini all'olio, dallla semplicissima torta bianca cotta sul “panaro”, all’imbrecciata, che si serviva tradizionalmente nei mesi invernali, ai raffinatissimi piatti di pasta fatta in casa, impreziositi da tartufo, funghi o asparagi, la cucina di Montone è fedele e genuina espressione di un territorio ad altissima vocazione agricola e gastronomica.

Fra le tante specialità, però, la più particolare è il Mazzafegato dell’Alta Valle del Tevere, insaccato “povero” dal colore scuro, dalla grana grossolana e dal profumo inconfondibile di fiori di finocchio, che si presenta in forma di piccole salsicce lunghe circa dieci centimetri. Nato dalla necessità di utilizzare tutto il maiale, è frutto dell’esperienza e della storia della norcineria casalinga di ogni famiglia del territorio montonese, dove si preparava come ultimo salume dopo la macellazione del suino, tritando grossolanamente le carni rimaste e aggiungendovi cotenna e fegato, prima di conciarle con sale, pepe, aglio, scorza di limone e abbondanti fiori di finocchio.
La tradizionale produzione del mazzafegato, oggi presidio Slow Food, e la diffusione di questo particolare insaccato oggi è affidata a poche aziende dell’Alto Tevere, una delle quali si trova proprio nel territorio di Montone.

Cibi biologici e prodotti tipici delle aziende locali sono poi i protagonisti della Festa del Bosco, mostra-mercato all’aperto che si svolge nei vicoli del paese tra la fine di ottobre e il 1° novembre. Un'occasione per degustare i prodotti del bosco e del sottobosco quali mirtilli, more lamponi, funghi, tartufi, miele e castagne.

Testo di Roberto Copello; per le foto, si ringraziano Viviappennino.it.

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