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Perché mai l'acqua della sorgente delle terme di Casciana, che sgorga a circa 36° e con la quale si preparano anche i fanghi, è chiamata Acqua Mathelda? Una leggenda dura a morire, tanto da resistere anche agli storici che provano a smentirla, vuole che sia stata niente meno che la contessa Matilde di Canossa a scoprire le proprietà terapeutiche delle acque di Casciana Terme. La storia è questa, tanto bella che pare un delitto metterla in dubbio. Matilde possedeva un merlo vecchio e malconcio, con le piume ormai grigie. Un giorno però la contessa notò che il suo merlo svolazzava meglio del solito, che le sue piume erano tornate nero intenso e che il becco era di nuovo di un bel giallo brillante. Fece seguire il merlo e venne a sapere che l'uccello ogni mattina volava fino a una nascosta pozza fumante, nella cui acqua si soffermava a zampettare. La contessa provò a immergersi in quelle stesse acque e subito notò che ne traeva lei pure beneficio. Fu così che decise di far costruire alcune vasche in cui raccogliere le acque miracolose...

Fu quello l'inizio delle terme di Casciana, ribadito da una lapide sull'edificio termale attuale? Di sicuro, fu lo spunto in base al quale nel 1928 l'allora comune di Casciana Terme mise al centro del suo stemma un merlo in vola sopra uno stagno... Ma, in realtà, che qui ci fossero ottime acque calde lo sapevano già i Romani, per i quali Casciana, toponimo di origine latina che sta per “il terreno di Cassio”, era nota anche come Castrum ad Aquas. Nel Medioevo, ben prima di Matilde, le sue acque erano ben conosciute almeno dal IX secolo, quando qui era attestata una pieve di Santa Maria ad Acquas. C'è poi una bolla del 1148 che spiega come le acque della zona curassero le malattie della pelle, ma i primi documenti che parlano di uno stabilimento termale a Casciana sono assai successivi, del 1311: a volerlo fu Federico di Montefeltro, allora signore di Pisa, e da allora qui una qualche struttura termale c'è sempre stata, più volte ristrutturata, anche se più volte sconvolta, per esempio dall'incendio perpetrato dai fiorentini nel 1362 o dall'epidemia di peste del 1630. Solo dal Settecento, però, Bagni di Casciana (come si è chiamata la località fino al 1956) si aprì al termalismo moderno, grazie soprattutto alla passione dei lorenesi granduchi di Toscana. Ferdinando III nel 1824 avviò una importante ristrutturazione. E nel 1870 l'architetto Poggi, colui che progettò Piazzale Michelangelo a Firenze, realizzò uno stabilimento vero e proprio, con una bella facciata neoclassica. Che infine è stato sostituito da uno più moderno, realizzato nel 1968 nella piazza principale del paese nel 1968 e ristrutturato nel 1999, con un restauro che si è premurato di conservare gli splendori del passato (come gli affreschi neoclassici e liberty dell'elegante Gran Caffè delle Terme, pensato nel XIX secolo e arredato con mobili d’epoca).



Oggi il centro termale di Casciana, circondato da un grande parco con alberi secolari, e composto da diversi edifici, fra cui lo stabilimento vero e proprio, il centro benessere e due piscine termali, una coperta e una all'aperto, si propone come uno dei siti termali più interessanti della Toscana, grazie ad acque che sono un autentico prodigio della natura. Le acque che qui sgorgano a 35,7°, appartenenti alla famiglia delle bicarbonato solfato calciche, da sempre sono impiegate per le artrosi, i reumatismi e la sciatica, ma più di recente hanno trovato impiego anche nelle terapie di riabilitazione motoria, nelle cure vascolari e anche in quelle inalatorie, mostrandosi efficace nella cura di sinusiti, rinosinusiti, faringiti, laringiti, tracheiti. Il fango terapeutico, riscaldato a 45° dopo essere stato immerso a lungo nell’acqua termale e averne acquisito i contenuti salini, risulta particolarmente efficace nel migliorare la circolazione degli arti inferiori, specie se l'applicazione è seguita da un bagno in vasca termale romana con idromassaggio a 36° e massaggio manuale da parte di un operatore. L'acqua di Casciana si può anche bere: un bicchiere aiuta l'attività dell'apparato gastroenterico, migliorando la digestione. E oltre alle cure termali e al centro di riabilitazione motoria, le une e l'altro convenzionati con il Servizio sanitario nazionale, Casciana Terme oggi si adegua ai tempi proponendo anche trattamenti olistici nel centro benessere e la Spa di Villa Borri, prestigiosa struttura in una villa padronale del Settecento.



Appena fuori del paese, lungo la strada verso Chianni, all'interno di un suggestivo parco naturale sulle colline che guardano Volterra, si trova poi un'altra sorgente idrominerale, fredda però, dato che sgorga a 18°: la Fonte di San Leopoldo. Qui per secoli i cascianesi sono venuti a bere la sua acqua bicarbonato-alcalina, che chiamavano “citola”. Anche i bagnanti delle Terme nel XIX secolo venivano fin qui a berla, alla fine del ciclo di cure. Fino a qualche decennio fa veniva anche messa in bottiglia, con un'etichetta gialla che vantava l'utilità di quest'acqua “bicarbonato solfato sodica litiosa carbogassosa” contro le malattie dell'apparato digerente. Oggi si vorrebbe tornare a imbottigliare acqua S. Leopoldo, magari recuperando a scopo ricettivo gli immobili adiacenti alla sorgente. 

Testo di Roberto Copello; foto Comune e termedicasciana.com

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Se c'è un frutto che è la gloria del territorio comunale di Casciana Terme Lari, questo è la ciliegia. Lo è al punto che dal 1957 a Lari, a fine maggio, si tiene una sentitissima Sagra delle Ciliegie, la festa paesana forse più conosciuta e frequentata delle colline pisane. Lari, non caso, è l'unica città toscana che fa parte dell'Associazione nazionale città delle ciliegie, fondata nel 2003 e che riunisce 47 Comuni italiani.

A Lari, la coltivazione degli alberi di ciliegio vanta una tradizione secolare, favorite dalla peculiarità dei suoli e del clima della zona oltre che dall’esperienza dei produttori larigiani e delle vicine frazioni di Cevoli, Usigliano, Lavoiano, Perignano, San Ruffino di Lari e Boschi di Lari. La ciliegia di Lari è un frutto consistente, di colore rosso intenso e dal sapore zuccherino, tanto che viene usata anche per preparare “confettura extra di ciliegie di Lari”. Se ne producono annualmente circa 500 quintali, pari alla metà della produzione toscana.



Quella di Lari è una cultivar autoctona originaria del Pisano, di cui sono state censite 19 qualità diverse, molte delle quali ormai rarissime o a rischio di estinzione: Gambolungo, Cuore, Siso, Papalina, Del paretaio, Morella del Meini, Di Nello, Di Guglielmo, Orlando. Elia, Precoce di Cevoli, Morella, Di giardino, Marchianella di Lari, Usigliano, Morellona tardiva, Marchiana, Montemagno detta anche Angela, Crognola. La Gambolungo matura nella seconda quindicina di maggio, ed è molto dolce e tenera; Cuore, di medie dimensioni con punteggiatura biancastra, molto saporita, rischia l'estinzione; Siso, con pianta a rami lunghi, ha frutto biancastro, molto saporito e ovale con il picciolo corto; Papalina matura nella prima decade di giugno, è saporita, di colore rosso cupo e ha il gambo corto; Del paretaio è ovale, di buon sapore e aroma, ma è in estinzione (pare ne sia rimasta ormai una sola pianta); Morella del Meini è una particolare varietà di morella piuttosto rara; Di Nello, selezionata attorno al 1920 da un agricoltore che le diede il proprio nome, ha polpa colorita; Di Guglielmo è in via d'estinzione ed è presente con poche piante in località Tomaia (il nome deriva dal coltivatore che la selezionò); Orlando fruttifica su pochi alberi in località Colle ed è in via di estinzione; Elia è presente solo con pochi alberi alle porte di Lari; Precoce di Cevoli matura nella prima metà di maggio ed è piccola, di gambo medio, con pasta biancastra, buccia rossa e punteggiature biancastre; Morella è una specie rara che matura nell'ultima decade di giugno ed è molto succosa e di colore intenso; Di giardino è tonda, saporita, ben colorita e con il picciolo corto: si trova nelle piane di Lari; Marchianella di Lari: come la marchiana è piccola e molto saporita, se ne sono ritrovati isolati frutti su un'unica pianta in località Boschi di Lari; Usigliano è molto profumata e con un intenso sapore, ha forma ovale e buccia tendente al viola; Morellona tardiva, di colore intenso e molto succosa, si trova su pochi alberi in località San Bastiano; Marchiana matura nella seconda decade di giugno, è piccola, saporita e tenera ed ha il gambo lungo; Montemagno detta anche Angelaesiste in pochissimi alberi soltanto in località Usigliano; Crognola è la specie più tardiva (matura nell'ultima decade di giugno) e si trova in località Casciana Alta, è tonda, di colore rosso lucente e molto succosa.

Lari, il cui territorio collinare non è lontane dal mare, ha poi da sempre anche una forte vocazione enologica, che in genere portava però a produrre sempilci “vini del contadino”. Ultimamente però c'è stato chi, come il Podere Anima Mundi, si è dedicato a recuperare i vitigni autoctoni Pugnitello, Foglia Tonda e Colorino, sposando la causa della viticoltura biodinamica e ottenendo subito ottimi punteggi sulle guide enologiche specializzate.

Testo di Roberto Copello; foto Comune 

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In bella e fertile posizione precollinare a sud della piana che sta fra Livorno, Pisa e Pontedera, il neonato Comune sparso di Casciana Terme Lari, ritornato unito nel 2014 dopo 86 anni di separazione, conta ben 12 frazioni principali, ognuna con una sua fisionomia ben distinta, dalla piccola San Ruffino (soli 72 abitanti) alla più popolosa, Perignano (3263 ab.), e poi una notevole serie di frazioni, che una serie di storie leggendarie ha spesso voluto essere state fondate o abitate da Matilde di Canossa. Siamo in una zona di antichi insediamenti etruschi e romani, poi a lungo contesa nel Medioevo tra Firenze, Pisa e Volterra, tutti interessati alle produzioni agricole per le quali la zona è tuttora apprezzata. Una storia che ha costellato il territorio di una innumerevole serie di chiese, cappelle, oratori, santuari, rocche, torri, ville, palazzi, oltre che di fattorie, cascine e mulini. Oltre ai due centri più importanti, Lari e Casciana Terme, il territorio comunale comprende numerosi centri minori, sia di pianura che di collina (Lavaiano, Quattrostrade, Casine, Spinelli, La Capannina, Cevoli, Ripoli, San Ruffino, Casciana Alta, Gramugnana, San Frediano, Usigliano, Boschi di Lari, Orceto, Ceppato, Collemontanino, Parlascio e Sant'Ermo), circondati da un mosaico agrario caratterizzato da una fitta maglia poderale.

La sede comunale è a Lari, borgo storico di origini etrusche, poi fortificato dai longobardi, cui che ha tre porte d'accesso (Fiorentina, Maremmana e Volterrana) e una chiesa dell'Assunta che custodisce una Annunciazione marmorea di Andrea di Francesco Guardi, scultore pisano del 400. Lari sorge attorno a una antica fortezza medievale ristrutturata dai Medici a inizio '500, il Castello dei Vicari di Lari, costruito dai fiorentini sopra una rocca dell'anno Mille e che resta uno dei più imponenti castelli della provincia di Pisa.

Da qui per quattro secoli, fino al Regno d'Italia, Firenze amministrò un terzo dell'attuale provincia di Pisa, sorvegliando dall'alto tutto il Valdarno. Il castello, dove si svolsero anche processi per stregoneria, secondo un leggenda sarebbe abitato da un fantasma di nome Rosso della Paola. Rivalorizzato dal 1991 come edificio storico, non ha ancora terminati i restauri ma è comunque già visitabile ed è utilizzabile per mostre, conferenze, rievocazioni storiche. Suggestivo il cortile d'ingresso, con i 92 stemmi lasciati dai numerosi Vicari durante quattro secoli (nella foto sotto).

La popolosa Casciana Terme (un tempo Bagni di Casciana), stazione termale in bella posizione fra olivi e vigneti, ha origini etrusche, come attestano ritrovamenti nell'area di Parlascio. Nel XII secolo era un castello con tanto di mura, sito nel nucleo di Petraia, dove ancora si può vedere la Torre Aquisana. Nella chiesa di San Martino in Petraija, trecentesca ma rifatta nel XIX secolo, c'è un Crocifisso ligneo ritenuto miracoloso, molto venerato sin dal Cinquecento e che viene esposto solo per la festa patronale, il 3 maggio. A questo Crocifisso gli abitanti attribuiscono il fatto che Bagni di Casciana fu risparmiata durante un terremoto che devastò i paesi vicini. In paese ci sono poi anche la chiesa plebana di Santa Maria Assunta, molto restaurata, e il piccolo, interessante oratorio della Madonna dei Sette Dolori, che un tempo faceva parte di un ospedale di San Bartolomeo in cui erano accolti i pellegrini.

Nel centro di Casciana Terme è situata la piazza da sempre punto di riferimento della vita cittadina e dei tanti eventi che qui si svolgono. Oltre alla facciata della chiesa che occupa uno dei suoi lati, è caratterizzata da quella delle Terme di Casciana, disegnata e fatta costruire dall’architetto Poggi nel 1870. Tra gli edifici civili di Casciana Terme va segnalato anche il Teatro Verdi, inaugurato nel 1913, è tornato a nuova vita nel 2012, dopo un lungo restauro.



Chi visita il comune di Casciana Terme Lari non dovrebbe comunque trascurare i numerosi borghi del territorio comunale. A partire da Casciana Alta, le cui origini risalgono all'epoca etrusca e poi romana, e che era ben nota nel Medioevo per i suoi mulini alimentati dalle acque del fiume Ecina (di una decina sopravvivono i resti). La chiesa parrocchiale di San Niccolò è ottocentesca ma ha in realtà una storia secolare: conserva dipinti di artisti fiorentini del Rinascimento e del Barocco. Fino a qualche tempo fa la chiesa possedeva pure un'opera di grande importanza, un celebre polittico trecentesco della Vergine con il Bambino tra santi e profeti, opera del senese Lippo Memmi, cognato di Simone Martini: oggi è visibile a Pisa, nel Museo Nazionale di San Matteo. A Casciana Alta c'è anche l'oratorio barocco della Madonna della Cava, eretto a inizio Seicento in forma ottagonale e con tele mariane di Antonio Domenico Bamberini alle pareti. A Casciana Alta si trovano anche i resti del castello, vari palazzi medievali e un piccolo teatro, mentre appena fuori del paese c'è il diroccato oratorio di San Nicola in Sessana, che fu nel Medioevo la chiesa principale di Casciana (è citato in un elenco di chiese della diocesi di Lucca del 1260), e ci sono le famose grotte di San Frediano, oggi inaccessibili.

Se Ceppato è un antico borgo con interessanti case-torri dei secoli XIII-XIV, una piazza con edifici settecenteschi e un paio di chiesette di antiche origini, a sud est di Casciana Terme, invece, lungo la strada che sale a Collemontanino è notevole la chiesetta romanica di San Martino in Colle. Da Collemontanino, salendo attraverso il borgo del Poggio, si arriva ai ruderi della Rocca di Montanino, dove secondo una leggenda avrebbe abitato Matilde di Canossa. Nel sito delle Casacce sono stati portati alla luce alcuni reperti del Paleolitico. Da qui si può raggiungere Parlascio per il “Poggio alla Farnia”, una bella strada fra i pini e la macchia mediterranea. 

Parlascio, nel punto più alto e panoramico delle Colline Pisane, a 280 m slm, ha una storia che risale agli Etruschi (qui ci sarebbe stato un tempio dedicato a Ercole): scavi avviati nel 1998 e ancora in corso hanno riportato alla luce reperti del VII secolo a.C., alcuni dei quali oggi sono esposti a Casciana Terme, in una mostra “Etruschi a Parlascio” gestita dal Gruppo Archeologico Le Rocche. Fra gli obiettivi degli scavi è capire come questo centro, legato alla Pisa Etrusca, presentasse in epoca arcaica, a partire dalla fine del Villanoviano, una ricchezza notevole, testimoniata dai frammenti rinvenuti. Molti di essi appartengono alla cultura pisana, molti sono riferibili ad anfore vinarie etrusche ed orientali, altri a ceramiche di importazione.



In paese, la chiesa romanica dei Santi Quirico e Giulitta, modificata nel 1444 dai conti Upezzinghi, conserva una copia del Volto Santo di Lucca e un busto della Madonna del Latte. La facciata era, in origine, adornata di bacini ceramici, adesso conservati al Museo di San Matteo a Pisa.

Sempre nel territorio comunale, il borgo di Sant'Ermo ha una chiesa, dedicata a Sant'Ermete, attestata già nel 1260. Più famoso, vicino al paese, il piccolo santuario della Madonna dei Monti, ricostruito dopo il terremoto del 1846 e da sempre molto caro agli abitanti delle colline pisane e livornesi. Cevoli, l'antico Castrum de Ceulis posseduto nel Medioevo dai vescovi di Lucca, ha una settecentesca chiesa parrocchiale intitolata ai Ss. Pietro e Paolo, conserva due importanti opere: un crocifisso ligneo del secolo XI e una Sacra Conversazione di un Andrea Pisano datata 1490. Importanti, in zona, ma di proprietà privata, Villa Ceuli-Norci e Villa Cioppa, di origini cinque-secentesche. Lavaiano, borgo menzionato già prima del Mille, poi fortificato dai Pisani e distrutto dai fiorentini, ha una chiesa parrocchiale di San Martino con opere del 500 e, sul frontone della porta d’ingresso, uno stemma dell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano.



Perignano, centro agricolo oggi più noto come città dell'arredamento per via dei tanti mobilifici, ha in realtà una storia antica, risalente almeno al 963 d.C.: di rilievo Villa Sanminiatelli, residenza signorile di campagna con un bel viale di cipressi, un parco e una cappella di famiglia. San Ruffino è un borgo di impianto medievale, dominato dalla settecentesca Villa Nannipieri. Infine Usigliano, antico borgo rurale, ricco di testimonianze storiche e architettoniche, legate alla presenza della potente famiglia Upezzinghi, di cui esiste ancora il palazzo omonimo. Ha un piccolo Museo delle attività agricole, prima ospitato nel castello di Lari e ora nell'antica fattoria Castelli (interessanti i macchinari agricoli e i presepi contadini).

Testo di Roberto Copello; foto Comune (paesaggi), Giovanni Bacci (cortile con stemmi), Gruppo archeologico Le Rocche - lerocche.blogspot.it (reperti archeologici)

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Cassini, chi era costui? Molti nel settembre 2017 si appassionarono alla sorte della sonda Cassini, lanciata dalla Nasa vent'anni prima con il compito di esplorare Saturno, e che finalmente andò a distruggersi toccando il suolo del pianeta con gli anelli, trasmettendo però il suo segnale ancora per 90 minuti prima di tacere per sempre. Non tutti sapevano perché l'orbiter americano si chiamava proprio così, Cassini. E forse qualcuno si stupì ad apprendere che si trattava di un modo per onorare il più famoso figlio di un piccolo borgo ligure di neppure mille abitanti, Perinaldo.

Sì, perché il perinaldese Giovanni Domenico Cassini (1625-1712) è stato forse il primo astronomo moderno nonché uno dei più grandi di sempre, lo scienziato che scoprì quattro satelliti di Saturno (Giapeto, Rea, Dione e Teti), oltre che la Divisione di Cassini negli anelli di Saturno stesso e la Grande Macchia rossa di Giove. La sua fama era tale (sua una dettagliatissima mappa della Luna) che fu chiamato a Parigi alla corte del Re Sole, Luigi XIV, per esserne l'astronomo ufficiale, diventando cittadino francese e continuando a produrre scoperte anche in altri ambiti, essendo pure ingegnere, medico e biologo di primo livello. La sua importanza è tale che la comunità scientifica ha dedicato al suo nome un cratere sulla Luna, uno su Marte, la divisione degli anelli di Saturno, una regione sul satellite Giapeto, un asteroide scoperto nel 1999 (il 24101 Cassini) e, come detto, l'orbiter della sonda Nasa che per prima ha toccato il suolo di Saturno.

Una carriera che oggi varrebbe un sicuro premio Nobel. E che partì proprio da Perinaldo, che qualcuno chiama non a torto “borgo delle stelle”, e che a sua volta ha avuto l'onore di dare il proprio nome a un asteroide: il 7556 Perinaldo, scoperto nel 1982. E in effetti Perinaldo è da secoli un borgo ad “alta vocazione” astronomica. Sarà perché da quassù i cieli sono sempre apparsi particolarmente limpidi, specie prima dell'invenzione e la diffusione della luce elettrica. Fatto sta che, per un singolare concorso di circostanze e di genialità, in paese sono nati e hanno vissuto diversi illustri astronomi e cartografi. Oltre al grandissimo Gian Domenico Cassini (1625-1712), il principale fu Giacomo Filippo Maraldi (1665-1729), nipote e assistente di Cassini, scopritore delle calotte polari di Marte e di due comete. E poi non vanno dimenticati Giovan Domenico Maraldi e Giovanni Tommaso Borgonio, che fu topografo e cartografo dei Savoia.

Un genio come Cassini andava ricordato anche nel borgo natale, cercando di perpetuare la locale vocazione a guardare le stelle. E' così che nel 1989 l'ammministrazione comuale di Perinaldo ha dato vita all’osservatorio astronomico G.D.Cassini, costruendo sul tetto del municipio (ex convento di San Sebastiano) una cupola di tre metri di diametro dove è stato installato un telescopio riflettore newtoniano di 380 mm di diametro e di 1700 mm di focale, frutto di una donazione. Grazie alla sua grande luminosità, il telescopio consente a gruppi più grandi l'osservazione di galassie, nebulose, ammassi stellari e di tutti gli oggetti più bui del cielo.

La cupola può accogliere fino a un massimo di sei persone alla volta, ma vicino ad essa c'è una sala, assai più spaziosa, dove è posto un altro telescopio da 356 mm di diametro e 3556 mm di focale, che può essere impiegato per osservare i pianeti e le stelle doppie. L'osservatorio poi possiede altri telescopi con diverse configurazioni ottiche, strumenti che possono essere facilmente trasportati sul piazzale dell'osservatorio, per osservazioni pubbliche. All'interno di una delle stanze dell'osservatorio, invece, è situato il planetario, utilizzato specialmente quando il brutto tempo non consente l'osservazione diretta del cielo. 

Infine, l'edificio municipale ospita anche due piccoli musei: il Museo Cassiniano, che dispone di documenti e reperti sulla storia e la genealogia di Cassini e Maraldi, e il Museo Napoleonico, con documenti e illustrazioni relative a Napoleone e al suo passaggio da Perinaldo. Oltre a una fitta attività didattica diurna per le scuole, l'osservatorio di Perinaldo organizza mediamente due volte al mese serate di osservazione e conferenze aperte a tutti.

A Perinaldo però ci sono anche altri luoghi astronomici. Casa Maraldi, nel centro storico, con un bel profilo merlato che tradisce il passato di castello, raccoglie quanto resta della biblioteca e degli strumenti astronomici dell'illustre famiglia perinaldese. Ma soprattutto gli appassionati astrofili non possono perdersi una visita al santuario di N.S. Della Visitazione, che una leggenda (poco attendibile) dice essere stato costruito orientato sul Meridiano Ligure su indicazione dello stesso Cassini. Proprio pensando a Cassini, che fu l'ideatore fra l'altro della grande meridiana nella basilica di San Petronio a Bologna, nel 2007 l'Associazione “Stellaria” di Perinaldo ha realizzato nel santuario il più grande gnomone costruito in Italia da fine '800: un piccolissimo foro di 15 mm praticato nell'abside, rivolto a sud, fa entrare a mezzogiorno esatto nella chiesa un cono di luce che illumina un punto su una lamina di ottone posta sull'asse nord-sud. Per visitarlo, sito web astroperinaldo.it.

Testo di Roberto Copello, foto Wikipedia, astroperinaldo.it e Imperia Post

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Con i suoi carrugi e le sue raccolte piazzette, gli archi di origine medievale e le antiche mura in pietra, il borgo ligure di Perinaldo vanta una storia millenaria, che lo ha arricchito di notevoli opere d'arte grazie alla sua posizione impervia ma strategica, su un crinale tra le valli del rio Merdanzo e del torrente Verbone. Sorse intorno all'anno 1000 con il nome di Podium Rainaldi, toponimo dal nome del castello qui fondato da Rinaldo (o Rajnaldo) dei conti di Ventimiglia, che sottopose il territorio alla signoria di Dolceacqua.



Acquistato nel 1288 da Oberto Doria, fu oggetto tra Quattro e Cinquecento di cruente lotte fra i Doria stessi e i Grimaldi di Monaco. Dopo una breve tregua seguita a un'alleanza dinastica tra le due famiglie, le cose precipitarono negli anni Venti del Cinqucento, quando dopo alterne vicende i Doria riuscirono a prendere il controllo di Perinaldo, Isolabona, Dolceacqua e Apricale, mettendosi subito dopo sotto la protezione della più potente Casa Savoia.

Perinaldo così rimase ai Savoia fino all'Unità d'Italia, se si eccettua un momento a fine Seicento in cui fu espugnato dalla Repubblica di Genova (a ovest dell'abitato ci sono i ruderi del castello che difendeva Perinaldo e che nel 1672, durante quella guerra fra Savoia e Genova, venne distrutto da soldati corsi) e poi la ventina d'anni fra Sette e Ottocento in cui passò sotto il controllo francese.

Numerosi sono gli edifici sorti a Perinaldo con uno scopo religioso, che in qualche caso oggi non hanno più. Come l'antico convento di San Sebastiano, oggi sede del Municipio. La chiesa parrocchiale di San Nicola di Bari, eretta nel 1489 (notare sopra il bel sovrapporta in ardesia del 1495 con le insegne dei Doria) ma ristrutturata nel Seicento in forme barocche, è stata parzialmente restituita alle forme originarie (nella foto a destra). L'interno, con belle colonne in pietra nera e capitelli cubici, conserva un crocifisso ligneo del 400, un dipinto secentesco, “La Madonna intercede per le anime del Purgatorio”, attribuito alla bottega del Guercino, e un bellissimo organo costruito dal pistoiese Giosuè Agati nel 1829 e recentemente restaurato.

Più semplici invece la chiesa di Sant'Antonio da Padova, fondata dai francescani nel Seicento, a una sola navata, e l'oratorio di San Benedetto, cinquecentesco. Fuori paese, in posizione panoramica presso il bivio della strada per Apricale si trova poi il santuario secentesco della Madonna della Visitazione, detto Madonna del Poggio dei Rej: una leggenda dice che il nome deriva dal fatto che il parroco mandava qui chi aveva confessato i suoi peccati, imponendogli come penitenza di restare in ginocchio dal tramonto al mattino successivo sopra chicchi di mais sparsi sulla porta. Un'altra leggenda orale invece vuole che il santuario sia stato fatto costruire dall'astronomo Gian Domenico Cassini, la gloria locale, secondo il Meridiano Ligure. Un piccolo foro realizzato nel 2007 fa sì che a mezzogiorno esatto la luce solare proietti una linea meridiana che attraversa tutta la chiesa (a questo link approfondimenti sul rapporto tra Perinaldo e l'astronomia).

Testo di Roberto Copello, foto Comune e Wikipedia

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Perinaldo è la terra del carciofo provenzale. Un particolare tipo di carciofo, chiamato anche violet o selvatico, che qui fu introdotto niente meno che da Napoleone Bonaparte. Accadde nel maggio 1794 quando il venticinquenne generale, agli albori della sua scalata al potere, al comando dell'armata repubblicana francese passò da Perinaldo dove fu ospite dei signori Maraldi, la famiglia più in vista del paese: qui il futuro imperatore si stupì che a così breve distanza dalla Francia non si producesse il carciofo provenzale, di cui evidentemente era ghiotto.

Fu lo stesso Napoleone che, alcuni mesi dopo, si premurò a inviare dalla Francia alcune piantine di carciofo provenzale, che negli orti di Perinaldo trovarono un habitat favorevolissimo, al punto di diventare un punto fermo sia nelle coltivazioni sia sulla tavola degli abitanti del posto. Che oggi il carciofo di Perinaldo, senza spine, tenero e senza barbe all’interno, lo consumano in tutti i modi possibili: crudo in insalata, al forno con i funghi porcini, conservsto sott'olio, facendone frittelle, e via dicendo.

Perinaldo celebra quello che è ormai a pieno diritto il “suo” carciofo con una grande festa nel mese di maggio, assieme all'olio di olive taggiasche, la famosa varietà di olive del Ponente ligure che a Perinaldo a loro volta hanno dei “progenitori” specifici: i frati francescani che nel 1640, all'atto di insediarsi in paese, sostituirono la coltivazione dell'ulivo olivastro con la varietà taggiasca. L'olio dei frati e il carciofo di Napoleone formano così un'imprevista alleanza tra sacro e profano che a Perinaldo trova il consenso unanime di tutti.

La gastronomia locale conserva poi antiche tradizioni sia della cucina povera, come la “meesana” (fiori di zucca ripieni, serviti come antipasto caldo), sia di quella nobiliare, eredità lasciata dai Doria e dalle famiglie più importanti che qui soggiornavano (durante l'estate: immancabile il coniglio alla ligure, ma è assai diffuso anche lo stoccafisso con le olive taggiasche). Pane tipico è il “pan” tondo a ciambella, mentre il vino è, ovviamente, il re dei vini del Ponente ligure, il Rossese, localmente “Rocense”.

Testo di Roberto Copello; foto Sanremonews (carciofo), Wikipedia Commons (olive)

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La St. Moritz della Calabria? Va beh, non esageriamo. Però un briciolo di verità c'è: magari per le sue casette in legno a listelli bianco e neri, che tanto ricordano le baite svizzere. Oppure per l'atmosfera da idillio montano che pochi si aspetterebbero di trovare in Calabria. O ancora, perché il suo sviluppo iniziò ai primi del Novecento, proprio mentre anche sulle Alpi fiorivano le stazioni turistiche.

Fatto sta che Villaggio Mancuso, nato sulla Sila Piccola a 1289 metri di altitudine come un centro di villeggiatura montana di eccellenza per le famiglie più benestanti di Catanzaro, conserva a tutt'oggi un fascino particolare. Lo ha raccontato anche il regista Gianni Amelio, nato e cresciuto a San Pietro Magisano, a soli dieci chilometri di curve stradali da Taverna: “Villaggio Mancuso a me appariva disegnato, come disneyano, con l'Albergo delle Fate attorniato da casette di legno colorato. Ma tutta la Sila Piccola a me ragazzo appariva come un cartone animato. Qui la natura è accogliente, serena, mai angosciosa. Una Svizzera, dice qualcuno, ma per niente sofisticata”.

Insomma, per quanto possa apparire incredibile, un villaggio con qualche decina di villette e di alberghi, e abitato stabilmente da appena 60 persone, si è imposto nell'immaginario dei calabresi come il luogo dell'idillio, della pace, di una Calabria che può dimostrare di essere “altra” rispetto a tanti luoghi comuni. Villaggio Mancuso, nella sua magnifica cornice di conifere, in vista sia dello Ionio sia del Tirreno, è un paradiso per gli sportivi, grazie alle sue numerose attrezzature; lo è per i pescatori, grazie alle trote e alle anguille dei fiumi Alli, Simeri e Tàcina e dei laghi Ampollino e Cecita; lo era un tempo d'inverno per sciatori senza troppe pretese, grazie alla micro stazione sciistica di Ciricillia, l'unica in provincia di Catanzaro, un solo skilift e appena due piste di appena un chilometro che scendevano dai 1400 metri del Monte Pietra Posta (oggi restano solo piloni arrugginiti e gli sciatori, con un'oretta di auto in più, devono spingersi almeno sino agli impianti di Villaggio Palumbo o di Lorica).

Villaggio Mancuso resta in ogni modo una base prediletta da escursionisti desiderosi di esplorare la Sila Piccola lungo i sentieri del Parco nazionale della Sila. Facilmente percorribili sono i sentieri della riserva naturale Poverella Villaggio Mancuso, area protetta di poco più di mille ettari istituita nel 1977: si trova vicino al Centro Visitatori “Antonio Garcea” a Monaco (zona limitrofa a Villaggio Mancuso), al cui interno il Museo Verde rende possibili attività didattiche. Da qui si cammina in leggero saliscendi nei boschi di pino laricio calabrese in formazione pura, fra ginestre dei carbonai e biancospini, alzando ogni tanto la testa per avvistare uno sparviero o un astore, consci che da queste parti ci sono anche i lupi ma che di lasciarsi vedere non ci pensano proprio.

Testo di Roberto Copello; foto in alto Comune di Taverna; foto Villaggio Mancuso giacomo64/flickr e flickriver; foto Centro Visitatori Garcea, parks.it.

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Alimento fondamentale nella cucina di Taverna è la Patata della Sila, dal 2010 prodotto IGP dall’Unione Europea, la cui produzione è attestata già nel 1811 in documenti del Regno di Napoli, e la cui coltivazione trova nei terreni dell'altopiano un ambiente particolarmente favorevole, mentre le caratteristiche climatiche permettono una crescita dei tuberi costante e lenta e una maturazione della pianta ottimale. La varietà locale più antica, per secoli alimento principale di chi viveva sull'altopiano, è la patata viola, che ultimamente si è iniziato a reimpiantare: viola per via della buccia, scura come quella di una melanzana, mentre la pasta è bianca (restano comunque diffuse e coltivate anche varietà olandesi di patata: Agria, Desirée, Spunta, Liseta). Dal sapore particolarmente marcato, la patata silana è dunque protagonista di numerose ricette tipiche locali, che la vedono comunemente abbinata alla pasta; pasta, patate e uova; pasta e patate al forno; pasta, patate e zucchine; pasta, patate, finocchio selvatico e carne.

Tipico è anche il Pane della Sila, a lievitazione naturale con “pasta acida” e cottura nel forno a legna, preparato spesso con farine miste, di frumento e segale. Ideale per accompagnare gli onnipresenti salumi, particolarmente pregiati se ottenuti con carni del raro Suino Nero Calabrese. Salumi come la notissima Salsiccia di Calabria DOP, aromatizzata con pepe nero o peperoncino rosso dolce o piccante e semi di finocchio. O la pregiata Soppressata di Calabria DOP, ottenuta con un impasto di prosciutto e lardo. O, ancora, il capocollo.

E poi il Pane della Sila si accompagna ottimamente pure con il Caciocavallo Silano, formaggio di antichissima origine, particolarmente nutriente, dall'inconfondibile forma a pera o a fiasco. Il Butirro, detto anche burrino, è invece un piccolo, cremoso caciocavallo al cui interno è stata inserita una noce di burro. E non va dimenticata la ricotta affumicata, di latte ovino o caprino, dalla buccia scura e l'interno bianco, raccolta in fuscelli di giunco. Gloria della Sila sono poi i funghi sott'olio, vista appunto l'abbondanza di funghi di questi boschi. Ma in Sila, forse ancor più che nel resto della Calabria, si mette sott’olio anche ogni tipo di verdura: cicoriette e finocchio selvatico, capperi, olive, peperoncini, pomodori, melanzane, cipolle, carciofini.

E i dolci? Quello silano per eccellenza è la pitta ’mpigliata, un classico natalizio o dei matrimoni, la cui sfoglia aromatizzata con un'infinità di ingredienti racchiude a sua volta un ipercalorico ripieno di noci, fichi, pinoli, mandorle, uvetta. A Taverna (dove si dice che un tempo una donna per potersi sposare doveva dimostrare di saperla preparare alla perfezione) la si presenta preferibilmente in piccoli rettangoli farciti e dorati, disposti a fiore su una sfoglia rotonda cosparsa di zucchero, cannella e miele. 

Testo di Roberto Copello; per le foto, si ringraziano il Consorzio di Tutela della Patata della Sila igp e il Consorzio Caciocavallo Silano dop.

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Taverna deriva il suo nome probabilmente dal latino “taberna”, a indicare che qui, a circa 500 metri di altitudine, i Romani avevano posto un fondamentale posto di sosta prima di affrontare i boschi della Sila, per chi arrivando dalla costa ionica intendeva varcare l'Appennino e raggiungere quella tirrenica. Centro importante, dunque, tanto che nella sua antichissima storia civile, religiosa e artistica Taverna è stata sede vescovile, importante centro di studi umanistici, residenza di illustri famiglie, culla di numerose chiese di prim'ordine.

Non c'è dunque da stupirsi se proprio qui nacque uno dei più grandi, estrosi, girovaghi, prolifici, fantasiosi, teatrali, scenografici pittori del Seicento italiano: Mattia Preti, il Cavaliere Calabrese, nato a Taverna nel 1613 e morto nel 1699 a La Valletta, Malta, dove aveva passato gran parte della sua vita, ma che non aveva mai dimenticato il borgo d'origine, tanto da spedirvi spesso molte sue opere. Proprio l'eccezionale figura di questo acrobata del pennello, assieme alle sue opere, fanno di Taverna una delle mete di turismo culturale più importanti della Calabria e dell'intero Meridione italiano.

La visita alla cittadina e ai suoi tesori barocchi dunque non può che iniziare con il Museo Civico di Taverna, creato nel 1989 nel Cenobio domenicano del XV secolo, sede anche del municipio, e subito impostosi come punto di riferimento per gli studiosi del pittore. Due i suoi settori: il primo, con opere che vanno dal IV al XIX sec., ha ovviamente il suo motivo d'attrazione nelle opere qui presenti di Mattia Preti (come la Madonna degli Angeli, un bozzetto per gli affreschi di S. Biagio a Modena e un disegno raffigurante l'Estasi di S. Pietro Celestino), oltre che del fratello Gregorio Preti, lui pure pittore, e di altri pittori di scuola barocca napoletana. Il secondo settore ospita invece la Galleria d’arte contemporanea, con spazi dedicati agli artisti Ercole e Lia Drei, Francesco Guerrieri, Carmelo Savelli e allo studioso Alfonso Frangipane, oltre che opere di Mimmo Rotella, Angelo Savelli, Mirella Bentivoglio, Vasco Bendini, Achille Pace, Giovanni Marziano, Antonio Violetta, Giuseppe Gallo, Francesco Correggia, Mario Parentela e Antonio Saladino.



Un itinerario sulle tracce di Mattia Preti deve però obbligatoriamente proseguire nelle chiese di Taverna, che sono quasi una sorta di “museo diffuso” delle sue opere. A partire, subito nei pressi del Museo, dalla chiesa monumentale di S. Domenico, di origine quattrocentesca ma che a seguito di un forte terremoto fu ricostruita tra il 1670 e il 1680 in forma barocca (nella foto a destra). Qui la notte del 26 febbraio 1970 avvenne uno dei più clamorosi furti d'opere d'arte del dopoguerra in Italia: otto tele di Mattia Preti e altri tre dipinti vennero trafugati, obbligando la Soprintendenza a trasferire quanto rimasto in altre sedi più sicure. Fortunatamente le opere rubate furono poi recuperate, dopo un paio d'anni, e nel 1988 finalmente sono tornate alla chiesa, dove ora si possono ammirare ben 11 oli su tela di Mattia tra cui la celebre “Predica di S. Giovanni Battista” in basso alla quale, sulla destra, il baldanzoso pittore si è autoritratto in costume di cavaliere di Malta (era tale già a 29 anni), baffi e capelli lunghi, con la mano destra che regge sia la spada sia un pennello. Famoso anche l'atletico “Cristo fulminante”, del 1680. Ci sono poi, del cavalier calabrese, un “Miracolo di San Francesco di Paola”, un “Martirio di San Sebastiano”, una “Madonna della Purità” realizzata insieme al fratello Gregorio e l' “Eterno Padre”. Ma la chiesa e la sacrestia sono ricchissime di altre opere barocche, affreschi (notevoli le Storie della vita di San Domenico, realizzate da artisti minori a fine 600 sopra le arcate della navata centrale), tele, pulpito e coro in legno, un organo del 700 decorato a intagli. Davanti alla chiesa si erge poi una statua che raffigura proprio Mattia Preti, un monumento in bronzo opera di Michele Guerrisi.



Altri sei oli su tela di Mattia Preti si trovano poi nella chiesa arcipretale di Santa Barbara, a navata unica, edificata dai francescani nel XV secolo, poi barocchizzata e infine essa pure ristrutturata dopo il terremoto del 1783 (nella foto a sinistra). Di Preti, in particolare, sulla parete di fondo dell'abside si può ammirare celeberrimo “Patrocinio di S. Barbara”, del 1688, la tela più grande di Preti a Taverna, dove la santa si alza in volo verso il Cielo.

A Taverna, peraltro, le tracce di Mattia Preti sono davvero ovunque. Come nella chiesa di San Martino, costruita nel 1429 e dove, oltre all'icona bizantina miracolosa della Madonna delle Grazie e ad alcune tele del maestro e della sua scuola, si conserva pure la memoria del luogo in cui il 26 febbraio del 1613 i genitori Innocenza Schipani e Cesare Preti fecero battezzare l'artista.

Un itinerario per le chiese di Taverna deve però considerare anche quelle che a Preti non sono legate, ma che ugualmente conservano interessanti tele di pittori del 600, vera epoca d'oro per la storia di Taverna. Templi come la chiesa di Santa Maria Maggiore, che era la più antica di Taverna ma che fu fortemente danneggiata da un'alluvione negli anni Cinquanta: si segnalano il soffitto ligneo e i decori in stucco dell'oratorio della Madonna del Carmelo. C'è poi la chiesa di Santa Caterina Piccola, in passato annessa al monastero quattrocentesco delle Terziarie Francescane, con un bel un coro ligneo secentesco e dipinti settecenteschi. E infine la chiesa di San Silvestro, la chiesa di Santa Maria del Soccorso nel quartiere di Portacise, purtroppo ormai priva delle decorazioni originarie, ma che conserva una scultura policroma della Madonna del Soccorso del Seicento all'altare, e la chiesa quattrocentesca di San Nicola, che ha all'interno tre altari lignei policromi.

Arte e chiese barocche a parte, Taverna negli ultimi anni s'è mostrata attenta anche alle ragioni dell'arte e della cultura contemporanea. Per esempio dando vita a un Museo d’arte contemporanea all’aperto (M.A.C.A.T.), con l'installazione di opere nel centro storico, a partire dal citato monumento che raffigura Mattia Preti per passare alla riproduzione bronzea della scultura “La Primavera” di Ercole Drei, al ritratto in bronzo di Alfonso Frangipane dello scultore Alessandro Monteleone, e ad altre opere installate nel centro storico degli artisti Salvatore Amelio, Pasquale Maria Cerra, Alberto Mingotti, Francesco Guerrieri, Lia Drei, Giulio De Mitri e Antonio Saladino. Infine, da segnalare pure le “Vie della poesia”, che vedono incisi su terracotta per le vie del paese testi poetici di Alda Merini, Marcia Theophilo, Teresio Zaninetti, Dante Maffia, Giovanni Raboni.

Testo di Roberto Copello; foto in alto di Marco Amelio; foto nel testo: museo, Museo Civico; piazza del Popolo, Marco Amelio.

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Le antiche tradizioni artigianali sono a rischio un po' ovunque, ma non ad Acquaviva Picena, dove è gelosamente perpetuata una produzione che ha origini medievali e della quale il borgo marchigiano va giustamente orgoglioso: le pajarole, ovvero i cesti di paglia e salice intrecciati ingegnosamente. A forma di tronco di cono rovesciato, erano utilizzate dai contadini di un tempo per trasportare sulla testa fino a venti chili di granaglie e legumi appena raccolti. Solo in seguito furono sviluppati altri cestini per un'infinità di usi differenti, persino come culla per i neonati, e ai giorni nostri si è arrivati addirittura a realizzare gioielli, composti da paglia e fili d’oro.

Ancora adesso, d'estate, chi sale ad Acquaviva nelle sere estive può assistere allo “spettacolo” (perché in certo senso tale è) delle anziane donne del paese che sedute davanti a casa lavorano pazientemente la paglia con un semplice punteruolo, qualche volta vestite con il costume tipico del borgo: camicia con i pizzi bianchi, lunga gonna a fiori, grembiule nero. Un lavoro, quello delle pajarolare, che alle spalle ha la lunga preparazione sia dei vimini (rami lasciati a germogliare in acqua dopo la potatura dei salici, in modo di ammorbidirli e consentirne la divisione con il coltello) sia degli steli di paglia, raccolta in fasci dopo la mietitura del grano e poi lasciata a essiccare. Fra l'altro, il Comune di Acquaviva s'è impegnato a sostenere l'artigianato delle pajarole, facendo piantare sia piante di salice (che stavano sparendo) sia tipi di grano alti, quali la Solima e l’Avanziotto, i più adatti a fornire, dopo la mietitura, la paglia necessaria per l’intreccio.

Ma la lavorazione della paglia, cui un tempo si dedicavano tutte le donne del paese, sopravvive oggi soprattutto grazie all’Associazione Terraviva, formata da signore del posto che continuano a realizzare i cesti e che tengono corsi per insegnare l'arte alle nuove generazioni. Anima del progetto è un insegnante delle scuole locali, la prof. Rinuccia Napoletani, che già anni fa ha ideato e realizzato il Museo della Pajarola, a lungo ospitato nel mastio della Rocca e che dal 2017 è collocato nella sede stessa dell'Associazione Terraviva, in via del Cavaliere 50 (orari gio e ven 17/19, tutti i giorni su prenotazione al tel. 347.0461759).

Testo di Roberto Copello

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