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Perinaldo è la terra del carciofo provenzale. Un particolare tipo di carciofo, chiamato anche violet o selvatico, che qui fu introdotto niente meno che da Napoleone Bonaparte. Accadde nel maggio 1794 quando il venticinquenne generale, agli albori della sua scalata al potere, al comando dell'armata repubblicana francese passò da Perinaldo dove fu ospite dei signori Maraldi, la famiglia più in vista del paese: qui il futuro imperatore si stupì che a così breve distanza dalla Francia non si producesse il carciofo provenzale, di cui evidentemente era ghiotto.

Fu lo stesso Napoleone che, alcuni mesi dopo, si premurò a inviare dalla Francia alcune piantine di carciofo provenzale, che negli orti di Perinaldo trovarono un habitat favorevolissimo, al punto di diventare un punto fermo sia nelle coltivazioni sia sulla tavola degli abitanti del posto. Che oggi il carciofo di Perinaldo, senza spine, tenero e senza barbe all’interno, lo consumano in tutti i modi possibili: crudo in insalata, al forno con i funghi porcini, conservsto sott'olio, facendone frittelle, e via dicendo.

Perinaldo celebra quello che è ormai a pieno diritto il “suo” carciofo con una grande festa nel mese di maggio, assieme all'olio di olive taggiasche, la famosa varietà di olive del Ponente ligure che a Perinaldo a loro volta hanno dei “progenitori” specifici: i frati francescani che nel 1640, all'atto di insediarsi in paese, sostituirono la coltivazione dell'ulivo olivastro con la varietà taggiasca. L'olio dei frati e il carciofo di Napoleone formano così un'imprevista alleanza tra sacro e profano che a Perinaldo trova il consenso unanime di tutti.

La gastronomia locale conserva poi antiche tradizioni sia della cucina povera, come la “meesana” (fiori di zucca ripieni, serviti come antipasto caldo), sia di quella nobiliare, eredità lasciata dai Doria e dalle famiglie più importanti che qui soggiornavano (durante l'estate: immancabile il coniglio alla ligure, ma è assai diffuso anche lo stoccafisso con le olive taggiasche). Pane tipico è il “pan” tondo a ciambella, mentre il vino è, ovviamente, il re dei vini del Ponente ligure, il Rossese, localmente “Rocense”.

Testo di Roberto Copello; foto Sanremonews (carciofo), Wikipedia Commons (olive)

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La St. Moritz della Calabria? Va beh, non esageriamo. Però un briciolo di verità c'è: magari per le sue casette in legno a listelli bianco e neri, che tanto ricordano le baite svizzere. Oppure per l'atmosfera da idillio montano che pochi si aspetterebbero di trovare in Calabria. O ancora, perché il suo sviluppo iniziò ai primi del Novecento, proprio mentre anche sulle Alpi fiorivano le stazioni turistiche.

Fatto sta che Villaggio Mancuso, nato sulla Sila Piccola a 1289 metri di altitudine come un centro di villeggiatura montana di eccellenza per le famiglie più benestanti di Catanzaro, conserva a tutt'oggi un fascino particolare. Lo ha raccontato anche il regista Gianni Amelio, nato e cresciuto a San Pietro Magisano, a soli dieci chilometri di curve stradali da Taverna: “Villaggio Mancuso a me appariva disegnato, come disneyano, con l'Albergo delle Fate attorniato da casette di legno colorato. Ma tutta la Sila Piccola a me ragazzo appariva come un cartone animato. Qui la natura è accogliente, serena, mai angosciosa. Una Svizzera, dice qualcuno, ma per niente sofisticata”.

Insomma, per quanto possa apparire incredibile, un villaggio con qualche decina di villette e di alberghi, e abitato stabilmente da appena 60 persone, si è imposto nell'immaginario dei calabresi come il luogo dell'idillio, della pace, di una Calabria che può dimostrare di essere “altra” rispetto a tanti luoghi comuni. Villaggio Mancuso, nella sua magnifica cornice di conifere, in vista sia dello Ionio sia del Tirreno, è un paradiso per gli sportivi, grazie alle sue numerose attrezzature; lo è per i pescatori, grazie alle trote e alle anguille dei fiumi Alli, Simeri e Tàcina e dei laghi Ampollino e Cecita; lo era un tempo d'inverno per sciatori senza troppe pretese, grazie alla micro stazione sciistica di Ciricillia, l'unica in provincia di Catanzaro, un solo skilift e appena due piste di appena un chilometro che scendevano dai 1400 metri del Monte Pietra Posta (oggi restano solo piloni arrugginiti e gli sciatori, con un'oretta di auto in più, devono spingersi almeno sino agli impianti di Villaggio Palumbo o di Lorica).

Villaggio Mancuso resta in ogni modo una base prediletta da escursionisti desiderosi di esplorare la Sila Piccola lungo i sentieri del Parco nazionale della Sila. Facilmente percorribili sono i sentieri della riserva naturale Poverella Villaggio Mancuso, area protetta di poco più di mille ettari istituita nel 1977: si trova vicino al Centro Visitatori “Antonio Garcea” a Monaco (zona limitrofa a Villaggio Mancuso), al cui interno il Museo Verde rende possibili attività didattiche. Da qui si cammina in leggero saliscendi nei boschi di pino laricio calabrese in formazione pura, fra ginestre dei carbonai e biancospini, alzando ogni tanto la testa per avvistare uno sparviero o un astore, consci che da queste parti ci sono anche i lupi ma che di lasciarsi vedere non ci pensano proprio.

Testo di Roberto Copello; foto in alto Comune di Taverna; foto Villaggio Mancuso giacomo64/flickr e flickriver; foto Centro Visitatori Garcea, parks.it.

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Alimento fondamentale nella cucina di Taverna è la Patata della Sila, dal 2010 prodotto IGP dall’Unione Europea, la cui produzione è attestata già nel 1811 in documenti del Regno di Napoli, e la cui coltivazione trova nei terreni dell'altopiano un ambiente particolarmente favorevole, mentre le caratteristiche climatiche permettono una crescita dei tuberi costante e lenta e una maturazione della pianta ottimale. La varietà locale più antica, per secoli alimento principale di chi viveva sull'altopiano, è la patata viola, che ultimamente si è iniziato a reimpiantare: viola per via della buccia, scura come quella di una melanzana, mentre la pasta è bianca (restano comunque diffuse e coltivate anche varietà olandesi di patata: Agria, Desirée, Spunta, Liseta). Dal sapore particolarmente marcato, la patata silana è dunque protagonista di numerose ricette tipiche locali, che la vedono comunemente abbinata alla pasta; pasta, patate e uova; pasta e patate al forno; pasta, patate e zucchine; pasta, patate, finocchio selvatico e carne.

Tipico è anche il Pane della Sila, a lievitazione naturale con “pasta acida” e cottura nel forno a legna, preparato spesso con farine miste, di frumento e segale. Ideale per accompagnare gli onnipresenti salumi, particolarmente pregiati se ottenuti con carni del raro Suino Nero Calabrese. Salumi come la notissima Salsiccia di Calabria DOP, aromatizzata con pepe nero o peperoncino rosso dolce o piccante e semi di finocchio. O la pregiata Soppressata di Calabria DOP, ottenuta con un impasto di prosciutto e lardo. O, ancora, il capocollo.

E poi il Pane della Sila si accompagna ottimamente pure con il Caciocavallo Silano, formaggio di antichissima origine, particolarmente nutriente, dall'inconfondibile forma a pera o a fiasco. Il Butirro, detto anche burrino, è invece un piccolo, cremoso caciocavallo al cui interno è stata inserita una noce di burro. E non va dimenticata la ricotta affumicata, di latte ovino o caprino, dalla buccia scura e l'interno bianco, raccolta in fuscelli di giunco. Gloria della Sila sono poi i funghi sott'olio, vista appunto l'abbondanza di funghi di questi boschi. Ma in Sila, forse ancor più che nel resto della Calabria, si mette sott’olio anche ogni tipo di verdura: cicoriette e finocchio selvatico, capperi, olive, peperoncini, pomodori, melanzane, cipolle, carciofini.

E i dolci? Quello silano per eccellenza è la pitta ’mpigliata, un classico natalizio o dei matrimoni, la cui sfoglia aromatizzata con un'infinità di ingredienti racchiude a sua volta un ipercalorico ripieno di noci, fichi, pinoli, mandorle, uvetta. A Taverna (dove si dice che un tempo una donna per potersi sposare doveva dimostrare di saperla preparare alla perfezione) la si presenta preferibilmente in piccoli rettangoli farciti e dorati, disposti a fiore su una sfoglia rotonda cosparsa di zucchero, cannella e miele. 

Testo di Roberto Copello; per le foto, si ringraziano il Consorzio di Tutela della Patata della Sila igp e il Consorzio Caciocavallo Silano dop.

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Taverna deriva il suo nome probabilmente dal latino “taberna”, a indicare che qui, a circa 500 metri di altitudine, i Romani avevano posto un fondamentale posto di sosta prima di affrontare i boschi della Sila, per chi arrivando dalla costa ionica intendeva varcare l'Appennino e raggiungere quella tirrenica. Centro importante, dunque, tanto che nella sua antichissima storia civile, religiosa e artistica Taverna è stata sede vescovile, importante centro di studi umanistici, residenza di illustri famiglie, culla di numerose chiese di prim'ordine.

Non c'è dunque da stupirsi se proprio qui nacque uno dei più grandi, estrosi, girovaghi, prolifici, fantasiosi, teatrali, scenografici pittori del Seicento italiano: Mattia Preti, il Cavaliere Calabrese, nato a Taverna nel 1613 e morto nel 1699 a La Valletta, Malta, dove aveva passato gran parte della sua vita, ma che non aveva mai dimenticato il borgo d'origine, tanto da spedirvi spesso molte sue opere. Proprio l'eccezionale figura di questo acrobata del pennello, assieme alle sue opere, fanno di Taverna una delle mete di turismo culturale più importanti della Calabria e dell'intero Meridione italiano.

La visita alla cittadina e ai suoi tesori barocchi dunque non può che iniziare con il Museo Civico di Taverna, creato nel 1989 nel Cenobio domenicano del XV secolo, sede anche del municipio, e subito impostosi come punto di riferimento per gli studiosi del pittore. Due i suoi settori: il primo, con opere che vanno dal IV al XIX sec., ha ovviamente il suo motivo d'attrazione nelle opere qui presenti di Mattia Preti (come la Madonna degli Angeli, un bozzetto per gli affreschi di S. Biagio a Modena e un disegno raffigurante l'Estasi di S. Pietro Celestino), oltre che del fratello Gregorio Preti, lui pure pittore, e di altri pittori di scuola barocca napoletana. Il secondo settore ospita invece la Galleria d’arte contemporanea, con spazi dedicati agli artisti Ercole e Lia Drei, Francesco Guerrieri, Carmelo Savelli e allo studioso Alfonso Frangipane, oltre che opere di Mimmo Rotella, Angelo Savelli, Mirella Bentivoglio, Vasco Bendini, Achille Pace, Giovanni Marziano, Antonio Violetta, Giuseppe Gallo, Francesco Correggia, Mario Parentela e Antonio Saladino.



Un itinerario sulle tracce di Mattia Preti deve però obbligatoriamente proseguire nelle chiese di Taverna, che sono quasi una sorta di “museo diffuso” delle sue opere. A partire, subito nei pressi del Museo, dalla chiesa monumentale di S. Domenico, di origine quattrocentesca ma che a seguito di un forte terremoto fu ricostruita tra il 1670 e il 1680 in forma barocca (nella foto a destra). Qui la notte del 26 febbraio 1970 avvenne uno dei più clamorosi furti d'opere d'arte del dopoguerra in Italia: otto tele di Mattia Preti e altri tre dipinti vennero trafugati, obbligando la Soprintendenza a trasferire quanto rimasto in altre sedi più sicure. Fortunatamente le opere rubate furono poi recuperate, dopo un paio d'anni, e nel 1988 finalmente sono tornate alla chiesa, dove ora si possono ammirare ben 11 oli su tela di Mattia tra cui la celebre “Predica di S. Giovanni Battista” in basso alla quale, sulla destra, il baldanzoso pittore si è autoritratto in costume di cavaliere di Malta (era tale già a 29 anni), baffi e capelli lunghi, con la mano destra che regge sia la spada sia un pennello. Famoso anche l'atletico “Cristo fulminante”, del 1680. Ci sono poi, del cavalier calabrese, un “Miracolo di San Francesco di Paola”, un “Martirio di San Sebastiano”, una “Madonna della Purità” realizzata insieme al fratello Gregorio e l' “Eterno Padre”. Ma la chiesa e la sacrestia sono ricchissime di altre opere barocche, affreschi (notevoli le Storie della vita di San Domenico, realizzate da artisti minori a fine 600 sopra le arcate della navata centrale), tele, pulpito e coro in legno, un organo del 700 decorato a intagli. Davanti alla chiesa si erge poi una statua che raffigura proprio Mattia Preti, un monumento in bronzo opera di Michele Guerrisi.



Altri sei oli su tela di Mattia Preti si trovano poi nella chiesa arcipretale di Santa Barbara, a navata unica, edificata dai francescani nel XV secolo, poi barocchizzata e infine essa pure ristrutturata dopo il terremoto del 1783 (nella foto a sinistra). Di Preti, in particolare, sulla parete di fondo dell'abside si può ammirare celeberrimo “Patrocinio di S. Barbara”, del 1688, la tela più grande di Preti a Taverna, dove la santa si alza in volo verso il Cielo.

A Taverna, peraltro, le tracce di Mattia Preti sono davvero ovunque. Come nella chiesa di San Martino, costruita nel 1429 e dove, oltre all'icona bizantina miracolosa della Madonna delle Grazie e ad alcune tele del maestro e della sua scuola, si conserva pure la memoria del luogo in cui il 26 febbraio del 1613 i genitori Innocenza Schipani e Cesare Preti fecero battezzare l'artista.

Un itinerario per le chiese di Taverna deve però considerare anche quelle che a Preti non sono legate, ma che ugualmente conservano interessanti tele di pittori del 600, vera epoca d'oro per la storia di Taverna. Templi come la chiesa di Santa Maria Maggiore, che era la più antica di Taverna ma che fu fortemente danneggiata da un'alluvione negli anni Cinquanta: si segnalano il soffitto ligneo e i decori in stucco dell'oratorio della Madonna del Carmelo. C'è poi la chiesa di Santa Caterina Piccola, in passato annessa al monastero quattrocentesco delle Terziarie Francescane, con un bel un coro ligneo secentesco e dipinti settecenteschi. E infine la chiesa di San Silvestro, la chiesa di Santa Maria del Soccorso nel quartiere di Portacise, purtroppo ormai priva delle decorazioni originarie, ma che conserva una scultura policroma della Madonna del Soccorso del Seicento all'altare, e la chiesa quattrocentesca di San Nicola, che ha all'interno tre altari lignei policromi.

Arte e chiese barocche a parte, Taverna negli ultimi anni s'è mostrata attenta anche alle ragioni dell'arte e della cultura contemporanea. Per esempio dando vita a un Museo d’arte contemporanea all’aperto (M.A.C.A.T.), con l'installazione di opere nel centro storico, a partire dal citato monumento che raffigura Mattia Preti per passare alla riproduzione bronzea della scultura “La Primavera” di Ercole Drei, al ritratto in bronzo di Alfonso Frangipane dello scultore Alessandro Monteleone, e ad altre opere installate nel centro storico degli artisti Salvatore Amelio, Pasquale Maria Cerra, Alberto Mingotti, Francesco Guerrieri, Lia Drei, Giulio De Mitri e Antonio Saladino. Infine, da segnalare pure le “Vie della poesia”, che vedono incisi su terracotta per le vie del paese testi poetici di Alda Merini, Marcia Theophilo, Teresio Zaninetti, Dante Maffia, Giovanni Raboni.

Testo di Roberto Copello; foto in alto di Marco Amelio; foto nel testo: museo, Museo Civico; piazza del Popolo, Marco Amelio.

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Le antiche tradizioni artigianali sono a rischio un po' ovunque, ma non ad Acquaviva Picena, dove è gelosamente perpetuata una produzione che ha origini medievali e della quale il borgo marchigiano va giustamente orgoglioso: le pajarole, ovvero i cesti di paglia e salice intrecciati ingegnosamente. A forma di tronco di cono rovesciato, erano utilizzate dai contadini di un tempo per trasportare sulla testa fino a venti chili di granaglie e legumi appena raccolti. Solo in seguito furono sviluppati altri cestini per un'infinità di usi differenti, persino come culla per i neonati, e ai giorni nostri si è arrivati addirittura a realizzare gioielli, composti da paglia e fili d’oro.

Ancora adesso, d'estate, chi sale ad Acquaviva nelle sere estive può assistere allo “spettacolo” (perché in certo senso tale è) delle anziane donne del paese che sedute davanti a casa lavorano pazientemente la paglia con un semplice punteruolo, qualche volta vestite con il costume tipico del borgo: camicia con i pizzi bianchi, lunga gonna a fiori, grembiule nero. Un lavoro, quello delle pajarolare, che alle spalle ha la lunga preparazione sia dei vimini (rami lasciati a germogliare in acqua dopo la potatura dei salici, in modo di ammorbidirli e consentirne la divisione con il coltello) sia degli steli di paglia, raccolta in fasci dopo la mietitura del grano e poi lasciata a essiccare. Fra l'altro, il Comune di Acquaviva s'è impegnato a sostenere l'artigianato delle pajarole, facendo piantare sia piante di salice (che stavano sparendo) sia tipi di grano alti, quali la Solima e l’Avanziotto, i più adatti a fornire, dopo la mietitura, la paglia necessaria per l’intreccio.

Ma la lavorazione della paglia, cui un tempo si dedicavano tutte le donne del paese, sopravvive oggi soprattutto grazie all’Associazione Terraviva, formata da signore del posto che continuano a realizzare i cesti e che tengono corsi per insegnare l'arte alle nuove generazioni. Anima del progetto è un insegnante delle scuole locali, la prof. Rinuccia Napoletani, che già anni fa ha ideato e realizzato il Museo della Pajarola, a lungo ospitato nel mastio della Rocca e che dal 2017 è collocato nella sede stessa dell'Associazione Terraviva, in via del Cavaliere 50 (orari gio e ven 17/19, tutti i giorni su prenotazione al tel. 347.0461759).

Testo di Roberto Copello

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Che cosa sarà mai il coniglio ‘ncip-‘nciap? E il frecandò?

‘Ncip-‘nciap è l'insolito nome è dato nel Piceno a questa ricetta, per ricordare il suono ripetuto del coltello che taglia a pezzi il coniglio (o anche il pollo), prima di cuocerlo in casseruola. Difficile magari da pronunciare, ma non da gustare, essendo un piatto squisito, fra i tanti rappresentativi di una cucina di Acquaviva Picena dove non mancano i sapori genuini e “d’altri tempi”: prosciutto nostrano, lonza, salami, fegatini con le uova, pappardelle al sugo di papera muta, formaggio pecorino, stracciatelle, olive ripiene, spiedini di castrato.

E, naturalmente, il frecandò, ricetta figlia della tradizione contadina locale dove si uniscono in padella tutte le verdure dell'orto, in un festival di colori e di sapori: piatto che si accompagna bene a molti secondi di carne (ma si può gustare semplicemente con il pane), come le parti più povere del maiale che nel Piceno vengono chiamate spuntature. Sapori di ieri popolari ancora oggi, tanto che ogni estate ad Acquaviva Picena si celebra proprio la “Sagra delle spuntature e del frecandò”.

Dolci tipici della zona sono invece gli spumini, i crostini alle mandorle e le famose “pesche”, paste formate da due semisfere che dopo la cottura in forno vengono unite da un velo di cioccolata (o di Nutella), bagnate di liquore alchermes dal vivido color rosso cremisi e rotolate nello zucchero.

Tutte specialità che vanno ovviamente bagnate con i vini Doc del Piceno. Il territorio di Acquaviva Picena è fra i comuni delle Doc autorizzate a produrre i vini bianchi Pecorino e Passerina, l'Offida Rosso e il Rosso Piceno (un blend questo di Montepulciano e Sangiovese).

Testo di Roberto Copello, foto di Sergio Savi

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Chi, da ragazza, non ha mai sognato di sposarsi come una principessa? E anche se si è maschietti, ammettiamolo, non può lasciare indifferenti l'idea di un matrimonio da fiaba come avrebbero potuto permetterselo Re Artù e Ginevra, Paolo e Francesca, Tristano e Isotta, o anche, ma sì, Rapunzel ed Eugene. Bene: ad Acquaviva Picena, panoramico borgo medievale a pochi chilometri da San Benedetto del Tronto e dal mare, a 350 metri di altitudine, questo sogno è una realtà possibile.

Qui ogni estate il primo giovedì, venerdì e domenica di agosto, nello spettacolare scenario della Rocca (la fortezza dei Duchi di Acquaviva, una delle più interessanti di tutte le Marche, sorta per difendere una postazione strategica a lungo contesa nel Medioevo tra fermani e ascolani), l'associazione Palio del Duca organizza Sponsalia, una delle più riuscite “feste medievali” in costume d'Italia: la rievocazione storica del matrimonio avvenuto nel 1234 tra Forastéria, figlia di Rinaldo degli Acquaviva detto il Grosso, e Rainaldo dei Brunforte, figlio di Bonconte e nipote di Fidesmino di Brunforte, vicario dell'imperatore Federico II.

La festa prevede il giovedì e il venerdì giochi, spettacoli e balletti medievali, e si conclude la domenica, nel cortile dentro le mura della fortezza, con un fastoso banchetto nuziale. Proprio l'esperienza maturata in ormai tre decenni di organizzazione ha indotto l'associazione Palio del Duca a fare questa “favolosa” proposta alle giovani coppie intenzionate a convolare, anche in date diverse da quelle della festa: pronunciato il sì in chiesa o in municipio, gli sposi si calano nei panni di Rainaldo e Forasteria indossando i meravigliosi abiti medievali appartenenti al guardaroba di Sponsalia e insieme agli invitati si recano in corteo alla Rocca, dove figuranti in costume “registrano” l'atto di matrimonio secondo una formula originale del 1300. Alla regia di tutta la cerimonia il presidente Nello Gaetani. La festa nuziale prosegue poi nell'atmosfera medievale della stessa rocca, illuminate da fiaccole e bracieri, mentre durante il buffet avvengono esibizioni di mangiafuoco, trampolieri, danzatori e altro.

Qualche coppia di giovani ha già approfittato di questa originale possibilità. Ma anche senza doversi sposare c'è sempre la possibilità di calarsi nella suggestiva atmosfera medievale del Palio e di Sponsalia. Il giovedì si comincia con la benedizione del drappo e l'impalmazione dei due fidanzati Forastéria e Rainaldo, impersonati da due giovani del paese. Il venerdì si rievoca il matrimonio, con gli sposi che pronunciano la tradizionale formula “Piace piace volo volo” davanti al duca Rinaldo degli Acquaviva e ai Notai. Subito dopo le due contrade di Acquaviva, Civetta e Aquila, già Colle e Rocca, si disputano il Palio (il “drappo” dipinto ogni anno da un artista diverso) con una serie di prove, tipo corsa delle pajarole, taglio del tronco, tiro alla fune, corsa con i sacchi (la maggior parte delle edizioni è stata vinta dalla Civetta, che addirittura si è imposta ininterrottamente dal 1994 al 2003). Infine, mentre in tutti quei giorni la Piazza del Forte e le vie del centro storico sono tornate all'epoca medievale, animate da mercanti e osti in costume, falconieri e musici, la festa si conclude la domenica sera nel cortile della Rocca, fra giullari e ballerine, con un sontuoso banchetto nuziale, medievale anche nel menù, e con l'incendio della stessa fortezza.



Celebrazioni medievali a parte, la Rocca resta comunque un'attrazione tutto l'anno. Edificata fra il Due e Trecento dalla potente famiglia degli Acquaviva d'Atri, distrutta dai fermani nel 1447 e ricostruita da Giovan Francesco Azzolino e dal famoso architetto fiorentino Baccio Pontelli nel 1474, è un esempio di fortificazione tardomedievale, con una irregolare pianta quadrilatera, torrioni angolari a forte scarpata che sembrano preludere ai possenti baluardi cinquecenteschi, e un mastio cilindrico alto circa 22 metri dalla cui cima lo sguardo spazia dal Mare Adriatico ai Sibillini, la Maiella e il Gran Sasso.

Restaurata a fine XIX secolo dall’architetto marchigiano Giuseppe Sacconi, autore del Vittoriale a Roma, la Rocca di Acquaviva ospita oggi il nuovo Museo archeologico “La Fortezza nel tempo”: inaugurato nel marzo 2016, si tratta di un progetto che vuole ricostruire la storia del paese sia attraverso i documenti rimasti sia con i reperti della civiltà dei Piceni ritrovati proprio ad Acquaviva, come un misterioso “anello a nodi” ritrovato recentemente in zona e in mostra all’interno della Fortezza (nonostante le tante ipotesi formulate, nessun archeologo ancora ha sciolto il mistero sul significato degli anelli a sei nodi trovati nelle tombe di donne picene del V sec. a.C.).

La Rocca è il principale ma non unico motivo di attrazione del paese, nel cui nucleo storico si entra attraverso una porta gotica del 400, ricavata nelle mura. Il Palazzo Municipale purtroppo nel 1799 fu assaltato e incendiato dai briganti capeggiati dal bandito Sciabolone e il suo archivio fu distrutto, andando così perdute le fonti relative all'antichissima storia cittadina. Meritano una visita le molte chiese e cappelle (almeno otto) entro e fuori del paese, alcune delle quali oggi sedi di confraternite locali. La più antica è la chiesa di San Rocco (XIII secolo), dalla facciata romanica e con un bel fregio di terracotta sui fianchi. Un'occhiata merita anche la chiesa di San Lorenzo degli Agostiniani, fondata nell’anno 1613 dagli Agostiniani Scalzi. Fuori del paese, poi, c'è anche il più antico convento francescano di tutta la Marca, si dice fondato dallo stesso san Francesco su invito della famiglia degli Acquaviva, e completamente restaurato e restituito al culto nel 1989. La chiesa di San Francesco (nella foto sotto) a navata unica dove due medaglioni in stucco raffigurano fatti miracolosi dei quali la chiesa fu protagonista nel 1673, ha una semplice facciata a capanna, abside quadrato, campaniletto a vela con una bifora e due campane, chiostro quadrato con un pozzo al centro. 



Testo di Roberto Copello; foto Sergio Savi (in alto), San Benedetto (festa, panorama notturno) e Pierantozzi (S. Francesco) 

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Il Museo civico Antonio Collisani di Petralia Sottana, situato in un ex carcere del '400, prende nome dall'archeologo dilettante che, con passione e ostinazione, a soli 25 anni riuscì a scoprire nel costone roccioso sotto Petralia una grotta segreta della cui esistenza in paese si parlava da sempre, come di un misterioso covo e nascondiglio di briganti, ma che nessuno sapeva dove fosse.

Con una determinazione da Indiana Jones, Collisani riuscì a smuovere le montagne, letteralmente, e alla fine fu premiato nell'estate del 1936, quando individuò l'imbocco della cosiddetta “grotta del Vecchiuzzo”: una caverna preistorica lunga un centinaio di metri e larga fino a 5, al cui interno furono ritrovati numerosi reperti preistorici, come utensili in osso e corno, ma soprattutto ceramiche di grande interesse, per le quali è stato coniato il termine “stile di Petralìa” (oggi sono conservate al Museo Archeologico regionale Salinas di Palermo e al museo Collisani di Petralia Sottana).

Proprio il gran numero di ceramiche ha fatto supporre ad alcuni studiosi che si trattasse di una grotta sacra destinata a riti iniziatici, ad altri che fosse una fabbrica, mentre altri ritengono semplicemente che vi abitassero diverse famiglie. Contagiato dalla febbre dell'archeologia, Collisani per tutta la vita collezionò reperti antichi e aprì anche una galleria d'arte a Palermo.

Una parte della collezione privata di Collisani ha fornito il nucleo fondamentale del Museo Civico che oggi ha due sezioni bene organizzate: a piano terra, la parte didattica “Geopark delle Madonie Giuseppe Torre” (dedicata a un noto e appassionato geologo del paese) esibisce coralli e pesci fossili, presentando la storia geologica delle Madonie anche in modo interattivo. Al piano superiore, ci sono la sezione archeologica (comprende anche splendidi vasi attici greci figurati) e, naturalmente, una sala dedicata alla Grotta del Vecchiuzzo. Tra i pezzi forti, un monile in bronzo con l'effigie del cosiddetto Guerriero di Petralìa.

Crediti foto: in alto, sito web petraliavisit.it; 1. grotta, sito web petraliavisit.it; 2. entrata museo, sito web parks.it.

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Prima i monaci del periodo bizantino, poi gli arabi, quindi i normanni, infine la signoria dei Ventimiglia: periodi e presenze differenti, ma che hanno tutte concorso a lasciare in eredità ai centri più antichi delle Madonie un impianto medievale, una serie di pregevoli opere d'arte e, in particolare, un autentico patrimonio scultoreo. Si tratta di statue, bassorilievi, portali sovente usciti da una delle più creative botteghe d'arte della Sicilia, quella avviata da Domenico Gagini, lo scultore originario del Lago di Lugano che, dopo aver imparato l'arte a Firenze alla scuola del Brunelleschi, avviò a Palermo una bottega di famiglia i cui discendenti restarono attivissimi in tutta la Sicilia per cinque generazioni.

Caratteristiche urbanistiche e artistiche che si ritrovano anche a Petralìa Sottana, raccolto borgo delle Madonie dove è piacevole passeggiare fra chiese e palazzi, percorrendo il corso, attraversando i quartieri della Pusterna e del Carmine, del Salvatore e del Casale, soffermandosi infine fra gli abitanti locali in piazza Umberto I, cuore cittadino, e da qui lanciando lo sguardo sulla valle dell'Imera e sul monte San Salvatore.

La piazza stessa è dominata dalla seicentesca Chiesa Madre, cioè il Duomo dedicato alla Madonna Assunta. Un portale tardogotico dice però che la chiesa esisteva già nel 500. L'interno, a tre navate, è particolarmente ricco di opere d'arte del Quattro, Cinque e Seicento. Di assoluto rilievo la statua di Gesù Bambino attribuita ad Antonello Gagini, geniale figlio di Domenico. Da non mancare anche una occhiata all'intarsio barocco dell'altare nella cappella dell'Immacolata e ai tesori conservati nella sacrestia.

Passando sotto il campanile alto 30 metri, si sbuca poi davanti alla chiesa della SS. Trinità (“la Badia”). Varcato l'elegante portale quattrocentesco ad arco acuto, davanti al visitatore si staglia una delle opere più importanti del territorio: una enorme (è alta 8 metri), spettacolare ancona che racconta la Vita di Cristo con 23 formelle a bassorilievo policromato disposte su tre fasce, capolavoro di Giandomenico Gagini (1542), che lo concepì quasi come un retablo spagnolo in pietra (nella foto, un particolare).

Non sono queste però le uniche chiese di Petralìa, piccolo borgo la cui fisionomia è stata in gran parte determinata anche dalla secolare presenza in paese dei francescani (sia frati minori che cappuccini) nonché delle monache benedettine. Ecco dunque la chiesa della Misericordia, con un massiccio campanile del 1597. E poi la cinque-secentesca S.Maria della Fontana o della Vittoria, che contiene alcuni interessanti gruppi marmorei, anch'essi di scuola gaginesca. E ancora, la piccola, suggestiva chiesa di San Francesco (1484), accanto all'ex convento francescano: ha una sola navata tutta affrescata a colori vivaci, oltre a un tabernacolo e a un pulpito lignei intagliati da Pietro Bencivinni a inizio 700. E infine, la cinquecentesca chiesa del Monte di Pietà, al cui interno è esposto un grande presepe (Petralilium in Praesepio) che riproduce fedelmente alcuni scorci di Petralìa Sottana. Non bastasse, Petralìa Sottana è letteralmente dominata, dall'alto, dalla mole dell'ex convento dei frati minori riformati (XVII sec.), mentre a nord del paese c'è il santuario della Madonna dell'Alto, a oltre 1800 metri (nella foto), dove nella notte di Ferragosto, illuminata da mille falò, tutti gli abitanti del paese salgono a venerare la quattrocentesca statua della Madonna.

Petralìa Sottana si può visitare seguendo il percorso del Sentiero Geologico Urbano, un itinerario unico in Europa, segnato con borchie d’ottone, che portano a scoprire fossili del Miocene, coralli sui portali delle case e delle chiese, grotte carsiche, sorgenti in pieno centro cittadino, un'antica neviera, un pioppo nero il cui tronco misura 6 metri di circonferenza e 30 di altezza (è censito tra gli alberi monumentali del Parco delle Madonie) vicino al museo storico-etnografico 'u Parmintieddu. C'è anche il Museo civico Antonio Collisani, cui è dedicata una scheda apposita.

Sede dell'Ente Parco delle Madonie, Petralia Sottana è infine base ideale per partire alla sua scoperta sfruttando una serie di sentieri geologici e naturalistici ben segnalati. Per esempio, dal paese si può raggiungere il Vallone Madonna degli Angeli, dove si trova una ventina di abeti dei Nebrodi (Abies Nebrodensis), dalla chioma a campana: in via di estinzione, sono tutti catalogati e protetti. Tre alberi magnifici alti oltre venti metri (un rovere e due aceri) si ammirano anche lungo il sentiero Monumenti della Natura di Pomieri.



Una meta recentemente resa fruibile è poi la Centrale idroelettrica di Contrada Catarratti, raggiungibile percorrendo il sentiero geologico “La pietra e l'acqua”. Completata nel 1908 dalla Siemens Shuckert di Roma, che ne curò la parte elettrica, immersa nel verde e recentemente restaurata, è un esempio di sfruttamento delle energie rinnovabili tra i più antichi d’Italia, comprendendo quattro impianti posti a cascata lungo le rive dell’Imera Meridionale. Grandiosa la sala macchine, con tre gruppi di turbine. Entrata in esercizio nel 1908, la centrale cessò la produzione di energia elettrica nel dicembre 1972 a seguito di un'alluvione. Oggi è un esempio di archeologia industriale unico nelle Madonie.

Crediti foto: in alto, Salvatore Pirrera/concorso fotografico Touring "Borghi d'Italia". 1. panorama, Mario di Giovanni; 2. ancona Gagini, petraliavisit.it; 3. santuario Madonna dell'Alto, sito web cefalumadoniehimera.it; 4. panorama Madonie, sito web geoparks.

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Che sul fondo del Lago di Nemi giacessero navi imperiali romane appartenute a Caligola e affondate al tempo di Claudio lo sapeva già il famoso umanista Leon Battista Alberti, che nel 1446 tentò invano di riportarle alla superficie su incarico del cardinale Prospero Colonna. Solo fra il 1929 e il 1930, però, si riuscì a recuperarle, dopo aver parzialmente svuotato la conca del lago.

Fu un'impresa archeologica di risonanza mondiale, che riportò alla luce due imbarcazioni uniche per il mondo antico, una lunga 73 metri e larga 24, l’altra di 71 metri per 20. Si trattava di due veri palazzi galleggianti, uno con funzione di residenza, l'altro di nave cerimoniale, per faraoniche feste in onore di Diana.

Per custodire i relitti, già nel 1930 veniva avviata lungo la sponda settentrionale del Lago di Nemi la costruzione del Museo delle Navi Romane, un doppio hangar di calcestruzzo, progettato in stile razionalista dal famoso architetto Vittorio Morpurgo. Il 15 ottobre 1935 la costruzione era ultimata, tranne la facciata verso il lago, attraverso cui il Genio Civile fece entrare le due navi, trasportate a una velocità media di 16 metri al giorno.

Gli scafi furono poi sospesi da terra con un’intelaiatura metallica che permetteva di ammirarli sia dal basso sia dall’alto. Il Museo poi conteneva anche le ancore in legno e i macchinari di bordo delle navi, oltre a un antico battellino e a due piroghe di età protostorica.

Il museo di Nemi insomma era l'orgoglio degli archeologi e dei cittadini di Nemi, che però non immaginavano quale tragico evento si profilava all'orizzonte. Il 31 maggio 1944, poco prima dell’entrata delle truppe americane a Roma, un incendio doloso (appiccato forse dai soldati tedeschi in fuga, ma la vicenda non è mai stata chiarita) distrusse completamente i due relitti e danneggiò fortemente l'edificio.

Dopo varie vicissitudini, il Museo è stato riaperto stabilmente nel 1988, entrando a far parte del Sistema Museale Museum Grandtour che riunisce dodici musei dell’area albana e prenestina. Non può più esibire le navi originali ma conserva un alto valore didattico, nelle sue due sezioni. Un'ala, dedicata alla navigazione nell’antichità, espone i modelli delle due navi ricostruiti in scala 1 a 5, oltre ad attrezzature di bordo, in copia e originali. L'altra ala riguarda invece l’archeologia del territorio, il santuario di Diana e testimonianze protostoriche dell’area albana. All’ingresso, è esposto un sarcofago marmoreo di età imperiale rappresentante Ermes che esce dalla porta degli Inferi e i due defunti, un uomo e una donna.


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