Alfonso Maria de' Liguori, il santo di Sant'Agata de'Goti

La vita e i miracoli del grande vescovo del Settecento. E la devozione di Sant'Agata

Immancabile nei riti di fine anno, ogni anno nelle chiese della penisola fra Natale e l'Epifania si canta “Tu scendi nelle stelle”. Non tutti i fedeli però sanno che il più popolare motivo natalizio italiano non è altro che la versione (assai meno poetica e ispirata) della napoletana “Quanno nascette Ninno”, composta nel 1754 da sant'Alfonso Maria de' Liguori. Che fu un grande santo ma anche un notevole musicista, nonché il primo ad avere avuto l'ardire di usare il dialetto napoletano per un canto religioso (“Quanno nascette Ninno a Bettlemme / Era nott'e pareva miezo juorno”). E proprio sant'Alfonso, dottore della Chiesa e fondatore della congregazione redentorista, fu vescovo di Sant'Agata de' Goti dal 1762 al 1775, titolare di una diocesi di fondazione antichissima, e comunque di sicuro esistente nel 970 d.C., quando l'arcivescovo di Benevento Landolfo I vi insediò il vescovo Maldefrido. Fra i predecessori di sant'Alfonso, il più illustre era stato il francescano marchigiano Felice Peretti (1566-72), che poi sarebbe divenuto papa con il nome di Sisto V. Ma la vera gloria locale di Sant'Agata de' Goti era e resta sant'Alfonso.

Nato il 27 settembre 1696 a Napoli da una nobile famiglia, Alfonso Maria de’ Liguori eccelleva nella musica, nelle scienze, nelle lingue, ma studiò diritto. Iniziò presto la carriera di avvocato ma era un puro, e subito si scandalizzò per le tante falsità delle aule di tribunale dove si svolgevano i processi. Scelse così un'altra tonaca e fu ordinato sacerdote nel 1726. Mandato ad Amalfi, si impose come primo obiettivo quello di imitare Cristo: la fisionomia macerata e il volto allungato che ci sono stati trasmessi dai ritratti fanno supporre che ci fosse riuscito. Ma fu soprattutto l'incontro avvenuto nel 1730 con alcuni pastori della Costiera a convincerlo della necessità di farsi apostolo fra di loro e in mezzo a tutti i poveri, gli ultimi, gli emarginati. Per questo scopo già nel 1732 creava la Congregazione del SS. Salvatore, poi approvata da papa Benedetto XIV come Congregazione del SS. Redentore.

Famoso per l'aver scritto più di un centinaio di opere di meditazione e di ascetica, sia di taglio popolare come “Apparecchio alla morte”, con cui invitava a prepararsi alla vita di lassù (papa Luciani ne discusse con il suo segretario la sera prima di morire!), sia assai dotte come la ponderosa “Theologia moralis” (non a caso papa Pio XII nel 1950 gli affidò la tutela dei teologi moralisti), sant'Alfonso Maria de’ Liguori mostrò sempre una posizione di grande equilibrio e prudenza, priva di eccessi rigoristici. Anche per questa sua capacità di comprensione la sua popolarità fu immensa. E così fu anche a Sant'Agata, dove Clemente XIII lo volle vescovo nel 1762 (qualcuno dice contro la volontà dell'ormai anziano sacerdote sessantaseienne).

Arrivato a Sant’Agata, Alfonso fu impressionato dalla diffusione della pratica della bestemmia, dal numero di prostitute e di loro conviventi (non esitò a rivolgersi alle autorità per chiederne l'arresto e l'espulsione), dalla miseria dei contadini e dalla corruzione del clero locale. “Sant’Agata è città infetta”, diceva. Ma con lui la città cambiò in fretta. Alfonso attuò una profonda riforma della diocesi, impose ai preti l'obbligo della confessione invitando alla dolcezza e non alla durezza con i peccatori, ricostituì il seminario, dette nuove regole ai monasteri femminili facendo arrivare in paese alcune suore redentoriste, smantellò privilegi e alleanze che oggi diremmo “mafiose”, creò opere sociali e associazioni dedicate alle zitelle, ai preti, ai bambini. Ma soprattutto il vescovo si fece ben volere per la generosità con cui si prodigava per i bisogni di una popolazione poverissima e bisognosa.

Nel gennaio 1764 una tremenda carestia colpì il Regno di Napoli ma Alfonso, che in qualche modo l'aveva prevista, era corso ai ripari anzi tempo: nel settembre precedente, vedendo una fila di mendicanti, aveva fatto riempire di cereali e legumi il palazzo episcopale, provviste che tornarono utilissime a fine anno quando di pane non ce n'era più e al palazzo iniziarono a presentarsi 500 persone al giorno. Alfonso insomma fece quanto di meglio per limitare le sofferenze delle genti sannite, vendendo anche la propria carrozza, l’anello vescovile, la croce pettorale in oro, le posate di argento; ottenendo che fosse calmierato il prezzo del pane; favorendo misure per rilanciare l'economia di Sant'Agata e dintorni. Neppure ci pensò due volte a costituire la bellissima chiesa dell'Annunziata in chiesa parrocchiale per le popolazioni rurali della campagna santagatese. La sua fama di santità cresceva a vista d'occhio e gli venivano attribuiti numerosi miracoli. Ma la salute peggiorava già dal 1767 non riuscì più a risiedere in città. Solo nel 1775, dopo dodici anni alla guida della diocesi di Sant'Agata, furono accettate le dimissioni del quasi ottantenne vescovo, ingobbito ormai da una dolorosa artropatia deformante e semi cieco: si ritirò nella casa dei confratelli a Nocera de’ Pagani, in provincia di Salerno, dove sarebbe morto il 1° agosto 1787.

La sua fama di santità era tale che venne beatificato già nel 1816 e canonizzato nel 1839, mentre papa Pio IX nel 1871 lo proclamò “Dottore della Chiesa”, titolo concesso a chi ha mostrato particolari doti di illuminazione della dottrina e finora attribuito solamente a 36 santi. Fra chi ha prediletto sant'Alfonso c'è anche Benedetto XVI, che gli dedicò un'intera udienza nel 2011, affermando che “ha dato importanza agli affetti e ai sentimenti del cuore, oltre che alla mente, per poter amare Dio e il prossimo”.

Nel 1923 nella piazza principale di Sant'Agata, davanti al palazzo vescovile in piazza Umberto I (che nell'attuale diocesi di Cerreto Sannita - Telese Terme - Sant'Agata de' Goti creata nel 1986 non è più sede del vescovo), fu collocata una statua marmorea alta tre metri che lo raffigura, opera dello scultore romano Cesare Aureli. Nel palazzo c'è una sezione del Museo Diocesano dedicata ai luoghi alfonsiani con le stanze abitate dal santo, il cunicolo dove pregava, la sua cattedra vescovile (poco più che una semplice sedia in legno dipinto), scritti autografi e libri a lui appartenuti, i testi del processo di beatificazione e canonizzazione, un reliquiario realizzato nel 1844 per conservare reliquie del santo, mentre la sua mitria purtroppo è stata rubata.

Ma è tutto il paese che non ha dimenticato il “suo” sant'Alfonso, cui dedica ogni anno cinque intensi giorni di festa, dal 28 luglio al 1° agosto, anniversario della sua morte. Al santo, poi, sono state intitolate statue, piazze, scuole, ospedali. Ad Alfonso è dedicata anche la Piazza davanti al Duomo, piazza Sant'Alfonso appunto. Sin dal 1962 la principale scuola superiore del paese, l'Istituto d'istruzione secondaria superiore Alfonso Maria de' Liguori, che comprende oggi liceo classico, scientifico e linguistico oltre a vari istituti tecnici. Infine, di recente costituzione, in contrada San Pietro, è il Presidio Ospedaliero “Sant’Alfonso Maria dei Liguori”, che dipende dall'Asl di Benevento. 

Testo di Roberto Copello; per la foto in alto, si ringrazia labtv.

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