CARMELINA COLANTUONO, L’AVVENTURA DELLA TRANSUMANZA NEL CUORE DEL MOLISE

Da Frosolone, Bandiera Arancione, la storia della prima femmina a fare questo lavoro, unico e magico, diventanto Patrimonio immateriale dell'Umanità

Guidare a cavallo una mandria di 500 capi per 180 chilometri, attraversare montagne, fiumi e paesi, dormire sotto le stelle scaldati solo da un fuoco, il vino e le chiacchiere. Sembra un film western o il racconto di scene di vita di secoli fa. E invece succede adesso, qui, in Italia. Già, perché i veri cowboy non sono dall’altra parte dell’oceano, ma a pochi chilometri da casa nostra, tra Puglia e Molise, e alla loro testa non c’è un pistolero dall’aria truce, ma una donna che ha scelto di vivere accompagnando ogni anno i suoi animali, seguendo il ritmo delle stagioni, verso il clima più adatto, dal  Gargano fino alla valle del Biferno. Si chiama Carmelina Colantuono, e grazie a lei l’antica pratica della transumanza non è solo sopravvissuta, diventando ormai un rito collettivo che coinvolge migliaia di persone, ma ha anche ottenuto, nel 2019, il riconoscimento da parte dell’Unesco di Patrimonio immateriale dell’Umanità. Alla pari dell’arte liutaia di Cremona, della pizza napoletana, dei pupi siciliani, del canto a tenore sardo, solo per citare alcuni esempi che hanno ricevuto il sigillo Unesco in Italia negli anni scorsi. Tradizioni antichissime, trasmesse oralmente, che rappresentano un popolo, la loro cultura, il loro rapporto con il territorio. Per la transumanza, il riconoscimento (che coinvolge anche Austria e Grecia) è arrivato grazie alla determinazione visionaria di Carmelina, una delle poche (forse l’unica) mandriana italiana, che gestisce, insieme ai suoi famigliari, le Masserie Colantuono, azienda casearia che per i suoi preziosi formaggi può contare su 500 bovini di razza podolica, e che ha la sua base a Frosolone, paese montano dell’entroterra molisano Bandiera Arancione del Touring Club Italiano. Anche se l’azienda in realtà ha due sedi: l’altra è a San Marco in Lamis, in provincia di Foggia, 180 chilometri più a sud. La particolarità dei Colantuono è infatti che l’attività si svolge sei mesi all’anno in Puglia e gli altri sei in Molise. Tra i due, appunto, la transumanza. Un lungo viaggio che coinvolge centinaia di bovini e decine di mandriani attraverso i tratturi (i tracciati erbosi, vecchi di migliaia di anni, che utilizzavano i pastori per trasferire gregge e mandrie) che dal Gargano si snodano fino alle montagne molisane.

«Si parte con l’ultima luna piena di maggio – racconta Carmelina – si viaggia nelle ore più fresche e si fanno tra i 50 e 60 chilometri al giorno. Dopo cinque giorni arriviamo ad Acquevive, frazione di Frosolone, sempre se non ci sono imprevisti». E gli imprevisti, in un corteo di mucche, cavalli e uomini lungo qualche chilometro, che attraversa due regioni, tre province e 40 comuni, sono all’ordine del giorno. Ad iniziare da quelli “naturali”: «I nostri animali vivono sempre allo stato brado, radunarli e tenerli insieme è un’impresa. Non sono molto disciplinati, corrono, saltano, vanno dove vedono da mangiare. E non mangiano solo erba, mangiano anche foglie, quelle di ulivo per esempio. I capi anziani hanno grandi campanacci, anche di 7 chili, che servono da richiamo per i più giovani, ma spesso bisogna rincorrerli, riportarli con gli altri. Una volta, durante un terribile acquazzone, nel caos, una mucca finì giù da una scarpata, ci vollero ore per recuperarla. Perché, comunque, la legge fondamentale è che nessuno viene lasciato indietro». E ai guai legati all’indole degli animali e alle asperità del terreno, si aggiungono poi quelli legati all’uomo. «Organizzare la transumanza è molto complicato. Mio padre, quando arrivava il momento, doveva semplicemente avvisare l’Asl e poi partiva. Adesso è tutto diverso. Bisogna avvisare tutti gli enti coinvolti dal passaggio, richiedere autorizzazioni, accordarsi con le forze dell’ordine per la “scorta”, rispettare orari precisi. Purtroppo, infatti, i tratturi non sono tutti integri, spesso sono interrotti da strade, centri abitati, o altre costruzioni. Capita quindi che in molti tratti si debba viaggiare sull’asfalto, occupando una strada intera e bloccando il traffico. I problemi, da questo punto di vista, sono però tutti burocratici, perché i disagi che provochiamo sono ben accetti da tutti. Lo spettacolo di cinquecento mucche di razza podolica, con le loro corna imponenti, che invadono il paesaggio è davvero unico. Nei paesi, al nostro passaggio, ci guardano sfilare per le loro vie sorridendo, spesso ci offrono da mangiare o magari un po’ di legna per il fuoco quando ci accampiamo. Per le persone è una festa». Tanto che quello che era una semplice pratica agropastorale è diventato qualcosa di più, una sorta di rumoroso e imprevedibile corteo “politico”, in cui la rivendicazione implicita è quella di un’attenzione maggiore al territorio, alla cultura che arriva dalla terra. Un corteo che, partendo dieci anni fa da un’idea che sembrava un po’ folle, è diventato movimento e infine Patrimonio dell’Umanità Unesco. E alla quale partecipano, ogni anno, sempre più persone. «Alla nostra carovana si aggiungono tantissime persone, che ci seguono a piedi, in bicicletta, a cavallo. Arrivano da tutte le parti. Abbiamo avuto compagni di viaggio che arrivavano dal Canada, dalla Germania». Un movimento che però non si vuole fermare: la prossima sfida che Carmelina si è messa in testa è quella di riuscire a salvare, magari ancora con il supporto dell’Unesco, i tratturi, le antiche “autostrade verdi” (nei tratti ancora conservati del Molise sono larghi 111 metri) che solcano il sud e il centro Italia, in zone spesso incontaminate, nelle quali la presenza dell’uomo è molto rara.

E pensare che per i Colantuono la transumanza è sempre stata un lavoro, unico e magico, ma pur sempre un lavoro, necessario per mantenere le mucche in salute e garantire così la qualità del latte e del formaggio. Anzi, fino a qualche decennio fa, era anche un momento doloroso. «Gli uomini partivano e restavano lontani per sei mesi. Li guardavamo allontanarsi sempre con un po’ di tristezza. Come poi, del resto, c’era una vera esplosione di gioia quando sentivamo i campanacci in lontananza, segno che la mandria e gli uomini stavano per ritornare a casa». Chissà, forse sono stati proprio i mesi invernali di malinconia e mancanza vissuti da bambina, a spingere Carmelina a infrangere la barriera ancestrale che separava gli uomini dalle donne. «Sono stata la prima femmina a fare la transumanza. È sempre stato considerato un lavoro troppo duro per le donne, sempre all’aperto, con l’incognita del tempo e la forza necessaria per governare gli animali. Poi però sentivo i racconti che i miei cugini facevano al ritorno ed erano racconti pieni di storie, di personaggi, situazioni divertenti. Così a 18 anni, ho chiesto di poter farla anch’io. All’inizio lo facevo in macchina, occupandomi di tutti gli aspetti logistici e organizzativi, compreso il mangiare, poi, quando hanno visto che potevo farlo e che, anzi, ero molto utile anch’io ho iniziato a farla a cavallo». Una tradizione che ha ripreso vigore ed è diventata un appuntamento fisso per le comunità a cavallo tra Puglia e Molise. «Noi siamo la quinta generazione della mia famiglia a portare avanti questa tradizione, e la sesta è già pronta, tra l’altro sono quasi tutte femmine».

Il viaggio della famiglia Colantuono e delle loro mucche arriva ad Acquevive, piccola frazione persa tra le montagne di Frosolone, dove producono i formaggi tipici, tutti da latte crudo, che poi vendono in tutta Italia e anche all’estero. Formaggi diversi, fatti con il latte di mucche che hanno un’idea molto vaga di cosa sia una stalla, vivendo allo stato brado e nutrendosi di quello che trovano nell’ambiente che le circonda. Formaggi dalla pasta gialla e consistente, come il caciocavallo podolico che può arrivare ad avere stagionature anche di due anni. O come la manteca, la risposta molisana alla burrata pugliese, un cuore di burro ottenuto dalla ricotta racchiuso in un scrigno di caciocavallo. O, ancora, la scamorza e la caciotta, che – assicura Carmelina - «si mantengono anche per venti giorni, anzi, dopo venti giorni sono anche più buoni». E infine il Cretese, un formaggio a pasta molle (con la consistenza del brie, per intendersi), nel quale si avverte la varietà “erbosa” della dieta spontanea delle mucche podoliche. Quest’anno, a causa del Covid (gli assembramenti al passaggio della mandria sono inevitabili), la transumanza è saltata e le mucche si sono dovute accontentare di un semplice viaggio in camion, ma l’appuntamento è solo rimandato alla prima luna piena di maggio dell’anno prossimo. Un augurio e un segnale di speranza.

Per conoscere il lavoro e prodotti della famiglia Colantuono si può visitare la pagina Facebook dell’azienda o quella di Carmelina, dalle quali è anche possibile approfondire la conoscenza della transumanza e, perché no, magari prendere accordi per poter vedere da vicino la prossima, Covid permettendo.

 

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Testo: Luca Tavecchio - Foto: Colantuono, Pasquale Ritucci (prima immagine della gallery)

Articolo realizzato nell’ambito del progetto RESTA! –finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Direzione Generale del Terzo settore e della responsabilità sociale delle imprese-Avviso n.1/2018