Che cosa vedere ad Oliena

Nelle Dolomiti sarde, tra escursioni, arte ed eventi, in un borgo orgoglioso delle sue tradizioni e della sua storia

Le candide rocce e le pareti strapiombanti ricordano le Dolomiti. Ma ci sono i lecci al posto degli abeti, le macchie di lentischio e cisto al posto del pino mugo, i mufloni al posto dei camosci. Infatti siamo nel Supramonte di Olièna, quella parte della Barbagia di Nuoro dove la Sardegna si fa più solitaria, conosciuta proprio con il nome di Dolomiti sarde. Montagne calcaree, che dominano il borgo che dà loro il nome, Olièna, con cime che vanno dai 1463 metri del Monte Corrasi, simbolo del paese, alle vette, appena più basse, di Punta Sos Nidos (1348 m), Punta Carabidda (1321 m), Punta Ortu caminu (1331 m), Punta Cusidore (1147 m) e Preda 'e mugrones (1138 m). Montagne selvagge, paradiso per gli escursionisti e gli speleologi, che possono calarsi nei laghi sotterranei di grotte carsiche fra le più grandi d'Europa, come Sa Oche e Su Ventu, già rifugio di uomini preistorici e di animali come il cervo preistorico, vissuto 30mila anni fa, o come il Prolagus Sardus Wagner, un piccolo roditore estinto in età romana. Un contesto ambientale che ha plasmato l'identità di un paese che, ad appena dieci km a sud est del capoluogo Nuoro, si raggiunge attraversando uno scenario da idillio campestre, fra ulivi, vigneti, mandorli.

Un paese, Olièna, orgoglioso delle sue tradizioni e della sua storia, dei suoi vicoli tortuosi e delle sue bianche casette, delle stradine in acciottolato e dei murales colorati, ma anche dei suoi ulivi e dei suoi vigneti, delle sue feste e dei suoi piatti tipici, dei suoi gioielli in filigrana e dei suoi ricchissimi costumi, quello maschile e quello da sposa (per non dire dei preziosi, e costosissimi, scialli di seta nera a frange, ricamati in seta e oro con motivi floreali).

Olièna è davvero un paese unico. Che resta almeno in parte quello descritto da Grazia Deledda nel romanzo più famoso della scrittrice premio Nobel, Canne al vento: “Il villaggio bianco sotto i monti azzurri e chiari come fatti di marmo e d'aria ardeva come una cava di calce: ma ogni tanto una marea di vento lo rinfrescava e i noci e i peschi negli orti mormoravano tra il fruscìo dell'acqua e degli uccelli”. Certo, anche qui nel dopoguerra si è abbattuto e si è costruito come e dove non si doveva, ma restano ancora tante (soprattutto nel rione di sa Maddalena, il meglio conservato) le case tradizionali con le piccole corti, le scalette esterne, i pergolati, le stanze dipinte in colori accesi, i fumaioli dalle fogge inconsuete.

Molte sono anche le chiese. All'ingresso dell’abitato c'è l'ex parrocchiale di Santa Maria, edificata dai Pisani a fine Duecento in forme tardo romaniche ma successivamente riadattata a forme gotiche. Risalendo il corso Grazia Deledda si supera il cosiddetto Pozzo della prigione, con i resti della dimora secentesca del Majore che governava il paese. Segue la caratteristica chiesetta cinque-seicentesca di Santa Croce, con il campanile a vela ornato da un motivo a tridente: all'interno si trova il Crocifisso ligneo utilizzato negli struggenti riti della Settimana santa per le vie del paese. Si raggiunge poi il seicentesco Collegio dei gesuiti con la vicina parrocchiale di Sant'Ignazio di Loyola, che conserva interessanti statue lignee e un bel retablo cinquecentesco in stile raffaellesco, detto di San Cristoforo. Proprio davanti alla parrocchiale, la via Ichnusa porta alla chiesa di Nostra Signora d'Itria, un altro interessante esempio di architettura del 600, che ospitava la confraternita fondata nel 1613 e il cui portale richiama la tradizione aragonese dell'architrave con mensole.

E da citare è anche la chiesetta di San Francesco da cui il giorno di Pasqua parte la statua del Cristo per la celebre processione de s'Incontru, una delle più belle dell'isola, che si conclude in piazza Santa Maria con l'incontro, appunto, fra la Madonna e Gesù. Solo un'altra festa religiosa e un'altra processione la eguagliano per fervore religioso e splendore dei costumi tradizionali: è la festa di San Lussorio, il 21 agosto, onorato in paese assai più del vero patrono di Oliena, sant’Ignazio di Loyola. Il simulacro del martire cristiano procede tra le vie del borgo accompagnato dal tipico canto dei “gosos” (le lodi), scortato da abitanti in meravigliosi abiti tradizionali e da decine di cavalieri. Poi, dopo la processione, la festa continua con i gruppi folkloristici giunti da tutta l'isola per intonare canti a tenore ed esibirsi in danze tipiche.

Finita la visita del paese, però, occorre tornare nella natura che circonda il paese. Immancabile una visita alle fonti carsiche di Su Gologone, le più importanti e scenografiche dell'isola, con la loro portata minima di circa 400 litri al secondo (ma può raggiungere punte massime di 50 mila litri al secondo!) che precipitano nel fiume Cedrino. La visione d'insieme migliore si ha dal terrazzo naturale che fa da sagrato alla soprastante chiesetta di Santa Maria, mentre le sorgenti vere e proprie possono essere raggiunte lungo un sentiero che s'infila sotto la parete rocciosa, fra gli eucalipti e la macchia mediterranea. L'acqua qui sgorga fragorosa da una vertiginosa gola calcarea, esplorata dagli speleologi fino a 107 metri di profondità.

Testo: Roberto Copello. Foto: Daniele Fois

PUÒ INTERESSARTI ANCHE:
- Oliena: perché è una Bandiera arancione Tci
- Che cosa mangiare e bere ad Oliena
- Su Gologone a Oliena: una storia d'amore per la terra