Che cosa vedere a Barolo

Il castello Falletti, trasformato in Museo del vino. Ma anche un Museo del cavatappi e i bellissimi dintorni

Se un paese si chiama Barolo, non può essere come tutti gli altri. E pazienza se poi anche altri dieci comuni dei dintorni producono quel rosso nettare che porta il suo stesso nome, e che è nato proprio nel castello che domina il paese. La prima cosa che colpisce di Barolo è il diverso posizionamento del suo nucleo urbano rispetto a quello dei paesi limitrofi, addossati intorno alla sommità di un colle o lungo un crinale. Il paese chiude infatti una valletta e si trova adagiato su una specie di altopiano, a forma di sperone, protetto dai rilievi circostanti, disposti ad anfiteatro. Un luogo ideale per difendere il territorio. E infatti una fortificazione sulla collina che da Barolo guarda la valle Talloria esisteva già nel X secolo, quando re Berengario I diede a un feudatario locale il permesso di costruire una struttura per difendersi dagli attacchi degli Ungari e dei Saraceni.

Tracce di questo primo insediamento sono ancora individuabili nell'attuale castello Falletti, nella struttura del mastio e della parte bassa della torre orientale. Nel Duecento la fortificazione primitiva fu ceduta al comune di Alba, che poi la cedette alla famiglia Falletti, la cui presenza è attestata già nel 1325. Iniziarono così importanti lavori di ampliamento che trasformarono la struttura in un vero e proprio castello. Che però fu poi semidistrutto da guerre e saccheggi nel XVI secolo. A dargli il volto attuale furono nel Settecento Giacomo e Manfredo Falletti.



Ultimi della famiglia Falletti ad abitare il castello furono il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo e la moglie francese Juliette Colbert, pronipote del ministro delle finanze del Re Sole, che in Piemonte sarebbe diventata per tutti la marchesa Giulia di Barolo. La coppia, che s'era spostata a Parigi nel 1806, nel 1814 si trasferì a Torino, e il castello si trasformò in una importante residenza di campagna, dove fu ospitato anche lo scrittore e patriota Silvio Pellico, amico e consigliere dei marchesi, nonché responsabile della biblioteca di famiglia. A Torino i marchesi divennero protagonisti della vita sociale, segnalandosi per le loro attività in favore dei figli di famiglie povere, inclusa l'istituzione nel loro palazzo torinese delle “stanze di ricovero”, i primi asili d'infanzia del Piemonte. Il marchese Carlo Tancredi morì nel 1838. La moglie Giulia continuò da sola a occuparsi delle donne carcerate, istituì scuole professionali per le ragazze più povere, fondò case-famiglia per ragazze abbandonate, fondò una Congregazione religiosa costituita anche da ex detenute, le Sorelle Penitenti di Santa Maria Maddalena, oggi Figlie di Gesù Buon Pastore. Giulia di Barolo morì nel 1864, senza eredi. Le sue ultime volontà portarono all'istituzione dell'Opera Pia Barolo, un ente morale incaricato di amministrare le fortune di famiglia e grazie al quale si deve la nascita del Collegio Barolo, dove tra il 1875 e il 1958 hanno studiato generazioni di ragazzi della zona, favoriti anche da borse di studio. Non stupisce dunque che, per il loro impegno sociale e religioso, nel 1991 sia stata avviata la causa di beatificazione di entrambi i marchesi di Barolo, veri benefattori delle Langhe e del Piemonte.

Il Collegio Barolo trovò spazio nel castello, che però subì forti alterazioni della struttura originaria medievale, nel segno dell'eclettismo architettonico con cui si presenta oggi. Acquistato nel 1970 dal Comune di Barolo con una sottoscrizione cui contribuirono generosamente cittadini, aziende ed ex-allievi del Collegio, il castello divenne la sede dell'Enoteca Comunale, poi Enoteca Regionale, nonché della Scuola Professionale Alberghiera, ubicata nella manica in cui erano ospitate le aule del vecchio Collegio, mentre già a partire dai primi anni Settanta, con l'aiuto di alcuni volontari, erano state aperte ai visitatori alcune sale del Castello. Nel 2010, infine, l'inaugurazione del WiMu, Museo del vino presto affermatosi come fra i più innovativi del mondo (leggi l'approfondimento dedicato).

Nella piazza davanti al castello si trova anche il Museo del cavatappi, nato dalla passione di un collezionista, il farmacista Paolo Annoni. Ha sede in una ex cantina dai soffitti con volte a botte e presenta circa 500 esemplari dal XVIII secolo a oggi, suddivisi in 19 sezioni (nella foto). E sulla stessa piazza davanti al castello si affaccia la chiesa parrocchiale di San Donato, a tre navate con cupola ottagonale e con sei altari laterali, che risale alla prima metà del Settecento. Nella tomba davanti l’altare maggiore hanno sepoltura i Falletti, signori di Barolo.

Ma a Barolo c'è anche un altro castello di origini medievali, purtroppo abbandonato da tre secoli e oggi in rovina. Si trova appena fuori del paese, in bella posizione panoramica sul bricco delle Viole accanto alla strada per La Morra, ed è chiamato La Volta, nome che deriverebbe da una tragedia avvenuta fra le sue mura. Nel 1713 infatti, secondo quella che assume i connotati di una leggenda, la volta che sosteneva il pavimento del salone delle feste sarebbe crollata durante un grande ballo, probabilmente per il peso dei numerosi ospiti presenti: una parte di loro perse la vita, e al castello rimase quel nome, attribuitogli dalla popolazione locale, che avrebbe interpretato l'accaduto come punizione divina a un castellano che conduceva una vita smodata (qualcuno sostiene che ancora oggi si odano gemiti e grida sotto le vecchie mura). Un'altra leggenda dice che i marchesi Falletti avrebbero cercato più volte di ricostruire la volta crollata, senza riuscirvi. Oggi inaccessibile, del castello La Volta si può solo contemplare da lontano la bella torre cilindrica e il perimetro murario poligonale, cui conduce il ponticello in muratura che ha sostituito il ponte levatoio medievale.

Il territorio poi ospita decine di importanti case vinicole che si caratterizzano, oltre che per la qualità dei loro vini, anche per le loro cantine, che negli ultimi anni hanno sempre più spesso coinvolto architetti e designer dal gusto contemporaneo. Fra le ultime nate e più originali c'è per esempio L'Astemia Pentita, progettata dall'architetto Gianni Arnaudo con un’estetica dichiaratamente pop: appoggiata come una scultura sulla collina tra i filari dei vigneti, la cantina (inaugurata nel 2016) è infatti costituita da due grandi volumi sovrapposti, che evocano le forme di due casse da vino in legno. Altrettanto surrealisti gli spazi interni, che sono stati pensati dalla stessa titolare, l'imprenditrice di origini locali Sandra Vezza, con grandi dipinti murali, realizzati da artisti locali per creare nel visitatore l’illusione di essere realmente all’interno di una cassa di vino nel momento in cui una mano sta estraendo una bottiglia.

Testo di Roberto Copello; per le foto, si ringraziano Museo del Cavatappi, Comune (foto La Volta), L'Astemia Pentita.

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