Che cosa vedere a Laconi

Un palazzo nobiliare, uno straordinario giardino, i ricordi di un santo molto amato... 

Prendete una cartina della Sardegna e tracciate due linee incrociate, partendo dalle sue estremità: una che vada dall'Asinara a Capo Carbonara, l'altra dalla Maddalena a Capo Spartivento. Le due linee si incrociano nel mezzo dell'isola, più o meno dove c'è Làconi, il borgo del Sarcidàno che dunque può dirsi di trovare al centro esatto, se non al cuore, della Sardegna. Forse il più lontano possibile dalle sue coste, ma certamente anche il più vicino alla sua preistoria e alla sua storia, con tutto il loro patrimonio di archeologia, tradizioni, gastronomia ed economia pastorale.

A sudovest del Gennargentu, ai piedi del vasto altopiano ondulato del Sarcidano di cui è il centro più importante, Làconi si direbbe uno dei segreti meglio custoditi della Sardegna. Lo confermerebbe anche il nome, che deriva da un termine sardo che starebbe, forse, per confine, limite. In realtà, Làconi è uno dei villaggi più noti e apprezzati dai tanti sardi che d'estate fuggono dalle coste in cerca di tranquillità e frescura, all'ombra dei suoi suggestivi boschi. Villeggianti che sembrano dunque dar ragione ai versi di Elia Lai, l'acclamato poeta locale scomparso nel 2013 a 93 anni:

Lacuni, bidda mia,
deo no mi cuntento
mai, de t’ammiràri, ca t’adòro.
Ci’ntecoi podìa
cantàri su xi sento,
dd’haìa a fairi cun arpas de oro




A 550 metri di quota, addossato in posizione panoramica su un pendio calcareo dall'aspetto dolomitico, Làconi ha le caratteristiche di un paese di montagna immerso nel verde, nobilitato però da musei e architetture civili assolutamente unici in Sardegna, tanto da essere nel loro genere i più importanti dell'isola. Queste attrattive, che fanno di Làconi una meta di primo interesse per chi vuol conoscere l'interno della Sardegna, sono, in primis, il Menhir Museum - Museo della Statuaria Preistorica in Sardegna, con le sue statue stele primo tentativo con cui l'uomo preistorico cercò di raffigurare se stesso; poi il Palazzo Aymerich e il suo straordinario parco, che partendo dal centro storico cinge l'altura per 22 ettari di bosco, fra sentieri e cascate, resti del castello medioevale e varie essenze arboree di pregio; infine le memorie di sant'Ignazio da Làconi, il “frate poverello” assai venerato soprattutto nella parte centrale e meridionale dell'isola.

Il Menhir Museum (vedi approfondimento a parte) è ospitato nel centro del paese, in alcuni ambienti di Palazzo Aymerich, l'ultima dimora dei marchesi di Làconi, che qui hanno vissuto dal 1846 al Duemila. L'edificio, progettato nel XIX secolo dal famoso architetto cagliaritano Gaetano Cima in stile neoclassico, si sviluppa su tre livelli ed è ritenuta l'abitazione civile più importante della Sardegna. Due sale del piano nobile, che nell'Ottocento ospitò illustri personaggi, sono decorate con preziose carte da parati francesi, realizzate a Parigi dalla famosa casa Dufour. Attestano insomma la raffinatezza con cui viveva la famiglia Aymerich, marchesi di Làconi dal 1769 quando erano succeduti ai Castelvì, che erano stati signori del paese dal 1479 (in precedenza, dal 1421 al 1478, il feudo di Làconi era stato di proprietà dei De Sena, famiglia di origine toscana e senese, come fa intuire lo stesso cognome).



Proprio dal Palazzo Aymerich inizia quel giardino incantato che è il Parco Aymerich, il più grande parco urbano di Sardegna, un vero museo naturale che si estende per 22 ettari, fino all'altipiano di Làconi. Lo percorre un reticolo di sentieri che si inoltrano in una folta vegetazione, fra sorgenti e cascate, ruscelli e laghetti, rocce calcaree e cavità naturali. A volere il parco fu nel XIX secolo il marchese Ignazio Aymerich, senatore del Regno d'Italia e appassionato collezionista di piante esotiche, che volle alternare alle essenze tipiche dell'isola: così, oltre a corbezzoli, pini della Corsica, platani e lecci, olivastri e querce da sughero, e oltre al più alto numero di specie di orchidea sarda, nel parco si trova anche un imponente e secolare esemplare di cedro del Libano.



Particolarmente suggestive sono poi, all'interno del Parco stesso, le rovine del Castello di Làconi, rocca medievale che si vuole essere stata costruita nel 1053 dai Giudici di Arborea: su una torre, unico resto della prima costruzione, c'è infatti una lapide murata con un'epigrafe che esibisce la data 1053 (in realtà la lapide potrebbe provenire da altra struttura preesistente). Il castello subì nei secoli diversi rimaneggiamenti, ma è in ogni caso uno dei più eleganti manufatti di architettura civile medievale in Sardegna. Si segnalano in particolare le strutture gotico-aragonesi quattrocentesche della sala principale, con belle coperture sormontate da archi multilobati e una finestra gotica aperta verso il villaggio, mentre a ulteriori ampliamenti secenteschi va ascritto il portico che precede un vano rettangolare di 35 metri, aperto sull'ampia corte.

Tornando nell'abitato, nella sua parte alta, adiacente al Parco, si eleva la parrocchiale dei santi Ambrogio e Ignazio, che dell'originaria costruzione gotico-aragonese del Cinquecento conserva solamente il bel campanile. La chiesa, affidata ai frati cappuccini, un tempo era dedicata al solo sant'Ambrogio. Nel 1951, con la canonizzazione di sant'Ignazio da Làconi (1701-1781), la titolarità del tempio è stata poi estesa al veneratissimo cappuccino locale, un frate che non andò mai a scuola, non imparò mai a scrivere e parlava solo il sardo, ma ugualmente seppe farsi amare da tutta l'isola. All'interno della chiesa si trovano una cappella dedicata a sant'Ignazio, con mosaici che raffigurano episodi della sua vita, e il fonte battesimale in cui venne battezzato nel 1701. Nel piazzale davanti all'edificio, sopra un alto basamento in trachite rossa, è stata collocata un statua di Fra Ignazio.

Unico santo sardo salito agli altari con un regolare processo canonico, Vincenzo Francesco Ignazio Peis era nato in un vecchio edificio proprio ai piedi della chiesa il 17 dicembre 1701 da Mattia Peis Cadello e Anna Maria Sanna Casu, genitori molto poveri e molto religiosi. Già da piccolo Vincenzino si segnalava per innocenza e bontà, preghiere e digiuni. Nessuno nutriva dubbi sulla fede di quel bambino il cui unico pensiero, ogni mattina appena alzato, era andare in chiesa e servir messa come chierichetto. Così in paese presto iniziarono a chiamare su Santixeddu, il Santarello, quel ragazzino che, se trovava le porte della chiesa ancora chiuse, si metteva a pregare in ginocchio sui gradini esterni. A 20 anni il futuro santo lasciò il paese per andare a Cagliari, per chiedere ai cappuccini di San Benedetto di entrare nel loro convento. Essendo analfabeta gli erano precluse le vie del sacerdozio, ma grazie alla mediazione del marchese di Làconi, Gabriele Aymerich, poté ugualmente vestire il saio cappuccino come fratello laico, diventando fra' Ignazio. Trasferito nel convento di Iglesias, fu destinato a umili servizi e poi alla questua nella zona del Sulcis, prima di rientrare a Cagliari.

Così “fra Natziu”, bisaccia in spalla, iniziò a girare per le vie della città, bussando alle case, girando per il porto, entrando nelle osterie. In breve con la sua umiltà conquistò il cuore dei sardi, diventando il frate taumaturgo la cui vita era una continua testimonianza di penitenza, umiltà, carità e prodigi compiuti nel nome del Signore. Non si contano infatti i miracoli a lui attribuiti: malati che guariscono, ciechi che vedono, sordi che sentono, muti che parlano, persino morti che risuscitano. E se sant'Ignazio da Làconi è oggi il santo sardo più venerato dell'isola, lo è in particolare nel suo paese d'origine, dove migliaia di pellegrini giungono a fine agosto per partecipare alla festa del santo, con la processione in cui sfilano cavalieri in costume, gruppi folcloristici e confraternite dell'isola.

Ma tutto l'anno c'è chi arriva per visitare, vicino alla stessa chiesa parrocchiale, l'umile casa natale di sant'Ignazio e anche il bel Museo a lui dedicato. All'esterno, una serie di immagini racconta la vita del frate cappuccino. L'interno, diviso in quattro sezioni, custodisce un reliquiario in argento con un osso della mano di Ignazio, la corona del rosario da cui mai si separava, il suo bastone e un suo sandalo, i documenti originali della causa di canonizzazione, una tela del 1781 con il ritratto del volto del santo. Il museo raccoglie inoltre argenteria sacra del XVI e XVII secolo, paramenti del XVI secolo, arredi sacri, reliquiari ed ex voto, due oli su tela del Seicento, una serie di statue (curiosa una statua secentesca di Gesù Bambino dormiente, dove il piccolo Gesù è raffigurato seduto su un trono, con un gomito poggiato sul bracciolo e la mano che sostiene il volto serenamente addormentato). Nelle altre sezioni del museo si trovano anche monili e reperti in terracotta di epoca romana e precristiana, una raccolta numismatica, oggetti portati dalle missioni in Africa e Australia. Ma chi arriva a visitare il museo viene soprattutto per Ignazio, l'amatissimo patrono di Làconi, paese su cui il “santo dei sardi” stende il suo sguardo persino dall'alto di Punta Carradore, un punto panoramico dove una statua equestre del santo lo trasforma in spericolato cavallerizzo. Ma i frati questuanti non usavano piuttosto il cavallo di san Francesco, andando a piedi? In ogni caso, il monumento aiuta a ricordare che da queste parti i cavalli sono di casa: a nord del paese, nella foresta demaniale di Funtanamela, oasi faunistica di oltre mille ettari di bosco e macchia mediterranea, scorazzano felici dozzine di cavallini del Sarcidano, allevati allo stato brado.

Testo di Roberto Copello; per le foto, si ringraziano Nicola Castangia/Flickr (palazzo Aymerich, in alto); Anna Negri (panorama e sala del palazzo); Wikimapia (statua S. Ignazio); Wikipedia Commons (rovine del castello, chiesa); GettyImages (parco).  

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