Che cosa vedere a Macugnaga

Le case Walser, le chiese, i piccoli musei. E poi una natura straordinaria

Si lascia l'ampia piana del fiume Toce, puntando verso ovest. La strada carrozzabile che dal 1898 risale la Valle Anzasca (oggi statale 549) subito inizia a salire, ripida e incassata, ogni tanto attraversando piccoli villaggi. Le scarpate che incombono precludono la vista, nascondono lo spettacolo che si paleserà solo dopo 30 chilometri di curve, la vista di una muraglia imponente, maestosa, enorme: la parete più alta e più larga delle Alpi, 2600 metri di dislivello per quattro chilometri di larghezza. Uno spettacolo, quello della “himalayana” parete Est del Monte Rosa, che si può apprezzare pienamente solo da molto lontano o da molto vicino. Nel primo caso, dal Nord ovest lombardo: da Milano e da Varese, dalla Malpensa e dalla Brianza. Nel secondo, dal bel villaggio di origini walser che sta sotto la sua base, alla testata della valle: Macugnaga.



Da qui toglie letteralmente il fiato la vista delle quattro vette maggiori: Gnifetti, Zumstein, Dufour (a 4.638 m è la vetta del Rosa) e Nordend. Da lassù precipitano impressionanti cascate di seracchi e ripidi canaloni, spesso percorsi da fragorose valanghe. Terreno per grandi alpinisti, e infatti furono proprio gli scalatori (all'inizio soprattutto inglesi) i primi a “scoprire” nel XIX secolo e a frequentare questo isolato villaggio, a far conoscere le sue meraviglie. Poi ci fu spazio anche per gli italiani, fra i quali non sfigura un giovane sacerdote brianzolo, Achille Ratti, che nel 1889 traccia sulla Est del Rosa una via nuova al Colle Zumstein effettuando pure la prima traversata da Macugnaga a Zermatt, e che poi nel 1922 si farà conoscere in tutto il mondo per una salita di tutt'altro genere: quella al soglio pontificio, dove sarà papa Pio XI. Leggendarie e di fama internazionale anche furono alcune guide alpine come Mattia Zurbriggen, Ferdinand Imseng e Alexander Burgener, tutte originarie di Saas Fee e, almeno le prime due, stabilmente trasferitesi a Macugnaga. Anche grazie a loro così si posero le basi dello sviluppo turistico di Macugnaga, della costruzione dei primi alberghi, quindi della strada, cui nel XX secolo sarebbero seguiti gli skilift e le seggiovie.



Macugnaga, Comune composto da quattro frazioni ognuna con una sua identità (Pestarena, Borca, Staffa, che è sede del comune, e Pecetto), è località molto diversa dalle altre incontrate più in basso, salendo lungo la Valle Anzasca: mostra infatti le caratteristiche walser dell'antica colonia alemanna di Makanà, fondata probabilmente alla fine del XIII secolo da vallesani giunti dalla valle svizzera di Saas Fee attraverso il passo del Moro. Aspetti che si fanno evidentissimi nei casolari ben conservati della suggestiva frazione di Pecetto, a monte del borgo, in direzione della seggiovia del Belvedere, o in quelli attorno alla Chiesa vecchia. 

Davanti a questa chiesetta, citata già in un documento del 1317 ma il cui attuale aspetto al XVI secolo, si trova il simbolo più antico e amato di Macugnaga, un secolare tiglio a grandi foglie che sarebbe stato messo a dimora proprio dai fondatori alemanni del paese, nel XIII secolo. Vero centro civile della vità comunitaria, il monumentale tiglio un tempo vedeva tenersi sotto i suoi rami una fiera che richiamava visitatori da tutte le valli vicine e che è stata riproposta in anni recenti. Oggi, con i suoi sette metri di circonferenza protetti da uno steccato in legno, cerca di resistere alle ingiurie del tempo con le sue cinque branche primarie, nonostante le condizioni di stabilità precarie: il fusto, alto 3.5 metri, è del tutto cavo e compromesso in più parti da carie fungina, mentre sono evidenti i segni di schianti causati dal peso eccessivo dei rami. Interessante anche una visita al piccolo cimitero accanto alla Chiesa vecchia, dove si trovano le tombe di guide e alpinisti la cui vicenda è stata legata alle pareti del Monte Rosa.

La Chiesa vecchia, dedicata a Santa Maria, non va dunque confusa con la parrocchiale dell'Assunta, costruita in frazione Borca fra il 1709 e il 1717 a una sola navata, e il cui campanile è stato eretto solo nel 1936. All'interno si trovano una bella cantoria policroma, due dipinti del pittore locale Bartolomeo Iacchini e numerosi lavori di intaglio e scultura settecentesca. Sulla imponente facciata, rivolta verso il fondovalle, una lapide ricorda l'ascensione al Rosa compiuta nel 1889 dal futuro papa Pio XI.

La altrettanto settecentesca casa parrocchiale ospita invece dal 1982 il Museo Casa Walser, che oltre a raccogliere oggetti della vita quotidiana dei walser di Macugnaga vuole anche mostrare un esempio di quella che era la loro tipologia abitativa sul territorio macugnaghese. La casa è divisa su tre livelli: il piano interrato, antica cantina con pavimento in terra battuta, per le mostre temporanee; il pianterreno, con la cucina, l’antico ingresso e la “stobu”, che era il locale più importante di tutta la casa walser; e il piano alto, le cui tre sale sono dedicate ai mestieri tradizionali, agli oggetti della lavorazione del pane e infine ai documenti della Società Mineraria.

I Walser infatti erano rimasti pressoché i soli ad abitare l'alta valle almeno sino alla metà del Settecento, quando l'improvvisa riattivazione delle miniere aurifere (che pare fossero già sfruttate dai Romani e di cui comunque parla un trattato di pace firmato nel 1291, dove si parla degli “homines argentarii”, ossia i minatori) scatenò una piccola febbre dell'oro, a seguito della concessione degli scavi all'intraprendente capitano Bartolomeo Testoni. Nuove gallerie furono scavate, qualche nuovo filone venne esplorato, mentre minatori salivano dal Piemonte e dalla Lombardia nell'alta Valle Anzasca, accelerandone il processo di italianizzazione. Una buona zona aurifera era in Valle Quarazza, che si raggiunge salendo da Borca sulla destra orografica del torrente Anza, ma quella più promettente fu quella del villaggio minerario di Pestarena, poco sotto Macugnaga, che fra alterne vicende tornò a essere importante durante la seconda guerra mondiale: grazie agli sforzi produttivi di quegli anni si arrivarono a estrarre anche 40mila tonnellate di minerale all'anno, fino a toccare nel 1948 il record di 580 chili di oro puro estratti. Nonostante gli sforzi, però, la media di oro estratto giornalmente da un operaio restava di soli 5 grammi. La miniera di Pestarena era arrivata a dare lavoro a mille operai. Negli anni Cinquanta ancora ne occupava 300, ma i costi di manutenzione e di produzione erano diventati insostenibili, tanto che nel 1961 fu chiusa. Macugnaga decise che forse era meglio scommettere su un altro tipo di filone d'oro: quello del turismo, sia estivo sia invernale, grazie alle sue due aree sciistiche, quella più agevole del Belvedere e quella assai impegnativa del Monte Moro. Le miniere di Pestarena oggi non sono accessibili, ma lo è quella della Guia, che fu scoperta nel 1710 in località Fornarelli, ed è diventata la prima miniera d'oro visitabile d'Italia. Del tutto pianeggiante e dunque facilmente accessibile anche ai disabili in carrozzina, ha al suo interno costantemente 9 gradi di temperatura e il 97 per cento di umidità.

Oltre al museo Casa Walser, a Macugnaga si può visitare anche un altro piccolo museo, il Museo della Montagna e del Contrabbando, ospitato in un edificio Walser in località Prati della frazione Staffa. All’interno espone tavole del caricaturista milanese Aldo Mazza (1880-1964) sull’alpinismo sul Monte Rosa, una collezione di reperti sulla storia alpinistica di Macugnaga (sci, corde, zaini, ramponi e indumenti originali), documenti sulla grande guida alpina Mattia Zurbriggen, vincitore dell’Aconcagua), gli scarponi usati dal francese Maurice Herzog durante la sua conquista dell'Annapurna. Una sezione è dedicata al contrabbando di riso verso la Svizzera, nonché ai salvataggi degli ebrei e di altri rifugiati politici compiuti dalla gente di Macugnaga nel corso della seconda guerra mondiale, mentre un'altra sezione riguarda Achille Ratti, papa Pio XI, e le sue imprese alpinistiche sul Rosa.

Infine, Macugnaga è anche la base da cui partire per molte entusiasmanti passeggiate, escursioni e ascensioni sulle montagne e verso i rifugi della zona. Fra le mete più agevoli e popolari, figurano il Lago delle Fate (m 1309), raggiungibile da Staffa; il Passo di Monte Moro (m 2868), valico già noto ai Romani al confine con la Svizzera, cui si può salire in funivia; e il Belvedere, un fantastico punto panoramico sulla grandiosa parete ossolana del Rosa al quale si può arrivare in seggiovia o per un sentiero che sale da Pecetto. Dal Belvedere si può proseguire a piedi sino al rifugio Zamboni-Zappa (m 2065), costruito nel 1925 sull'Alpe Pedriola, in straordinaria posizione panoramica fra le morene sotto la parete est del Monte Rosa. Dal rifugio un sentiero porta in 15 minuti alla Cappella Zapparoli, da cui si ha una visione completa della Est del Rosa.


Testo di Roberto Copello; per le foto, Davide Rabbogliatti (prima foto panorama nel testo), Wikipedia (Achille Ratti alpinista), Comune (tiglio), museowalser.it (museo), isprambiente (miniera della Guia), associazione Musei d'Ossola (museo della Montagna e del Contrabbando), Thinkstock (in alto e altre).

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