Che cosa vedere a Montagnana

Le straordinarie mura, naturalmente. Ma anche un centro storico intatto e il bellissimo Duomo

Nelle campagne a sud dei Colli Euganei, lungo la statale 10 che da Padova va verso Mantova, si susseguono tre città fortificate, Monsélice, Este e Montagnana, accomunate da una storia simile: quella di antichi insediamenti paleoveneti sorti lungo quella che fino al 589 d.C. fu la linea del fiume Adige, successivamente romanizzati e poi nobilitati dalle signorie medievali.

Per ampiezza e stato di conservazione emergono in particolare i 1950 metri di perimetro delle merlate mura trecentesche di Montagnana, realizzate in trachite euganea e cotto: con le loro 24 torri alte fino a 19 metri e distanti fra loro da 57 a 66 metri (una distanza copribile con tiri d'arco incrociati), nonché con il fossato a prato che è da sempre libero da manufatti, costituiscono un complesso fortificato medievale tra i più intatti e meglio conservati al mondo.



Immagine perfetta di che cosa potesse essere un borgo di pianura progettato a fini bellici e preservato grazie a due ragioni: da un lato la persistenza del suo interesse militare (ancora nel XIX secolo era una caserma austriaca), dall'altro il ridotto dinamismo economico e demografico che ha caratterizzato la zona negli ultimi due secoli, in quest'angolo quasi isolato di Veneto. Il possente anello, poi, custodisce al suo interno un tessuto urbano altrettanto integro, una cittadina dall'intatta atmosfera medievale, quasi da favola, poco mutata dal sec. XVI, quando finì con l'assumere la fisionomia attuale dopo quattro secoli di rafforzamenti, con una sinuosa via principale e due strade a essa parallele, una grande piazza centrale, palazzi anche importanti come Palazzo Uberti e Palazzo Magnavin-Foratti, la cui pentafora fa pensare ai palazzi veneziani sul Canal Grande.



Ad avviare la fortificazione di Montagnana erano stati nel sec. XI i signori di Este, la cui opera fu poi potenziata nel 1242 da Ezzelino da Romano con la costruzione del Castello di San Zeno, sul suo limite orientale. Una prima cinta, più interna rispetto all'attuale, fu poi completata dal Comune di Padova verso il 1275 (negli Statuti di Padova del 1275 è posta una tassa sul vino per erigere “muri Montagnanae”). La planimetria definitiva invece fu assunta uqasi un secolo dopo grazie ai Carraresi, signori di Padova, in particolare con Francesco il Vecchio da Carrara che fra il 1360 e il 1362 fece erigere la possente Rocca degli Alberi e l'attuale cerchia murata. Così la trovarono i veneziani, quando nel 1405, ponendo fine alle contese fra padovani e veneziani, Montagnana si consegnò alla Serenissima, ingolosita dalla locale produzione di canapa, utilissima per le navi costruite nell'Arsenale della città lagunare. Con l'affermazione dell'artiglieria, le mura di Montagnana persero la loro importanza militare, ma restarono fondamentali per proteggere la città da briganti e malintenzionati, chiudendo i portoni d'accesso durante la notte. Fu così che le mura di Montagnana hanno resistito indenni sino a oggi: anche nella seconda Guerra Mondiale hanno subito danni limitati, solo per qualche colpo sparato da un cacciabombardiere contro il Mastio di Castel San Zeno e per due bombe alleate che ricavarono un cratere sull’angolo sud-est del fossato.

Così, per accedere a Montagnana, occorre varcare una delle quattro porte che si aprono nella sua cinta muraria. Più che la settentrionale porta Vicenza, costruita nel 1504 dai veneziani, o la meridionale porta XX Settembre, aperta nel 1884 su indicazione di Camillo Boito sull'asse di uscita verso la stazione ferroviaria, spiccano in particolare la porta Legnago, a ovest, con il ponte fortificato della grande Rocca degli Alberi pensata nel 1360-62 dall'architetto Francesco da Schicci, e la porta Padova, a est, annessa all'imponente Castello di San Zeno (il suo mastio è alto 38,40 metri), che i veneziani usavano come magazzino per stipare la canapa e che oggi ospita il Museo civico Antonio Giacomelli. Il museo ha sezioni dedicate all'archeologia (si ammirano punte di freccia e una lama di pugnale di Età tardo neolitica ed eneolitica del IV-III millennio a.C., nonché manufatti dei secoli XII-VIII sec. a. C. provenienti dalla necropoli di Borgo San Zeno) e una sezione musicale “Martinelli-Pertile” con fotografie e documenti che testimoniano la vita dei due illustri tenori montagnanesi Giovanni Martinelli (1885-1969) ed Aureliano Pertile (1885-1952). Appena fuori della porta Padova e delle mura, è notevole il compatto palazzo Pisani, un massiccio cubo progettato da Andrea Palladio fra il 1553 e il 1555 per il nobile veneto Francesco Pisani, con un doppio ordine di colonne concluso da un timpano nella facciata principale. Da vedere anche, nell'atrio colonnato al pianterreno, le statue allegoriche delle Stagioni (1565-77), opera dello scultore trentino Alessandro Vittoria.

Una volta all'interno del borgo, si procede lungo la via Carrarese e poco dopo, in una piazzetta sulla sinistra, si trova il Municipio, costruito nel 1538 su disegno (forse) di Michele Sanmicheli e che ha una importante sala consiliare cinquecentesca, con soffitto a cassettoni intagliato nel 1605 da Marcantonio Vanin. Poco oltre, la strada si apre nel grande slargo della piazza Vittorio Emanuele II, il medievale luogo del mercato su cui si affacciano edifici porticati sette-ottocenteschi, il settecentesco palazzo del Monte di Pietà (che fu dal 1497 la prima banca di Montagnana, fondata dai frati con intenti sociali) e, soprattutto, l'imponente mole del Duomo, singolarmente posto come di traverso. Intitolato a Santa Maria, questo fu eretto fra il 1431 e il 1502 in forme gotico-rinascimentali, laddove in precedenza sorgeva una chiesa romanica. Di forte impatto sono la verticale facciata con il portale attribuito a Jacopo Sansovino, la fiancata destra e la grande abside poligonale del transetto destro.



Lo slanciato interno, di aspetto rinascimentale, custodisce una ricchissima quantità di tele e affreschi del Quattro e Cinquecento. Molte opere sono firmate da un artista del primo Cinquecento, Giovanni Buonconsiglio, la cui più significativa realizzazione qui consiste nell'Assunzione della Vergine affrescata nel semicatino dell'abside. Su tutto però eccelle, collocata sopra l'altare maggiore che si vuole essere stato disegnato esso pure dal Sansovino, l'enorme Trasfigurazione realizzata nel 1555-56 da un giovane Paolo Veronese, la cui firma si può notare in basso a sinistra. La pala, alta niente meno che 555 cm e larga 260, appare nettamente divisa in una zona centrale molto luminosa e due zone più scure, sotto e sopra di essa. Nella prima zona Veronese rappresenta Cristo nel momento in cui si trasfigura, apparendo agli apostoli mentre conversa con Mosè ed Elia. Una visione celeste contrapposta alla penombra della scena terrena sottostante, dove tre apostoli in manifestano la loro meraviglia con gesti scomposti di gusto manierista, cui fanno da contraltare i volteggi acrobatici degli angeli nella parte più alta del dipinto.

E un'altra Trasfigurazione della scuola dello stesso Veronese si può andare a vedere nella semplice e disadorna chiesa tre-quattrocentesca di San Francesco, che sta nei pressi della porta XX Settembre e ha uno slanciato campanile in cotto iniziato nel 1429. Nella stessa area cittadina vale la pena dare un'occhiata anche alla facciata rinascimentale dell'antico Ospedale della Natività, che pur essendo oggi sede di una banca conserva un bel rilievo della Madonna della Misericordia sul portale e, al primo piano, i resti di un affresco di Giovanni Buonconsiglio (altri affreschi sono stati portati a Venezia, alle Gallerie dell'Accademia).

Testo di Roberto Copello; foto Thinkstock, Stefano Brambilla (mura, Duomo), Fotostudio Castagna (veduta aerea).

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