Che cosa vedere a Opi

Un affascinante borgo incastonato in mezzo a una fantastica corona di montagne

Il borgo è davvero piccolo: contava appena 441 abitanti al censimento del 2010. E il suo nome è corto, cortissimo, una sola consonante stretta fra due vocali. Insomma, l'abruzzese Opi sarebbe piaciuta sicuramente ad Aldo Palazzeschi, l'autore della (un tempo) famosa filastrocca “Rio Bo”, che tutti gli alunni delle elementari di una volta hanno mandato a memoria: “Tre casettine / dai tetti aguzzi, / un verde praticello, / un esiguo ruscello: Rio Bo”. Opi: un borgo circondato dalle montagne, annidato a 1.250 metri di altitudine su un promontorio roccioso, da cui domina la vallata del fiume Sangro. Un villaggio lontano quanto più possibile dalla “civiltà”, eppure con una storia importante, inversamente proporzionale alle sue minuscole dimensioni.

Qui l'uomo si insediò in epoche antichissime, come attestano i resti un centro fortificato sul Colle della Regina (l'attuale centro storico del paese), poi i resti di un probabile tempio rinvenuti nelle località “Casali” e “Fonte delle Lecine”, ma soprattutto i reperti archeologici (corredi tombali con corazze, lance, collane in lamine di bronzo) della grande necropoli riportata alla luce in due campagne di scavo effettuate nel 1994 e nel 1996 nella vicina Val Fondillo. Era forse qui, sulle pendici del Monte Marsicano, la mitica Fresilia, una delle tre città fortificate sannitiche (le altre erano Milionia e Plestinia) che Tito Livio racconta essere state conquistate dai Romani nel giro di pochi giorni, nel 301 a.C., dopo che i Marsi erano stati sbaragliati in un'unica battaglia?



Difficile esserne certi. Ma in ogni caso, più di cento tombe disposte in cerchi concentrici hanno rivelato che quassù, attorno al 1600 a.C., era insediata una popolazione che per l'epoca era piuttosto sviluppata. Accanto a ogni defunto maschio, infatti, è stato trovato un ricco corredo personale di lance, pugnali, gladii, giavellotti, dischi e corazze, mentre le donne invece erano sepolte con bracciali, collane in ambra, anelli, pendagli. Abbondante anche il materiale ceramico restituito dai sepolcri, con grandi olle che contenevano ciotole e tazze.

Quindi, in epoche successive, più o meno attorno al III sec. a.C., i Volsci (l'antico popolo osco-umbro che fu feroce nemico di Roma per il controllo della regione laziale) avrebbero varcato il passo di Forca d’Acero e si sarebbero insediati tra le località Molino di Opi, Barrea e l’imbocco della Val Fondillo. Precedevano i Romani, la cui presenza è attestata da toponimi ancora rimasti per sorgenti evidentemente ritenute sacre come la Fonte di Giove, la Fonte Vertuno (riferita al dio Vertunno), e la Fonte Triareccia (in onore della dea Luna considerata triforme). Forse dunque che l'isolata e lontana Opi era ritenuta una “città sacra”? A farlo supporre c'è anche una lapide murata nel campanile della chiesa di Santa Maria Assunta: porta la scritta “sacerdos cerealis” che fa pensare a un edificio di culto dove officiava un “sacerdote di Cerere”, la dea latina della terra, della fertilità e delle messi.



Per notizie storiche più precise e sicure bisogna però arrivare al medioevo. La necessità di abitare luoghi sicuri aveva via via fatto spostare la popolazione verso l'alto, abbandonando l'antico insediamento in località Molino di Opi e finendo con il rifugiarsi in cima a un costone roccioso più facilmente difendibile. È qui, nel sito dove si trova ancora oggi, che attorno all'anno Mille sorge il borgo di Opi, con le case strette l'una all'altra proprio sul ciglio delle rocce, in una doppia fila che cinge il paese come una cinta muraria (caratteristiche che rafforzano l'ipotesi secondo cui il breve nome Opi altro non sia che una contrazione del latino oppidum, città o castello fortificato).



Protetta pure dal suo isolamento (i passi per raggiungerla Opi sia dal Fucino che dalla Terra di Lavoro sono fra i 1450 e 1650 metri), nel XIII secolo Opi inizia a essere al centro di secoli e secoli di controversie con il feudo vicino, Pescasseroli, in contese territoriali che coinvolgono i signori della zona. Il feudo di Opi nei secoli passa così dai conti di Sangro ai D'Aquino, dai marchesi del Vasto a potenti famiglie locali (Sparmo, Cimini, Cappelli, Nardillo, Orazi, Notarmuzio). Nel 1737, quando ormai è inglobato nel Regno delle Due Sicilie, viene ereditato dalla baronessa Margherita Paolone, quindi dalla baronessa Maria Maddalena Parente, signora di Scanno. Nel 1816 il re di Napoli Gioacchino Murat decreta l’unione amministrativa con Pescasseroli, che dura fino al 1854. Tempi duri, sempre più duri: fortemente spopolata dalla grande emigrazione di fine Ottocento verso le Americhe, Opi subì poi anche un disastroso terremoto, il 31 luglio 1901. Grazie però alla costruzione della strada da Barrea a Gioia dei Marsi, che cancellò il suo secolare isolamento, e all'istituzione del Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, il più antico parco nazionale italiano, Opi nel XX secolo ha visto una lenta rinascita, ultimamente accelerata anche dalle opportunità turistiche e lavorative offerte dal Parco. Con una volontà di ripresa che neppure l'ultimo grave terremoto, quello del 7 maggio 1984, ha soffocato.

Oggi Opi, a metà strada tra Pescasseroli e Villetta Barrea, si impone e propone uno dei più affascinanti paesi di montagna abruzzesi. Qualcuno, poeticamente, si è spinto a dire che la forma affusolata del paese, visto dall’alto, ricorda una goccia, oppure d'inverno una nave in una distesa di ghiaccio, o d'estate un’isola in mezzo a un mare verde. Comunque sia, non occorrono immagini o paragoni speciali per migliorare l'esistente: Opi resta un villaggio suggestivo, incastonato in mezzo a una spettacolare corona di montagne, in vista del monte Marsicano, della val Fondillo, dell'altopiano della Macchiarvana, tutte mete privilegiate per gli escursionisti, a piedi d'estate e con gli sci d'inverno. Occasioni particolari per visitarlo possono essere il 17 gennaio, quando per la festa di sant'Antonio abate si rinnova lo scambio dei “ciciotti”, un miscuglio di grano, fave e ceci lessati; o la seconda domenica di giugno per la festa del Corpus Domini, quando il paese viene tappezzato di fiori e immagini realizzate con petali di fiori: o ancora Natale, per il tradizionale falò detto “i catozze” acceso sulla piazza della chiesa dopo la messa di mezzanotte.

In ogni momento dell'anno, tuttavia, vale la pena fare un giro nel centro storico, fra le sue suggestive viuzze, fino alla chiesa di S. Maria Assunta, che pur avendo origini medievali è stata rimaneggiata nel Seicento, e alla cappella gentilizia del patrono di Opi. San Giovanni Battista, nella piazza centrale del paese. Una delle non molte case signorili del paese ospita il Museo naturalistico del camoscio, dedicato al camoscio d'Abruzzo o camoscio appenninico (Rupricapra pyrenaica ornata), una sottospecie distinta e con corna assai più lunghe del camoscio alpino e di quello pirenaico. Caratteristiche particolarmente eleganti del camoscio d'Abruzzo, definito spesso “il camoscio più bello del mondo” sono la fascia di pelo scuro che ricopre gli occhi come una mascherina, la macchia chiara sulla gola e la fascia scura lungo il collo. Nelle sale sono esposti due begli esemplari imbalsamati, oltre a tabelle relative alla presenza nel territorio, calchi di tracce e un plastico del Parco. Il museo è poi collegato all'area faunistica del camoscio, osservabile dal belvedere nella parte più alta del paese e da cui si possono avvistare alcuni dei circa 600 esemplari di camoscio appenninico che attualmente popolano il Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise. In tutto l'Appennino centrale, sino alla Majella, al Gran Sasso e ai Sibillini, i camosci attualmente sono quasi tremila: un buon risultato, se si considera che nel 1913, quando un decreto regio impose la loro tutela, erano quasi estinti.

Testo di Roberto Copello; foto Thinkstock, Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise (camoscio), Liborio Cimini (infiorata e panorama primaverile, prima foto nel testo)

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