Che cosa vedere a Orsara di Puglia

Oltre a chiese e palazzi, anche una singolare grotta

Durante i mesi più caldi dell'estate, quando il sole batte implacabile sulla piana di Capitanata e sull'Alto Tavoliere, si eleva come un miraggio, come una promessa di frescura sui monti del subappennino dauno. Sono i mesi in cui Orsara di Puglia, piacevole borgo allungato con i suoi stretti vicoli sulla dorsale fra la valle del Cervaro e quella del Sannoro, ai 635 metri di altitudine di Monte San Marco, esercita un'attrazione irresistibile sui foggiani, attirati anche dai tanti eventi culturali e religiosi, folcloristici e gastronomici, a meno di un'ora di auto dal capoluogo dauno. Ma, in realtà, durante tutto l'anno si può sempre trovare una buona ragione per visitare Orsara.



Le origini del paese e del suo nome si confondono nella notte dei tempi. Diverse leggende fanno risalire la fondazione di Orsara ad eroi mitologici greci, come a volerla legare alla colonizzazione della Magna Grecia tra l'VIII e il VI secolo a.C. Reperti archeologici rinvenuti in Iocalità Serro Forcella, a cinque chilometri dal paese, attestano però che già nell'XI secolo a.C. la zona di Orsara era abitata da popolazioni in contatto con gli Osci e gli Irpini. Quanto al nome del paese, c'è chi lo fa risalire a un'orsa che qui aveva la tana dove viveva con due cuccioli, chi a un personaggio di nome Ursus che in epoca longobarda governava queste terre, chi a una famiglia Orsini che ebbe dei terreni da queste parti. La realtà è che non vi è nulla di sicuro e di documentato. E dunque, nel sentimento comune, ha finito con il prevalere la prima ipotesi, che è anche la più simpatica e che ha generato lo stemma araldico del Comune: un'orsa rampante con un orsacchiotto vicino a una quercia. Del resto, il paese sorge su un colle di arenaria con molte grotte naturali, che ben potevano fare da rifugio per orsi e altri animali, oltre che per l'uomo preistorico.

La zona di Orsara entra nella grande storia con la Seconda guerra punica, quando assume un ruolo strategico sulla via fra Campania e Puglia: non è chiaro se già esistesse una strada romana (l'attuale statale 90 che da Foggia va verso Benevento segue il tracciato di un via del XIV secolo), ma è pressoché certo che da queste parti siano passati sia i cartaginesi di Annibale sia i soldati romani di Quinto Fabio Massimo, il Temporeggiatore (all'epoca romana risalgono un'epigrafe rinvenuta in località Pietra Scritta o Parcarelle e una statua forse della dea Cerere).



Di nuovo, la grande storia sfiora Orsara nel 546 d.C., durante la guerra gotico-bizantina (535-553), quando nella valle del Cervaro si scontrano i Goti di Totila e i Bizantini. Un qualche insediamento allora doveva esistere già almeno da qualche decennio e sarebbe via via andato assumendo maggiore importanza, tanto che si fa risalire all'VIII secolo la fondazione di un monastero, forse a opera di monaci bizantini basiliani venuti dall'Oriente: era il primo nucleo di quello che fra il X e l'XI secolo (sicuramente prima del 1125, quando Guglielmo, vescovo di Troia, indirizza una lettera a “Martino reverendo abbati S. Angeli de Ursaria”) sarebbe stato il complesso benedettino dell'ex Abbazia di Sant'Angelo, in seguito detta di Santa Maria e oggi dell'Annunziata per essere stata sede della confraternita S. Maria Annunziata. La chiesa stessa dell’Annunziata, in stile romanico, con due cupole bizantineggianti di diversa grandezza, ha forma di possente e verticale parallelepipedo: appena alleggerita da tre belle monofore, più che una chiesa appare da lontano come una spoglia e inaccessibile fortezza collocata sull’orlo di un baratro.

Il complesso sorse infatti al limite occidentale del colle (e ora del paese), su un alto dirupo proprio accanto alla grotta di San Michele, senza dubbio una replica della celebre grotta micaelita di Monte Sant'Angelo sul Gargano, venerata sin dal 490 d.C. e alla quale questa grotta è idealmente collegata. Alla grotta di Orsara, che è in parte naturale in parte scavata nella roccia, si accede da una tortuosa scala, anch'essa scavata nella roccia, denominata Scala Santa, con due aperture con arco ogivale sull'entrata esterna. L’interno, a navata unica e irregolare, ha volta a botte in roccia naturale e, ai lati dell’altare, una nicchia che per la Festa di San Michele accoglie la bella statua dell’Arcangelo, con la spada sguainata. La grotta fu inglobata nel 1643 nella chiesa vestibolo di San Pellegrino, santo che secondo la leggenda qui soggiornò e di cui qui si custodiva un tempo la (ora scomparsa) reliquia del pollice destro del santo: distrutta da un terremoto, la chiesa di San Pellegrino è stata ricostruita in stile neogotico nel 1935 e ha un bel portale con sei formelle bronzee del pistoiese Jorio Vivarelli (1969), un protagonista della scultura italiana della seconda metà del XX secolo.

L'abbazia nel Duecento fu affidata ai Cavalieri di Calatrava, rigoroso ordine monastico militare spagnolo fondato nel 1158 nell'ambito della famiglia cistercense: rimasero a Orsara dal 1228 al 1294, risiedendo nel grande e adiacente Palazzo Baronale, che ancora esibisce un notevole torrione in pietra con monofore centinate. Del resto, l'importanza di Orsara nel Medioevo è attestata anche da quanto resta dell'importante cinta muraria che contava ben venti torri (ma già nel Cinquecento erano per la maggior parte inglobate in abitazioni adiacenti) e quattro porte d'accesso: di queste restano solo la Porta dei Greci, nota anche come porta Ecana, e la Porta Nuova, aperta nel XV secolo, mentre la Porta di San Giovanni è appena in parte visibile vicino alla chiesa di San Domenico, e non ci sono resti di Porta San Pietro.

Dal 1563, anno in cui acquistarono Orsara, il Palazzo Baronale (alla cui grande corte si accede da un portale in bugnato) diventerà la residenza gentilizia della ricca famiglia feudataria dei Guevara, che vi sarebbero rimasti a lungo, operando anche sostanziali stravolgimenti nella vicina chiesa abbaziale. Apparteneva ai Guevara anche l'imponente Palazzo di Torre Guevara, eretto nel 1680 a sette chilometri da Orsara, in località Piana di Giardinetto: utilizzato come sontuosa tenuta di caccia, a tre piani con un impianto rettangolare di sessanta metri per venti e con ben 80 stanze, era una delle dimore reali della corte aragonese e poi borbonica di Napoli.

Sempre nella zona dell'abbazia e del Palazzo Baronale, in largo San Michele, sorge Palazzo Varo, pregevole edificio rinascimentale del XVI secolo, così come la Fontana Nuova nella vicina piazza Mazzini. Fortemente alterato nel corso dei secoli, il palazzo mantiene l'architrave nobiliare sul portone, la scalinata interna in pietra e le cantine che si aprono sulla piazza. Da circa un secolo di proprietà della diocesi, Palazzo Varo ospita in alcuni locali al primo piano il Museo Diocesano con una ampia e interessante collezione che spazia dal Neolitico al XX secolo, mixando reperti archeologici, opere d'arte e oggetti d'uso comune.

Da largo San Michele poi ci si può dirigere verso il centro del paese e raggiungere la piazza del Municipio su cui sorge pure la chiesa di San Nicola di Bari, già esistente nel 1127 e completamente barocchizzata a partire dal 1622. Qui nel 1590 fu trasferita la sede parrocchiale, che precedentemente era nell'antica chiesa abbaziale. Seicentesche sono le statue di San Michele, opera del napoletano Giacomo Colombo, e della Madonna della Neve, opera del napoletano Aniello Stallato. Del 1777 è il complesso e ricco altare marmoreo. Prezioso in particolare è un calice in argento realizzato da un maestro Nicola Aventino di Sulmona tra il Trecento e il Quattrocento. Magnifico è poi un crocifisso bifronte in pietra del XV o XVI secolo, di scuola gotico-fiamminga, e pregevole l'organo del 1756.

Testo di Roberto Copello; per le foto, si ringraziano Foggiatoday (in alto); Donato Narducci (cinta muraria e scala nella grotta di S. Michele); italyformovies.it (piazza). 

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