Il costume tipico di Letino

Indossato da tutte, dalle bambine fino alle anziane, simbolo di appartenenza a una lunga storia

La terza domenica di settembre, per la festa della Madonna del Castello, tutte le donne di Letino, dalle più giovani alle più anziane, indossano il vistoso, coloratissimo costume tradizionale del paese e salgono in processione sino al santuario, mentre alcune di loro portano a spalla la statua della Madonna con il Bambino. Per tutte quante, non si tratta di qualcosa di folcloristico, ma di un modo di perpetuare l'appartenenza a una storia, di tenere stretto il legame con le generazioni che le hanno precedute. E ciò avviene nel segno della bellezza e della gioia, perché il costume tradizionale femminile di Letino, con i suoi ricami e i suoi colori, non è pensato certo per passare inosservato. Pare che sia di origine greca, risalendo all'arrivo in zona di popolazioni elleniche forse giunte da Tino nelle Cicladi più di mille anni fa. Probabilmente le donne di Letino nei secoli lo hanno via via arricchito, e ancora sul finire del XX secolo molte di loro lo usavano come abito quotidiano: solo nel 2013 è scomparsa l'ultima, anziana abitante del paese che non aveva mai smesso di indossarlo, ogni giorno della sua vita.

Il costume segnalava la condizione di chi lo indossava. Si iniziava a portarlo sin da bambine, indossando però una semplice camicia (“cammiscia”) con una gonna. Quando la bambina si faceva ragazza e poi giovane donna, il suo costume si arricchiva con il “panno” che cingeva la vita e con l'elaborato copricapo, formato dalla “mappa”, una sorta di velo di tela bianca ornata di merletti a uncinetto, sopra a cui si poneva la “mappelana”, un cappello di lana il cui colore indicava la condizione di chi lo portava: era di colore verde per le donne nubili, rosso per le sposate, nero per le vedove. La mappelana era a sua volta ricamata a mano, con una frangia oro e argento che risultava particolarmente ricca per le donne maritate. Importante era anche lo “spillone” inciso in filigrana d’argento e che serviva a tenere la “mappa”. Ancora più elaborato era il vestito, o “gonnella”, in pesante lana blu turchino, con nastri di seta colorati, dal cui fianco scendeva il “panno” rettangolare, che doveva essere dello stesso colore della mappelana e che si incrociava sul davanti, fermato in vita da una cintura più grande di vari colori e da una cintura più piccola, la centetella, annodata sul dietro con un fiocco. Il panno era tessuto in paese e veniva tinto con colori vegetali (mai in blu, essendo questo il colore della gonnella). Era particolarmente ricco e vistoso per le spose, che lo portavano rosso fiammante, ricamato in oro, e con un piccolo panno rosso e blu, il mandero, che veniva bloccato con fermagli d'argento all'altezza del bacino. Sul petto invece compariva una elaborata decorazione in oro e seta, sopra la quale stava un colletto di merlotto (pizziglio). Infine, le calze, di lana pesante, erano rosse, e ai piedi si portavano “ri Scarpuni”, sandali ottenuti con pelli di asino, pecora e vacca, da legare al ginocchio con delle stringhe.

Testo: Roberto Copello - Foto: sito fitp.org (immagine di testata), Pinterest (prima foto nel testo), Borghi d'Italia-TV2000 (seconda foto nel testo)

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