Il mito di Paolo e Francesca a Gradara. E la vera storia degli amanti

E' ambientata nella Rocca una vicenda entrata nell'immaginario popolare 

Quante coppie di innamorati salgono a Gradara, attratti dalla vicenda di Paolo e Francesca! Arrivano con l'animo più disposto del solito alla dolcezza verso il o la partner. Quasi che nessuno abbia detto loro che, per chi si ama davvero, quassù c'è il rischio di fare una brutta fine. Pazienza. Pazienza anche se dei veri, storici Paolo e Francesca non si sa praticamente nulla. E pazienza, ancora, se non sta scritto in nessun documento storico che il teatro della loro tragedia fosse proprio la Rocca di Gradara. Ma troppo forte è il richiamo che può esercitare una grande passione, quella resa immortale dai versi del canto V dell'Inferno.

Dante vi immagina di scendere nel girone dei peccatori carnali, dove i lussuriosi morti per amore vengono sbattuti e scaraventati per aria in un tempestoso vortice di vento incessante. Ad attirare Dante, in particolare, sono “due che 'nsieme vanno, / e paion sì al vento esser leggieri”: Paolo e Francesca, che neppure nella morte riescono a staccarsi l'uno dall'altro. Due peccatori riconosciuti, la cui tragica storia doveva essere stata sulla bocca di tutti, e i cui dettagli probabilmente Dante aveva appreso da Bernardino da Polenta, fratello maggiore di Francesca, con il quale aveva combattuto nel 1289 contro gli Aretini nella battaglia di Campaldino, pochi anni dopo la morte di Paolo e Francesca. Dante dunque non esita a collocarli all'Inferno, ma ugualmente la infelice coppia muove in lui un sentimento di commozione e immedesimazione senza pari nel resto del poema. Dante resta talmente impressionato dalla storia raccontatagli da Francesca (Paolo, infatti, resta sempre in silenzio), che alla fine viene meno, se ne cade svenuto: “E caddi come corpo morto cade”. Nella vita di Dante, ci informa Giovanni Boccaccio, da giovane come da anziano non c'era stato solo il casto amore per Beatrice. Il fatto che collochi i lussuriosi all'inizio della voragine infernale indica forse che non riteneva che il loro peccato fosse il peggiore. Ma anche per questo c'è chi ritiene, senza mezzi termini, che Dante quell'ultimo verso del canto V lo abbia scritto, più che per pietà verso Francesca, nel timore di dover subire un'uguale condanna, di dover finire egli stesso fra i lussuriosi del secondo girone dell'Inferno.

Vera o falsa che sia, la storia di Paolo e Francesca è entrata nell'immaginario popolare e anche intellettuale, ispirando le opere di scrittori, pittori, drammaturghi, compositori, registi. La tradizione, a fissare “creativamente” la quale contribuì parecchio Boccaccio, vuole che Francesca da Polenta, figlia di Guido da Polenta signore di Ravenna, fosse fatta sposare per ragioni di alleanze dinastiche con il condottiero Gianciotto Malatesta, figlio di Malatesta da Verucchio, che sarebbe diventato poi signore di Rimini. Francesca però si innamorò del cognato Paolo Malatesta, uno dei fratelli di Gianciotto (che era detto detto anche Gianne lo Sciancato, per via di una sua malformazione fisica). Paolo e Francesca, alla fine, sarebbero stati sorpresi e uccisi dal marito tradito. Dove? Non si sa, e neppure Dante lo dice. Ma a un certo punto si è iniziato a collocare la vicenda a Gradara, che da allora è indissolubilmente legata a Paolo e Francesca. Proprio nella Rocca di Gradara, che peraltro apparteneva ai Malatesta, i due amanti si sarebbero conosciuti, frequentati e amati, fino al tragico epilogo, che secondo gli studi più recenti sarebbe avvenuto fra il 1283 e il 1285 (e non nel settembre 1289, come spesso viene raccontato). Leggenda che si è fatto quanto e il più possibile per consolidare, via via aggiungendo e inventando dettagli, episodi, ambienti. Per esempio, si dice che Gianciotto, dopo aver finto di partire per Pesaro, in realtà si fosse nascosto nel castello, cogliendo i due amanti in flagrante: Paolo avrebbe cercato di fuggire dalla botola della stanza ma il suo mantello si sarebbe impigliato in un chiodo. Così, mentre Francesca cercava di fargli da scudo, entrambi sarebbero caduti, trafitti dalla spada di Gianciotto.

Particolari dati per certi da tanti visitatori della Rocca, e perché mai varrebbe la pena smentirli? Perché spiegargli che anche Paolo era sposato, con Orabile Beatrice contessa di Ghiaggiolo, che gli aveva già dato due figli? Perché aggiungere che Gianciotto l'anno dopo tranquillamente si risposò con la faentina Zambrasina di Tebaldello Zambrasi e visse fin oltre il 1300? O che, partendo dalle invenzioni del Boccaccio, dal XIX secolo persino tanti stimati critici letterari sono arrivati a conferire a Francesca l'eroico profilo di donna peccatrice ma incolpevole, qualcosa di ignoto alla mentalità dantesca?

Informazioni poco utili a quei visitatori. Per loro, la Camera di Francesca non smette comunque di restare uno degli ambienti più suggestivi della Rocca, capace di smuovere i cuori di chiunque, indipendentemente da quanto in essa vi sia di vero (praticamente nulla) e di costruito (praticamente tutto). Vi si accede dalla Sala del Consiglio, attraverso uno stretto passaggio aereo in legno con botole e impannate che fanno pensare che il locale avesse una primitiva funzione di guardia. Per realizzare la Camera di Francesca, all'inizio degli anni Venti del XX secolo, il grande restauratore della Rocca, quell'innamorato di atmosfere antiche che era l'ingegner Zanvettori, si ispirò quasi sfacciatamente a Francesca da Rimini, la tragedia che Gabriele D'Annunzio aveva dedicato all'infelice storia dei due amanti, nonché alla propria amante e interprete Eleonora Duse.

Nella camera infatti sono presenti gli elementi del dramma, così come furono tramandati più da D'Annunzio che da Dante e Boccaccio: il leggio dove era posato il libro “galeotto” con i due sedili accostati, il letto in posizione angolare, le decorazioni e le torciere in ferro, la botola attraverso la quale avrebbe tentato di fuggire Paolo. Oggi inoltre la Camera si presenta ulteriormente “dannunziana” per la presenza dell’abito di scena che la stilista Alberta Ferretti ha riprodotto sui disegni originali di quello indossato da Eleonora Duse quando saliva sul palcoscenico impersonando Francesca da Rimini. La decorazione pittorica delle pareti è caratterizzata da un finto tendaggio mentre sul grande camino sono presenti simboli della famiglia Malatesta. Di particolare pregio alcuni pezzi di mobilio, certamente non medievali, ma che vogliono restituire un'atmosfera d'altri tempi: una cassapanca con telamoni di manifattura abruzzese, del XVI secolo; un forziere emiliano ricoperto da lamine in metallo sbalzato e velluto; sedie a rocchetto di fattura umbra.

Si esce dalla stanza, se non altro, con la voglia di andare a leggere, o a rileggere, il V canto dell'Inferno, con quei suoi versi talmente perfetti da essere in alcuni casi divenuti proverbiali, buoni a essere citati in svariate occasioni. Versi immortali come “vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare”, “Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende”, “Amor, ch'a nullo amato amar perdona”, “Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse”. E, soprattutto, la terzina più emblematica del canto, quella che forse più di tutte ha contribuito all'immensa popolarità del mito di Paolo e, soprattutto, Francesca, le cui parole sono queste: “Amor, ch’a nullo amato amar perdona, / mi prese del costui piacer sì forte, / che, come vedi, ancor non m’abbandona”.

Testo di Roberto Copello; dipinti, dall'alto: Gustav Doré; Dante Gabriel Rossetti; George Frederic Watts; William Dyce.

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