La riscoperta di Troia: cammini e vini epici nel foggiano

Tra vigneti e magnifiche cattedrali, con la Francigena del Sud che passa nel Comune Bandiera Arancione del Touring Club Italiano

Questo articolo vuole raccontare le bellezze, le caratteristiche tipiche, le storie e le esperienze che è possibile vivere in questo borgo Bandiera Arancione. In un momento di incertezza e di crescente emergenza sanitaria che costringe tutti a una maggiore prudenza e cautela, vuole ispirare il lettore, far conoscere le eccellenze dei piccoli borghi e permettere di arricchire la propria "lista dei desideri" fornendo spunti e suggestioni che potrà poi andare a scoprire di persona non appena possibile.

Il Nord della Puglia è una terra di paesaggi puliti e arati di fresco. Spazi sovrumani per dimensioni in un’Italia assediata dal cemento, chilometri di campi tra un paese e l’altro, spazi che non pensi esistano in Italia, e invece ci sono. Specie qui, intorno a Troia, comune Bandiera Arancione del Touring Club Italiano della provincia di Foggia che si trova in quel punto della Capitanata dove il sub-Appennino Dauno sfuma nell’immensità piatta del Tavoliere. Paesaggi dai colori sempre in tono con le stagioni: marrone chiaro in inverno, più scuro appena si ara, e poi di un verde decisamente sempre più acceso, fino a quando l’erba non diventa alta e il verde si tramuta nel colore dell’oro. Un mare d’oro.

«Se ci cammini in giornate di vento, in estate, sembra di stare in mezzo al mare, sott’acqua, dispersi tra le onde» racconta Michele del Giudice, uno che di camminate e cammini ne sa qualcosa. Si dice sia il padre della Francigena del Sud, l’artefice della riscoperta di questo tracciato antico che come tutti i cammini era finito negli archivi della memoria, sorpassato dall’asfalto e dalle strade. Cammino che a Troia ha uno dei suoi baricentri. «Bisogna aver presente che le vie di pellegrinaggio antiche sono sempre state un fascio di vie, ma questi fasci di vie convergono in punto nodali, e Troia per la sua posizione era uno di questi» spiega Del Giudice. «In epoca romana Aecae, come si chiamava allora, era attraversato dalla via Traiana, una variante della via Appia più diretta, costruita nel I secolo dopo Cristo. Da qui andava verso Foggia e Siponto, sul mare, e lo costeggiava. Una strada che ancora veniva percorsa in epoca medievale e, nella parte Appenninica, anche in età moderna» aggiunge.
La via Traiana scendeva direttamente dall’Appennino nella Capitanata. «Usciva da Benevento passando sotto l’arco Traiano e si dirigeva verso le montagne dove c’era uno dei valichi, a Faeto e poi scendeva verso Celle di San Vito. Era uno dei passaggi obbligati. Da lì, dal confine con la Campania, fino a Troia sono una decina di chilometri, non di più. La strada viene chiamata anche via Egnazia – quella che attraversa l’Epiro e arriva a Istanbul –, una via che si sovrapponeva alla via Traiana. Arrivata in paese piegava verso Cerignola e Canosa, sulla via di Brindisi o Santa Maria di Leuca, per l’imbarco». Anche la toponomastica di oggi si richiama agli antichi percorsi. «Una volta mentre facevo le mie ricognizioni entrai in una masseria, e una signora anziana quando gli chiesi se quel sentiero che passava lì vicino fosse la via Traiana mi rispose “ma no, no. Questa è la via Romana”» racconta Del Giudice, che alla Francigena del Sud ha iniziato a pensarci già dal 1999, quando i cammini non erano affatto sulla bocca di tutti.



«Quando si scavalla l’Appennino e ci si affaccia sulla Capitanata si gode di una spettacolo stupendo. Da lì sopra si ha ai propri piedi tutto il percorso. Se guardi verso Est sullo sfondo hai i monti del Gargano, oltre Troia invece c’è la grande piana che declina verso il mare e i paesi di imbarco dove un tempo si partiva per la Terrasanta». Ma da Troia non passa solo la Francigena del Sud, ma anche la via Micaelica, che da qui arriva a Monte S. Angelo. «È un percorso di cui si parla poco ancora. Tutto da approfondire. Anni fa lo feci da qui fino a Mont Saint-Michel, in Francia. Oltre 3mila chilometri dall’Adriatico alla Normandia, sulle orme dei primi frati che portarono le reliquie sante al momento della fondazione dell’abbazia benedettina». Senza far tanta strada in sei giorni si può andare da Troia a Monte Sant’Angelo, instradandosi verso Lucera, se si vuole passare dall’interno, o verso Foggia se si costeggia il mare. «Troia sta in alto, a 430 metri, quando ti incammini verso Lucera vedi sempre il paese davanti a te e dietri i monti Dauni» racconta. A Troia ci si ferma per forza, non solo per la splendida con cattedrale romanica dedicata alla Beata Vergine Maria Assunta in Cielo, ma anche perché è uno dei pochi paesi della zona dove c’è un ostello per pellegrini (Hostal del Cammino, via Regina Margherita 4, tel. 393.8917725). «L’abbiamo aperto nel 2011, all’interno del vecchio convento di S. Domenico. Con una associazione abbiamo ristrutturato due stanze e creato questo che è dei migliori ostelli lungo la via». Anche se ancora non passa tanta gente. «Lo scorso anno un migliaio di camminatori, quest’anno aspettavamo il boom e invece c’è stato il Covid» allarga le braccia. Peccato per i camminatori che dovranno aspettare per godersi il paesaggio intorno a Troia. «Grandi estensioni di grano del latifondo che si attraversano camminando lungo sentieri interpoderali che toccano sia boschetti sia vigneti e uliveti. Ma è l’immensità del grano che he colpisce, prima della raccolta diventa un mare verde» racconta Del Giudice.

Terra di vento e di grano, poco popolata, poco conosciuta, quella intorno a Troia, da sempre è terra di vini. Vini robusti, tannici direbbero gli esperti. Vini che per decenni sono serviti per rinvigorire i vini del Nord, che avevo bisogno di una decisa spinta zuccherina. Poi qualcuno si è accorto che modernizzando le tecniche di vinificazione e conservazione questi vini non avevano nulla da invidiare agli altri, quelli del Nord. E si son messi a produrre, con successo, vini dai vitigni autoctoni. In Puglia i principali sono tre: Negramaro, Primitivo e appunto il Nero di Troia. Che forse prende il nome dal paese, o forse no. «In effetti intorno all’origine del nome di questo vino scuro c’è una bella leggenda. Anzi, diverse» racconta Urbano di Pierro, uno dei soci fondatori della Cantina cooperativa Decanto. Una leggenda che prevale non c’è, ognuno può scegliere quella che più gli aggrada. Quella più affascinante vuole che l’eroe greco Diomede, conclusasi la guerra di Troia, attraversasse il Mediterraneo fino ad arrivare alla luce del fiume Ofanto. Risalito per un tratto trovò un luogo ideale, ancorò la nave usando come zavorra delle pietre delle mura della sua città ormai andata e ne usò alcune per delimitare un territorio che da quel momento prese a chiamarsi Campi Dimedei. La leggenda vuole che Diomede avesse portato con sé dei tralci di vite che piantati sulle rive dell’Ofanto diede origine all’uva detta di Troia. Un’altra invece «vuole che questo vitigno sia legato all’avvento degli Spagnoli, in particolare all’arrivo nella zona di Troia del Governatore Don Alfonso d’Avalos che ne avrebbe piantato alcuni esemplari dopo aver riscontrato condizioni di suolo e clima simili a quelle della sua Spagna» spiega di Pierro. Per cui l’uva di Troia deriverebbe dallo spagnolo Tempranillo. Sia come sia, in anni recenti i vigneti erano quasi scomparsi dal territorio di cui portano il nome. «Intorno al paese è il regno dei cereali, grandi appezzamenti con cui fino a qualche anno fa si guadagnava bene. La vigna era quasi scomparsa, i grandi appezzamenti erano più a sud, verso Canosa e Castel del Monte. Qui la gente la conservava dei filari giusto per farsi il suo vino da bere a casa, quale che fosse la qualità.

Noi nel 2004 ci siamo messi insieme perché invece volevamo provare a investire sul nostro territorio e sulla nostra uva» racconta. Così lui e i sette soci hanno deciso di puntare sul Nero di Troia in purezza. «In questi anni si è molto rivalutato come vino, anche se è una uva molto difficile da lavorare, che rende poco ed è delicata, serve molto lavoro e molta attenzione. Io dico sempre che una buona stoffa da sola non basta per fare un bel vestito, serve anche un buon sarto. Nel nostro caso un buon enologo, che ci permette di fare ottimi vini» aggiunge soddisfatto. Il loro vestito migliore si chiama Unus, un rosso ottenuto da Nero di Troia in purezza. Ma sono molto soddisfatti anche dell’extradry, uno spumante rosé che nasce dall’uva di Troia, un vera rarità. «Il nostro è un territorio eccezionale, tutto naturale. Un territorio portato per il vino, ma andava sfruttato. Noi l’abbiamo fatto, perché siamo di Troia e pensavamo che fosse un delitto non sfruttare il nome del nostro paese e l’uva che porta il nostro nome per fare un prodotto di qualità» conclude. Missione compiuta, si direbbe. L’ideale è berlo dopo una bella camminata lungo i sentieri della Francigena che arrivano a Troia. «Con un piatto di troccoli al sugo di maiale è perfetto» spiega di Pierro. Il problema, poi, è continuare a camminare.  

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Testo di Tino Mantarro - Foto: Stefano Cibelli (header e foto 1 e 2 nel testo), pagina Facebook Coop Decanto Nero di Troia DOC (foto 3 e 4 nel testo)