Le suore trappiste di Vitorchiano

Molte sono giovanissime e tra preghiere, lectio divina e canti producono anche ottimi vini, marmellate e olio

Pensate anche voi, come tanti, che ormai in clausura non entra più nessuno? Che non fosse per qualche vecchissima suora i conventi sarebbero ormai tutti vuoti? Che in ogni caso le (poche) monache vi si sono rinchiuse per fuggire dal mondo, da un mondo peraltro tanto cambiato che loro non ne sanno proprio nulla? Per cambiare idea, bisogna venire a Vitorchiano dove, tre chilometri fuori del borgo, si trova un monastero di clausura in cui vivono 80 suore, molte delle quali giovanissime. Sono trappiste dell'Ordine Cistercense della Stretta Osservanza, uno dei più rigorosi nel praticare una Regola benedettina fatta non solo di lavoro e preghiera, ma anche di silenzio e di isolamento. Una congregazione nata nel 1875 vicino a Torino, sviluppatasi dal 1898 a Grottaferrata (Roma), infine trasferitasi dal 1957 a Vitorchiano dove non ha più smesso di attirare novizie. Il boom delle vocazioni si ebbe a partire dal 1964, quando la giovane superiora madre Cristiana Piccardo accolse una ragazza che al liceo Berchet di Milano aveva avuto come insegnante di religione don Luigi Giussani. Fu l'inizio di una sintonia spirituale che ha moltiplicato le chiamate. Le monache di Vitorchiano allora erano 63, ma già nel 1968, mentre nel mondo infuriava la contestazione, erano 90, tanto che 22 di loro partirono per aprire un nuovo monastero a Valserena, in Toscana. Un flusso mai interrotto: negli ultimi 50 anni la casa madre ha dovuto moltiplicare le fondazioni, aprendo case anche in Argentina, Cile, Venezuela, Indonesia, Filippine, Repubblica ceca, Congo, fino al Portogallo, dove nel gennaio 2018 dieci monache di Vitorchiano sono andate a fondare un monastero tutto nuovo. E intanto anche le nuove case hanno “gemmato”: in Siria, in Angola, in Brasile, a Macao... Come è possibile questo boom spirituale dei tempi moderni? Per capirlo, forse bisognerebbe entrare nel convento di Vitorchiano, girare liberamente, vivere assieme alle monache. Peccato che, in questo caso, non si tratterebbe più di un luogo di clausura.

Per sapere che cosa accade dietro quelle mura, allora, bisogna affidarsi ai parenti che hanno avuto il privilegio di passare una giornata con le trappiste, notando magari che lì dentro “tutto sembra girare al contrario”. La giornata, infatti, inizia con la prima preghiera alle 3 e mezza del mattino, cantando poetici inni che dicono “Prima che sorga l'alba, / vegliamo nell'attesa: / tace il creato e canta / nel silenzio il Mistero” oppure “Nel primo chiarore del giorno / vestite di luce e silenzio / le cose riemergono dal buio / com'era al principio del mondo”. Si concluderà alle sette di sera con la compieta, la preghiera della sera, e il canto del Salve Regina. Nel mezzo, una giornata intensissima, fatta di preghiera comunitaria (ci si riunisce sette volte al dì) e di “lectio divina” (leggere e rileggere un passo della Sacra Scrittura cogliendone gli elementi principali), di canto corale e di momenti di silenzio, di un'ora di Santa Messa e di cinque ore di lavoro.

Che tipo di lavoro? Non si tratta solo di cucinare, pulire o curare le sorelle ammalate nell'infermeria. Nel convento di Vitorchiano c'è una delle più importanti stamperie cattoliche d'Italia, dove si realizzano immaginette e calendari, biglietti augurali e libretti per matrimoni. E poi c'è da dedicarsi a lavori assai più duri, nei 33 ettari di campi e frutteti, vigneti e uliveti, che negli anni 60 le suore bonificarono, liberandoli da tonnellate di pietre di peperino. Sono soprattutto le più giovani a indossare il grembiule azzurro sopra il saio bianco per poi correre in bicicletta a zappare negli orti, guidare il trattore con un cappello di paglia in testa, raccogliere la frutta e portarla in un capannone: qui, come a una catena di montaggio, viene trasformata in 25 tipi di confetture e racchiusa in barattoli con l'elegante e semplice etichetta impostasi ormai come un “marchio di fabbrica” monastico. Ma non ci sono solo frutta e marmellate. Le suore producono e vendono anche olio extravergine e, soprattutto, due ottimi vini bianchi, Coenobium e Coenobium Ruscum, il loro vino di punta, di color giallo paglierino quasi arancio. Si sa che molti monasteri producono birra, ma un convento da cui esca vino di qualità è un caso pressoché unico. E lo è ancor più se a pressare, far fermentare e imbottigliare sono sorelle-vignaiole, guidate da 25 anni dall'esperta suor Adriana, che ai dieci comandamenti pare averne aggiunto un undicesimo: non fare ricorso alla chimica.

Insomma, il chiostro potrebbe apparire un'azienda dove tutto funziona alla perfezione e dove non c'è proprio da annoiarsi, passando dal lavoro alla preghiera senza avvertire la differenza. Ma se l'esperienza del silenzio permea tutta la giornata, ciò avviene sempre in una dimensione comunitaria, quella della vita cenobitica, o vita comune, basata su una reciproca carità che scaturisce dal rapporto individuale, quasi diretto, che ogni monaca vive con Gesù Cristo, in grande serenità. A conferma di quanto aveva capito Sergio Zavoli, quando realizzò nel 1958 la sua famosa radio-inchiesta sulla clausura: “Credevo di trovarmi di fronte a creature stanche, mortificate, dolenti. Ho di fronte al contrario creature di rara serenità”.

Così, pensando soprattutto alle novizie (le giovani suore del monasticato, che per ora hanno fatto solo i voti semplici, e non la professione solenne), suor Rosaria Spreafico, che lasciò la sua Lecco per entrare in convento e che nel 1988 è succeduta a suor Cristiana Piccardo come madre badessa, ha scritto un vademecum benedettino pieno di consigli “pratici”. Vi si spiega per esempio che “per vivere la comunione bisogna scoprire che la convivenza è la strada maestra della conversione”. Tradotto, significa che nella clausura ognuna può scoprire che non è giudicata per il suo limite, ma che sperimentare l'amore di Dio aiuta ad amare chi ti sta accanto, senza precondizioni, offrendo tutte se stesse. È quello che, fuori della trappa, laicamente si definirebbe “percorso di autoconoscenza”, e che qui viene portato avanti con grande serietà. “Più si conosce sé”, sostiene madre Rosaria, “più ci si apre alla misericordia di Dio”.

Un compito che le suore hanno presente in ogni momento della giornata. Non si perde tempo neppure durante il pasto in comune, nel refettorio, quando viene letto ad alta voce un testo significativo, un libro o un articolo di giornale, stimolando la capacità di giudizio sulla realtà che, come ha detto suor Rosaria, “è strettamente legata al giudizio che uno dà di sé”. Altro che evadere dalla realtà e vivere fuori dal mondo, insomma. A Vitorchiano il legame con quanto accade nel mondo (compresa la Siria!) è fortissimo, tanto che queste suore sembrano vivere in modo anche più intenso di chi sta “fuori”.

Le storie individuali delle trappiste sarebbero infinite e tutte interessanti. La più “famosa” di loro era la sarda Maria Gabriella Sagheddu, nata nel 1914 a Dorgali da una famiglia di pastori, che dopo un'adolescenza ribelle entrò in convento e morì di tbc a soli 25 anni, offrendo la sua vita per l'unità dei cristiani: oggi sepolta a Vitorchiano, è stata beatificata da Giovanni Paolo II nel 1983. Nella trappa di Vitorchiano potrebbero “nascondersi” (lo raccontano in paese, ma come si fa a sapere?) una ex Miss America e la figlia di una principessa. Di sicuro c'è suor Gabriella, che aveva fatto il 68, era andata a cercare la verità in India e poi alla fine è stata cambiata dall'incontro con le suore di Madre Teresa di Calcutta. Ma c'è pure chi negli anni ha portato in convento, e ha fatto fruttare, il suo talento di musicista. E così le trappiste hanno diffuso, in quantità superiori anche a marmellate e immaginette, canti religiosi che hanno attualizzato l'insuperabile tradizione liturgica del canto gregoriano, volgendo in italiano i testi di quei salmi e inni, responsori e antifone che scandiscono le giornate in clausura. Melodie armoniose e testi poetici, indissolubilmente legati le une agli altri, che dagli anni 70 hanno trovato una capillare diffusione nel mondo cattolico, dalle parrocchie ai movimenti laicali. Composizioni che nei libri dei canti figurano anonime, proprio come le cattedrali medievali di cui quasi mai si dice il nome dell'architetto, essendo gli uni e le altre opera e proprietà della comunità. E tuttavia, qualche nome di suore-musicista ha finito per circolare, religiose come suor Germana Strola, come madre Monica Della Volpe (la nipote bolognese del filosofo marxista Galvano Della Volpe divenuta badessa di Valserena), come madre Giovanna Garbelli (ora superiora di Matutum nelle Filippine). Sono loro, e la loro capacità di coniugare fede e musica, che bisognerà ringraziare allorché, entrando in una chiesa qualunque, si sentirà intonare: “E mentre, lieve, l'ombra / cede al chiaror nascente, / fiorisce la speranza / del Giorno che non muore”.

Testo: Roberto Copello - Foto: @Standbackforexciter (immagine di testata), comune.vitorchiano.vt.it (monastero), callmewine (suore tra le vigne), trappistevitorchiano.it (lectio)

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